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A mòl t’e’ dialèt

Un week end di full immersion nel dialetto.
Oddio, no! Non è proprio il caso di infilare quattro parole inglesi in una frase che ne conta otto in tutto. A cosa sarebbe servita la lezione?
Alòura: “un sàbat e una dménga a mòl t’e’ dialèt”. (allora: un sabato e una domenica a mollo nel dialetto).

Come avevo preannunciato qualche giorno fa, nell’ultimo fine settimana ho partecipato al seminario sulle lingue romagnole tenuto a Bellaria dall’attore Ivano Marescotti.

Per Cristella è stata un’esperienza decisamente piacevole e costruttiva. Gli “allievi” del prof. Marescotti erano, oltre a me, una quindicina di persone provenienti da diverse parti della Romagna. I più giovani sui trent’anni, la più “anziana” un’ex maestra che ci poteva essere mamma (non è fine svelare l’età di una signora).

L’aspetto più curioso delle due mezze giornate passate insieme a discutere di dialetti (a scòrr d’i dialét – notare, nel plurale, l’accento sulla “e”, che diventa acuto – visto che ho imparato le lezioni, prof.?) è stato verificare in presa diretta le differenze fra l’una e l’altra zona: anche nel raggio di qualche chilometro cambiano pronunce e inflessioni. Ma non solo: spesso sono diverse anche le parole che indicano la stessa cosa e persino la costruzione grammaticale delle frasi.

Per esempio: quasi dappertutto la mamma si dice “” , mentre nella zona ravennate (quella da cui proviene Marescotti), che tocca anche parte del territorio forlivese e cesenate, si dice “màma”, dove quella “à” che si avvicina ad una “e” viene pronunciata “alla portoghese”.

Fra le tante considerazioni, comunque, alcune certezze (di tutti, non solo di Marescotti).

Primo: il dialetto è – e rimane – una lingua orale e venendo a mancare, un po’ alla volta, la grande risorsa dei vecchi (coloro cioè che ancora pensano e parlano in dialetto) la perderemo.

Secondo: scrivere in dialetto è difficilissimo, sebbene ci siano precise regole di sintassi e grammatica.

Terzo (già detto): i dialetti sono tanti e diversi, spesso identificabili di famiglia in famiglia.

Quarto: fra i poeti che scrivono o hanno scritto in romagnolo, il più grande rimane Raffaello Baldini, di Santarcangelo. “Il più grande poeta italiano degli ultimi decenni” ha scritto di lui un noto critico letterario. Beninteso: il più grande italiano, non il più grande dialettale.

La sua capacità di essere tragico con ironia è la sfumatura che lo contraddistingue più di altre.

Riportare ancora una volta qualcuno dei suoi versi è un piacere.

Un consiglio: la poesia in dialetto va letta a voce alta. “Dài, próva ènca té!”

Mo acsè, dal vólti, quant a tòurn a chèsa,

la sàira, préima d’infilé la cèva,

a sòun, drin drin,

un’arspònd mai niseun.


Ma, così, delle volte, quando torno a casa, la sera, prima d’infilare la chiave, suono, drin, drin, non risponde mai nessuno.

Settembre 1944: l’Arco, il Ponte e il sehr geherter Herr Willi…

In questi giorni più di una volta col pensiero sono andata allo stesso periodo d’inizio autunno di 64 anni fa. Tempi conosciuti in parte attraverso i racconti di chi c’era, soprattutto di mia madre e di altri parenti e conoscenti anziani (io sarei nata 14 anni dopo, ma quei giorni hanno influenzato – per forza! – anche la mia vita…).
In copertina: nei pressi dell'Arco d'Augusto un carro armato alleato impantanato nel fango causato dalle abbondanti piogge

Nel settembre/ottobre del 1944 la Romagna, specialmente la zona compresa fra i fiumi Marecchia Rubicone, Savio – la stessa dove sono cresciuta e dove vivo – era sconvolta da piogge torrenziali che aggiunsero tragedia a tragedia, rallentando l’avanzamento del fronte della Linea Gotica. Da una parte i tedeschi che resistevano, dall’altra gli alleati che avanzavano.

Della vicenda tragica riferita alla mia famiglia ho già scritto nel libro “Trama e ordito, mamme che tessono la vita”, ma volendo documentarmi anche storicamente su tale periodo, in queste settimane ho ripreso in mano alcuni libri del professor Amedeo Montemaggi, che alla Linea Gotica ha dedicato una vita di studi e ricerche.

Fra le altre interessanti notizie, mi ha fatto riflettere il racconto del salvataggio, direi “fortuito”, dei due monumenti-simbolo della città di Rimini. Mentre il Tempio Malatestiano venne squarciato e quasi completamente distrutto dai bombardamenti alleati del 29 gennaio 1944, l’Arco d’Augusto e il Ponte di Tiberio si salvarono proprio “per il rotto della cuffia”.

