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La brèscla ad Baiètta

Il sito del “nostro” Laboratorio Urbano della Memoria (www.ippocampoviserba.it) si sta arricchendo, giorno dopo giorno, di scritti, testimonianze, fotografie…
Copio-incollo, per chi ama il dialetto, una poesia scritta nell’estate 2009 dal socio Vincenzo Baietta, insegnante in pensione (già vicepreside della Scuola Media di Viserba), che si sta rivelando una risorsa molto, molto preziosa.

La  brèscla

“L’è mèj tajè erba

quand ch’è piòv

che zughè a brèscla Continua a leggere

Una bella recensione a Cristella

Diciamo la verità: anche Cristella è sensibile ai complimenti…

Con qualche giorno di ritardo (e di ciò mi scuso con l’autore) ho letto la graditissima recensione scritta dal giovane poeta Riccardo Bertozzi e pubblicata sul suo sito il 16 giugno.

Ricky ha colto in pieno il senso del mio libro “Trama e ordito, mamme che tessono la vita” e, da poeta qual è, dimostra grande sensibilità e coinvolgimento nell’illustrarlo.

Che dire? Grazie! Con un grande sorriso in “stile Regina Cristella”…

Finalmente su questo schermo: i brazadél d’l’impajèda

Finalmente ce l’ho fatta!
E’ più di un mese che giro attorno ai brazadél d’l’impajèda, ricetta della tradizione romagnola rammentatami dalla Pierina d’e’ Zàqual, la suocera 98enne di mia sorella Teresa. La nonna, sapendo del mio interesse per la cucina del passato, un giorno mi disse: “Parché t’an fé i brazadél d’l’impajèda?” (perché non fai i bracciatelli dell’impagliata?)”
“Ma come si fanno, nonna?”
Sa saràl mai! T’fé di biscòt tònd s’e’ bus t’e’ mèz…” (cosa sarà mai! Fai dei biscotti tondi col buco nel mezzo…).
Beh, facile per lei.
Mi sono fatta spiegare per bene la ricetta e a casa ho provato. Siccome lei abita a Gatteo a Mare e io a Viserba e vado a trovarla una volta a settimana, per poterle far vedere il mio lavoro ho documentato con la fotocamera.
“No, no! Così non va – mi ha detto la prima volta – Buco troppo largo, biscotto troppo secco.”
Insistere, mai arrendersi. Alla seconda prova, il risultato è sembrato migliore già all’assaggio, anche senza l’approvazione della nonna. Ma il diavolo ci ha messo la zampino: la maestra di cucina romagnola è stata ricoverata d’urgenza per problemi al cuore, vecchio e stanco. Già pensavo di aver perso per sempre la possibilità di recuperare questa ricetta dalla fonte migliore (la memoria vivente delle vere arzdore), quando la situazione è migliorata e la nonna è tornata a casa, piuttosto pimpante e attenta come prima.
Ecco: subito, alla prima visita, arrivo io con le nuove fotografie.

i bracciatelli da infornare
i bracciatelli pronti

Ai sém! Stavolta i va bén!” (ci siamo, questa volta vanno bene!). Evviva! (in tutti i sensi…).

Allora, prima della ricetta, qualche riga sul perché questi biscotti si chiamano così.

Brazadèl o bracciatello: Quondamatteo scrive che “bracciatella” è voce del XIII secolo e il dolce è documentato, come bracidellus, in una glossa latina medievale del X secolo. Secondo la rivista di studi romagnoli “La Piè” deriverebbe dal fatto che veniva spontaneo, ai primitivi venditori, usare il braccio per tenerveli comodamente e in mostra. Era tradizione – lo dicono i libri, ma lo conferma la nonna – preparare questi biscotti a casa e portarli dal fornaio del paese per la cottura (quando il forno veniva spento, dopo il lavoro notturno del pane, e rimaneva la temperatura giusta per ciambelle e biscotti). Si preparavano per le cresime e per i battesimi, ma, specialmente, quando si andava a far visita a una donna che aveva partorito da poco. In quest’ultimo caso era la mamma della puerpera, che preparava un bel panìr ad brazadél (un paniere di bracciatelli) per farne dono alla figlia, che solitamente non viveva con lei. Ed è per questo che il loro nome è legata all’impagliata, così come viene definita in molte regioni d’Italia la neo-mamma.
Ecco cosa scrive il solito Gianni Quondamatteo sul termine impajèda: la puerpera è l’impajèda. Nelle “Relazioni dei parroci del dipartimento del Rubicone, al podestà di Forlì” (1811), c’è l’espressione a j’ò la moi int’la paja (ho la moglie nella paglia), che il marito pronunciava quando la moglie aveva partorito. Mentre a j’ò la moi in s’l’aròla (sull’arola) era detto quando la donna avvertiva le prime doglie. Alle prime doglie la donna sedeva davanti al focolare, coi piedi sull’arola, appoggiandosi alla conocchia. Impajèda era anche il pranzo in occasione del battesimo. Andém da l’impajèda (andiamo a trovare la puerpera) e le si portava in dono una gallina per fare un buon brodo, uova fresche, zucchero, caffè, ciambella. La prima uscita della puerpera era dedicata alla chiesa per l’offerta alla Madonna di un mazzo di candele.