Ecco cosa scrive Montemaggi.
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Sanatio: due chiavi e una fede.

Iacta est alea. 1983

Sì, penso che il titolo possa incuriosire abbastanza…
Qualcuno sa cos’è una Sanatio? Pian piano lo spiegherò. Intanto, incomincio pubblicando la prima puntata di una storia che coinvolge due ragazzi di mia conoscenza.
A chi avrà la pazienza di aspettare le puntate successive verrà svelato il Valore (con la maiuscola!) del titolo. Buona lettura.

Dedicato alle due Principesse.

“Sanatio: due chiavi e una fede”
(puntata numero 1)

Chiara, da ragazzina, passava quasi tutto il tempo libero in parrocchia.

E continuò anche da grande. Non solo messe e cerimonie: partecipazione attiva.

Non si vergognava, quando, fazzolettone scout al collo, giocava in piazza coi lupetti, gridando a squarciagola coi più vivaci.

La domenica non si preoccupava troppo di vestire abiti “bon ton” per fare bella figura agli occhi delle signore impellicciate e profumate. Stava nella prima panca anche se portava le scarpe da tennis, con la certezza che ciò che importava veramente era l’interno, non l’involucro.

Ammirava san Francesco e la sua povertà. Aveva conosciuto ed apprezzato la serenità del movimento dei focolarini di Chiara Lubich. Si dava da fare, praticamente, dove c’era bisogno. La sua era una fede di ricerca. Comunque attiva, più che contemplativa.

Ma all’età di ventidue anni successe qualcosa: un po’ alla volta la sua frequentazione divenne più rada. Cominciò, con una scusa o l’altra, a defilarsi. Pian piano arrivò a non farsi vedere più in parrocchia.

Cos’era successo? Semplice: si era innamorata.

Davide, quattro anni più di lei, non era dello stesso ambiente e in parrocchia pochi ebbero modo di conoscerlo. Chiara non lo presentò neppure all’amico parroco.

La storia politica di Davide lo inquadrava in una ben precisa area di pensiero. Nella sua città era conosciuto per i trascorsi giovanili nelle file della contestazione studentesca di sinistra. Per anni aveva vissuto l’esperienza anarchica (lui si definiva “libertario”), dalla quale si era allontanato da tempo per diversi motivi, ma che contraddistingueva sempre, in molti principi e valori, il suo modo di essere.

Una persona coerente con le sue idee, senza mezze misure e compromessi: questo piacque a Chiara più di tutto.

Sin dall’inizio il ragazzo non impedì mai a Chiara di continuare con gli impegni che lui, per la sua ideologia, però non condivideva. Tuttavia venne naturale che, un po’ alla volta, fosse lei ad adeguarsi al suo stile di vita.

Ad un certo punto Chiara arrivò a una scelta: stare con lui al cento per cento voleva dire lasciare l’ambiente della chiesa.

Era fatta così anche lei, che ci poteva fare? O tutto, o niente.

Anche ora. Certo, un difetto: gli accomodamenti non fanno per lei.

Quando andò nel Comune del suo paesino per le pubblicazioni del matrimonio, il sindaco comunista, che l’aveva vista fino a qualche mese prima sempre sul sagrato della chiesa, fece un salto così!

Non intendeva sposarsi al paese, perché nella città di Davide la cerimonia sarebbe stata più suggestiva, nel salone di rappresentanza del palazzo duecentesco del Comune. Voleva una bella cornice, per quella giornata irripetibile, anche se non sarebbe stata nella tradizione cattolica.

Il compagno Peppone tentò una proposta: “Se ti sposi qui, facciamo la cerimonia nel nuovo Palazzo del Turismo, di fronte alla chiesa. Lo inauguriamo col tuo matrimonio, dai!”

Sarebbe stato un bello smacco per quelli della parrocchia!

Naturalmente Chiara non accettò… Sotto sotto si sentiva in colpa verso il parroco, che le era stato vicino negli anni difficili dell’adolescenza. Inoltre, sarebbe stato molto imbarazzante. Non solo per il don Camillo della situazione, ma anche per lei e i familiari, che avrebbero comunque preferito un matrimonio nella norma.

Fu quindi il sindaco della grande città ad avere l’onore di unire i due liberi cittadini Davide e Chiara in un freddo pomeriggio d’inverno.

Eleganza stile anni quaranta. Mantello color tortora, cappellino nero con veletta a coprire il viso e volpe argentata sulla spalla, Chiara si sentiva una diva. Nella piazza più bella della città, tutta in ghingheri andava incontro sorridendo al suo ragazzo che, per una volta in cravatta e doppiopetto blu, l’aspettava porgendole un bouquet di boccioli di rosa.

Tanti flash dell’amico fotografo sullo scambio di fedi e di impegni.

Facendo firmare il registro dei matrimoni il primo cittadino, fasciato nel nastro tricolore, diede lettura degli articoli del diritto di famiglia che vincolano i coniugi… Naturalmente, senza alcuna benedizione.

Strette di mano e auguri personali accompagnati dai doni di rito: rose rosse per la signora e stampe storiche per il coniuge.

La classica fotografia sotto il gonfalone della città ed il suo motto, di romana memoria, ben si addiceva all’avvenimento: “Iacta est alea”.

Come dire: firme definitive, non si torna indietro, Chiara!

– continua alla prossima puntata –

La Russa rimandato in storia. Mamma e babbo, invece, promossi

Sull’inserto Domenica de Il Sole 24 Ore di ieri, 14 settembre 2008, Riccardo Chiaberge propone il suo interessante Contrappunto, che trovo anche sul suo blog e riporto qui di seguito. Alla citazione era mia intenzione aggiungere, semplicemente, “no comment”…Poi ci ho ripensato: commentare SI DEVE. Il pericolo più grande, a distanza di appena 65 anni (un battito di ciglia, nell’orologio della Storia) è dimenticare. O, peggio, far passare versioni in qualche modo aggiustate dai posteri (1984 di Orwell dice qualcosa?)…

Dalla mia periferia storica e geografica posso solo riportare i ricordi di Martino Muccioli, classe 1917, che l’8 settembre 1943 era soldato in Yugoslavia. I tedeschi lo presero prigioniero e lo portarono in Polonia, dove rimase fino al termine della guerra a lavorare in una fattoria. “Trattato peggio di uno schiavo – raccontava – ma comunque privilegiato rispetto a tanti compagni. Almeno qualche volta mangiavo patate e cavoli. Dormivo nella stalla con le bestie.”

Martino, mio padre, è stato uno dei fortunati che sono riusciti a tornare a casa, trovando lutti e distruzioni. Nel frattempo la sua fidanzata Pierina, mia madre, ferita gravemente, aveva avuto la famiglia decimata da una granata degli alleati. Il 25 settembre 1944 a Gambettola morirono in un sol colpo, sepolti dalla terra del rifugio in cui avevano tentato di salvarsi, suo padre, suo nonno, tre fratelli adolescenti, quattro cugini (bimbi e adolescenti) unici figli di zii rimasti disperati. Grazie a Dio Martino e Pierina si sono ritrovati, si sono sposati nel 1945 con abiti neri in segno di lutto. Hanno avuto quattro figli, di cui io sono l’ultima, nove nipoti e, al momento, cinque pronipoti.

Come tanti altri che l’hanno vissuta, loro oggi non sono più qui a raccontare la loro verità. Posso solo testimoniare il terrore dei ricordi di quegli anni, il sobbalzare – anche dopo quarant’anni – quando passava un aereo a bassa quota, l’avversione per chi vestiva di nero. Anche loro, così “piccoli”, hanno fatto un pezzo di Storia.
Nella scuola di oggi e di domani, quella raccontata da Chiaberge, queste “favole” chi le racconterà più?

Ecco il suo testo:

Dal diario scolastico 2008-2009 di uno studente del liceo «Claretta Petacci» di Salò.

Lunedì 8 settembre

Caro diario, oggi è il primo giorno di scuola, e il nuovo prof di storia, un tipo barbuto di nome La Russa, ci ha spiegato l’armistizio del 1943 e la Repubblica sociale, che aveva stabilito la sua capitale proprio nella nostra città. L’Italia era spaccata in due. Il prof ha detto che dobbiamo ricordare non soltanto i partigiani, ma anche i repubblichini: «Altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell’esercito della Rsi, soggettivamente, dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli anglo-americani e meritando quindi il rispetto, pur nella differenza di posizioni, di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d’Italia». Gabsosia004bignaziolarussa Poi è venuto a trovarci il preside, Giorgio Napolitano, e ha parlato della speranza di libertà e di giustizia «che condusse tanti giovani a combattere nelle formazioni partigiane». E del senso del dovere, della fedeltà e della dignità «che animarono la partecipazione dei militari, compresa quella dei seicentomila deportati nei campi tedeschi, rifiutando l’adesione alla Repubblica di Salò». A chi dobbiamo dar retta? Il preside a me sta più simpatico, ma il professore è quello che ci interroga e ci dà i voti. Insomma, l’anno comincia maluccio…