Ricetta dei brazadél d’l’impajèda
Ingredienti:
500 g di farina 00; 200 g di strutto; 200 g di zucchero; 4 uova; 1 bicchierino di anice; 1 bustina di lievito per dolci; la buccia grattugiata di un limone.
Preparazione:
lavorare la farina, il lievito, lo zucchero, la buccia grattugiata del limone, lo strutto e il bicchierino di anice. Impastare tutto con le uova fino ad ottenere un composto sodo, che verrà avvolto in pellicola per alimenti e fatto riposare in frigo per un’ora. Col matterello stendere l’impasto fino ad ottenere uno spessore di 3 – 4 mm. Ricavarne delle forme rotonde utilizzando una tazza da caffelatte per il bordo esterno e un bicchierino da liquore per il bordo interno. Mettere i biscotti su una teglia foderata con carta da forno e cuocere a 160° circa per 10-12 minuti (si devono appena colorire).
Ai tempi della nonna Pierina non si faceva, ma oggi, in tempi di abbondanza, i bracciatelli si possono spolverizzare con zucchero a velo.
Buon appetito!

Là dove c’era il verde ora c’è…

Una delle cose che affascinano e appassionano Cristella è la ricerca storica, anche recente, sui luoghi in cui vive o ha vissuto.

Libri, riviste, singoli articoli, conferenze: se può, non se li lascia sfuggire. Da quando c’è internet che arriva in casa, poi, questo strumento invita a navigare in lungo e largo per approfondire la conoscenza del territorio. E allora, via con la fantasia: le mappe dal satellite più di una volta le hanno fatto passare ore a viaggiare senza muoversi dalla sedia.

In una di queste esplorazioni Cristella si è imbattuta in tre bellissime fotografie aeree della zona di Viserba, Rivabella, Celle, San Giuliano di Rimini riprese in tre epoche diverse: 1943, 1982, 2005.
Pasticciando con lo zoom si riesce anche a vedere i particolari più dettagliati.

foto aerea 1943

foto aerea 1982
foto aerea 2005

Quante cose sono cambiate nell’arco di 62 anni!

La reggia di Cristella nel 1943 ancora non c’era, ma il luogo ove sorge è riconoscibile poiché confinante col parco di Villa Ombrosa: sulla sinistra dell’immagine, a metà altezza fra il litorale e la via consolare Popilia (oggi Strada Statale Adriatica) di cui si vede un tratto in basso.

Sul territorio di questa fetta di Rimini Nord, allora occupato prevalentemente da orti e campi coltivati, oggi ci sono case, condomini, insediamenti produttivi, nuove strade, rotonde… Da non dimenticare che molto è stato edificato dopo il 2005. Quindi nell’ultima foto, almeno per quanto riguarda Viserba, manca ancora buona parte del Peep e del Centro Studi.
Un’ultima riflessione (è il caso di dirlo!) riguarda l’espansione del cimitero. E’ in basso, all’incirca alla metà delle immagini. Il Cimitero si allarga, si allarga… Lo spazio non basta mai.

Tra l’altro, dalla foto del 1943 si nota come, a quei tempi, l’unico accesso al Cimitero fosse quello sbarrato dal passaggio a livello della linea ferroviaria Rimini-Bologna. Due particolari (il passaggio a livello e l’incessante espandersi dell’edificazione del cimitero) descritti anche da Federico Fellini. Ecco due ricordi del regista.

Il primo è tratto da “La mia Rimini”, il secondo da un’intervista rilasciata al Corriere della Sera. Continua a leggere

Buttare il pane? Non si fa! Specialmente in tempi di crisi.

Schiacciato e nascosto da altri libri del reparto “Romagna” della mia libreria, in questi giorni è saltato fuori un opuscoletto di 48 pagine edito da Il Ponte nel 1992. Forse avrei dovuto riporlo nello scaffale “Cucina e ricette”, visto che si intitola “Pane al pane. Ricette regionali italiane per utilizzare il pane vecchio”.

Il titolo, ne sono certa, più di altri incuriosirà Danda e la sua amica d’Oltremanica Mrs Average, ambedue attente all’ecologia e al riciclo, nonché nemiche dichiarate degli sprechi di qualsiasi tipo.

pane al pane

Il libretto, per la cronaca, ha una prefazione dell’allora direttore del Ponte: il prete-giornalista don Piergiorgio Terenzi, già noto ai lettori di Cristella come maestro di scrittura. Lo stesso che ogni tanto collabora attraverso la rubrica “Lettera 22” in “Romagna e dintorni”del sito (a proposito: è ora che gli chieda un pezzo nuovo…).

“Un segno da rivalutare – scrive Piergiorgio – Nelle pattumiere delle nostre case si getta tanto pane; in Italia sono tonnellate ogni giorno. Eppure, non si può ignorare che al mondo ci sono milioni di persone che cercherebbero il pane anche nella spazzatura, pur di non morire di fame. Buttare il pane è un’offesa a chi non ne ha neppure per sopravvivere, ed è un atto economicamente sconsiderato. Per evitarlo basterebbe pensare che ci sono mille maniere per utilizzare il pane vecchio.”

Fra le tante ricette, che comprendono primi piatti, antipasti, polpette, crocchette, frittelle, dolci, piatti unici, ne riporto una che mi sembra promettere bene. E, particolare da non sottovalutare, è facile da preparare.

Torta di pane grattugiato

Ingredienti:

½ chilo di pane grattugiato, 3 etti di zucchero, 2 uova, ½ etto di burro (piuttosto scarso che abbondante), un cucchiaio di cioccolato amaro in polvere, un bicchierino di grappa, buccia di un limone grattugiata, cannella e chiodi di garofano, un pugno di farina, una bustina di lievito.

Mettere il pane in una zuppiera, aggiungere la farina, il cioccolato, gli aromi, il lievito, lo zucchero, il burro sciolto a bagnomaria, la grappa. Mescolare bene.
Alla fine aggiungere le uova sbattute.
Imburrare una teglia da torte e cospargerla di pane grattugiato.
Versare nella teglia l’impasto precedentemente preparato e cuocere in forno, a 180°, circa mezzora.

Buon appetito!