Giovedì 11 settembre

Oggi è venuto in classe il vicepreside, prof Silvio Berlusconi, e ha fatto un elogio di Italo Balbo, il gerarca fascista con la passione del volo, spedito dal Duce a fare il governatore in Libia: «Balbo in quel Paese – ha detto – fece cose egregie, cose buone. La colonizzazione italiana ha avuto anche aspetti positivi». La più bella della classe, reduce dal concorso di miss Linea Gotica (giuria presieduta da Erik Priebke), ha alzato la mano: «Ma allora perché abbiamo dato tutti quei soldi di risarcimento a Gheddafi?». Con la scusa di una zanzara che lo infastidiva, il vicepreside se n’è andato sbattendo la porta.Italo20balbo_2

Sabato 13 settembre

Il prof La Russa è ammalato, e oggi è arrivato il supplente, uno spilungone che si chiama Gianfranco Fini. Per prima cosa ci ha fatto fare un tema: «Partigiani e ragazzi di Salò». Noi, diligentemente, abbiamo scritto che vanno onorati allo stesso modo. Lui si è infuriato e ha dato l’insufficienza a tutti: «Non bisogna equiparare chi sta da una parte e chi dall’altra – ha spiegato –. I resistenti stavano dalla parte giusta mentre i repubblichini combattevano per una causa sbagliata». Chi ci capisce qualcosa è bravo… Sapete che vi dico? Se continua così, quasi quasi cambio scuola.

Il dialetto? Lingua biologica. Parola di gelatieri.

i gemelli nella loro insegna

Dalle 11.00 alle 02.00
Aperto 364 giorni.

Cius snà e de ad Nadel (chiuso solo a Natale)

Così recita il biglietto da visita di Fabrizio e Francesco Ceccarelli, gemelli gelatieri, poliglotti e appassionati studiosi di lingue. Durante l’estate, ma non solo, il loro locale di via Marecchiese, inaugurato lo scorso dicembre e riconoscibile dall’insegna coi loro simpatici faccioni disegnati, è méta di buongustai e di curiosi.

Si va dai gemelli per assaporare gusti dimenticati o sconosciuti, ma anche per conoscerli, per presentarli agli amici e per ascoltare quanto hanno da raccontare. Sono quasi un’attrazione della città: chi ha ospiti da fuori, li porta volentieri a fare una visita guidata nel gusto.

Già il benvenuto è speciale: quando i ragazzi riconoscono un cliente nuovo, quasi lo costringono ad assaggiare ogni gusto della loro produzione, di ciascuno spiegando nei dettagli ingredienti e caratteristiche. “Assaggi la liquirizia della Calabria – insistono col cucchiaino già pieno che solo a vederlo fa venire l’acquolina in bocca – Ecco anche la cassata siciliana e il vero pistacchio”. E mentre uno continua con le tentazioni, l’altro va nel retrobottega a prendere il sacchetto ancora sigillato ed etichettato proveniente da Bronte, per mostrare il colore verde vivo dei semi.

Per i turisti del gusto, l’importante è trovare Fabrizio e Francesco in vena di chiacchiere (cioè quasi sempre): possono tranquillamente disquisire di cibi ed ingredienti biologici e sani, così come dell’etimologia delle parole nelle varie lingue e della storia-geografia che lega i diversi linguaggi del mondo fra loro, dialetti compresi.

“Il dialetto è una lingua biologica, come il nostro gelato”, affermano con linearità sconcertante.

Non hanno forse ragione?

Nella vetrinetta che mostra i gusti che propongono, le etichette sono in dialetto romagnolo, sottotitolate in italiano: mòinta (menta), baleusa imbariega, (castagne affogate), arcòta s’al zròisi (ricotta e amarene), còcli s’i dàtar (noci con datteri)…

Se ti scoprono interessato (come poteva essere altrimenti per Cristella?) passerebbero ore a spiegarti che il riminese burdèl nel forlivese e nel ravennate diventa tabàc e nella Valle del Savio bastèrd.

Uno dice mezza frase e l’altro la termina: “Stiamo studiando il dialetto romagnolo, per legarci alle radici di una parte della nostra famiglia. Valori, per noi, di importanza inestimabile.”

Curiosa, la biografia dei gemelli Ceccarelli: nati a Città del Capo nel dicembre del 1978, sono rimasti là fino all’età di quattro anni. In seguito ci sono ritornati annualmente a trascorrere le vacanze estive dai nonni materni, oggi novantenni. Mamma Ester, sudafricana, ha origini olandesi-scozzesi, con un quarto di sangue di provenienza austro-ungarica. Il papà Flavio è nativo di Riccione. I gemelli parlano correttamente inglese e italiano. In più, Francesco conosce bene anche olandese, francese e greco. La passione del dialetto romagnolo, dicevamo, li stringe in un legame forte quasi quanto quella per il gelato “assolutamente genuino”. Continua a leggere