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30 dicembre, 2008

Buon anno, buon anno! Felicità per tutto l’anno!

Filed under: Senza categoria — Tag: — mcm @ 19:04

Tutti presi dai preparativi per il cenone e le danze del veglione di san Silvestro, i giovani non conoscono le numerose credenze e tradizioni legate al Capodanno, che sono però nella memoria di genitori e nonni.

Un esempio? Una volta si stava molto attenti agli incontri del primo di gennaio: donne e preti portavano male, così come i mendicanti, che preannunciavano miseria per tutto l’anno.

E proprio per prevenire ed esorcizzare questi incontri sgraditi, fino a qualche decennio fa era abitudine andare di casa in casa a “cantare il buon anno” (un po’ come succedeva la notte dell’Epifania coi gruppi della Pasquella). Sul far dell’alba del primo di gennaio bambini e ragazzi (rigorosamente maschi!) giravano per il vicinato bussando a tutte le porte.

Si annunciavano gridando a squarciagola il loro augurio per l’anno appena iniziato:

“Buon anno, buon anno! Felicità per tutto l’anno!”

Oppure, se erano in campagna:

Bon dé, bon an, bòna furtòna,
int la stala, int e’ stalèt, int la bisaca de curpèt

(buon dì, buon anno, buona fortuna, nella stalla,
nello stalletto, nella tasca del corpetto).

I padroni di casa li accoglievano offrendo dolci e qualche spicciolo. I primi servivano a riempire le pance, le monete andavano a formare il gruzzoletto che al mattino sarebbe stato diviso in parti uguali.

Erano anche vendicativi, questi ragazzi! Se in cambio del loro augurio non ricevevano alcunché, infatti, si allontanavano gridando:

Bon dé, bon an, ch’uv mura la sumara int e’ capàn!”
(buon dì, buon anno, che vi muoia la somara nel capanno!).

In ogni caso, le donne evitavano di andare a casa di qualcuno il primo di gennaio perché avrebbero portato disgrazia. Quindi, per prevenire un cattivo inizio dell’anno che avrebbe avuto ripercussioni malefiche su tutto il suo corso, non sarebbero state accolte.

Gli allegri gruppi del “buon anno” sopravvivono forse solo in qualche piccolo paese della Romagna e nei ricordi di chi oggi non è più bambino. I ragazzi moderni hanno perso questa tradizione. In compenso hanno fatto propria quella di paesi lontani, che comunque ci riporta a casa: “dolcetto o scherzetto” di Halloween non è forse la versione anglosassone dello stesso gioco di ruolo romagnolo?

Come dire: tutto il mondo è paese.

27 dicembre, 2008

Al pisghéini di Tiziana: il regalo di Natale più gradito

Filed under: Senza categoria — Tag:, — mcm @ 15:18

Hmmmm, al pisghéini! Un vero trionfo dei sensi.

In Romagna non ci sono molti dolci tradizionali come in altre regioni: ciambella, zuppa inglese, i dolci di carnevale… Le pesche dolci che propongo oggi sono, in un certo senso, una variante della zuppa inglese, visto che gli ingredienti e i colori sono pressoché gli stessi.

Al pisghéini sono il dolce preferito di quasi tutti i familiari di Cristella. Perché? C’è bisogno di dirlo? Erano la specialità di mamma Pierina, che le preparava per Capodanno e per l’Epifania. In ambedue le occasioni, oltre che alla propria famiglia, le peschine venivano offerte ai visitatori notturni (“dolcetto o scherzetto” di Halloween non è un’invenzione anglosassone), cioè ai gruppi di bambini, ragazzi e uomini (rigorosamente maschi) che andavano di casa in casa ad augurare “buon anno buon anno felicità per tutto l’anno” e a “cantare la Pasquella”.

Pronte da mangiare

In casa di Cristella bambina già verso Natale si dava il via alla preparazione tenendo da parte i mezzi gusci delle noci che si mangiavano per le feste, stando bene attenti a non romperli. Ne sarebbero serviti molti, da utilizzare come formine per le mezze pesche di pasta frolla. Ma, bando alle ciance. Ecco di seguito la ricetta completa delle peschine dolci romagnole, nella versione di Tiziana, la sorella di Cesenatico. E’ il regalo di Natale che ci ha fatto quest’anno: un tuffo nei sapori dell’infanzia, per la gioia di Cristella, Domenico e Teresa. (continua…)

24 dicembre, 2008

Anche quest’anno, il rito dei cappelletti

Filed under: Senza categoria — Tag:, , — mcm @ 21:06
Non sarò originale, ma in questa giornata di vigilia sono stata indaffarata, come penso la maggior parte delle donne italiane, nei preparativi culinari per il Natale. Quindi, mi vorrete scusare se, semplicemente, copio-incollo quanto scritto un anno fa. Il rito dei cappelletti s’è ripetuto anche oggi pomeriggio. Tale e quale. Come chissà quante volte in passato…

Buon Natale dalla Romagna!

“Mi siedo al computer solo ora, dopo un pomeriggio in cucina. (…)
Quello della preparazione dei cappelletti è un rito “nostro”. Sì, perché per tradizione si tratta di un lavoro collettivo: la suocera, la nuora (cioè la sottoscritta) e la nipote mezzo-romana che ha nostalgie culinarie romagnole. Un pomeriggio intero a tirare la sfoglia, tagliarla in quadratini, riempirla col “composto”, richiuderla e formare file ordinate di cappelletti sui vassoi infarinati.

Calcolandone una ventina a testa e tenendo presente che a tavola saremo undici, abbiamo preparato la bellezza di 300 cappelletti… Si sa come vanno queste cose: meglio stare abbondanti!

E’ tradizione, in Romagna, che la vigilia di Natale la famiglia si ritrovi per preparare questo tipo di pasta. Ognuno fa qualcosa. E, come succede sempre con le preparazioni tipiche, le ricette, seppur simili, sono differenti da famiglia in famiglia. Quelli che abbiamo preparati oggi, ad esempio, sono i cappelletti della Romagna del sud, col ripieno di carne macinata e formaggio grattugiato, più somiglianti ai tortellini bolognesi.

Quelli della mia infanzia, invece, sono più tipici della zona di Cesena e del Rubicone: più morbidi, col ripieno di formaggi, a cui si aggiunge solo una piccola parte di carne (solitamente petto di cappone). Sono i cappelletti della mia mamma, che li faceva seguendo la ricetta di Pellegrino Artusi.

Il mio “Buon Natale” ai lettori passa quindi attraverso questo piatto della tradizione, così come lo racconta il gastronomo di Forlimpopoli.
Peccato che attraverso Internet non si possano ancora inviare profumi e sapori. Chissà, forse in un futuro neanche tanto lontano questo sarà possibile… Intanto, godetevi la lettura in “stile Artusi”.
cappelletti
Da “La Scienza in Cucina e l’Arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi

Ricetta n. 7 – CAPPELLETTI ALL’USO DI ROMAGNA
Sono così chiamati per la loro forma a cappello. Ecco il modo più semplice di farli onde riescano meno gravi allo stomaco.
Ricotta, oppure metà ricotta e metà cacio raviggiolo, grammi 180.
Mezzo petto di cappone cotto nel burro, condito con sale e pepe, e tritato fine fine colla lunetta.
Parmigiano grattato, grammi 30.
Uova, uno intero e un rosso.
Odore di noce moscata, poche spezie, scorza di limone a chi piace.
Un pizzico di sale.
Assaggiate il composto per poterlo al caso correggere, perché gl’ingredienti non corrispondono sempre a un modo. Mancando il petto di cappone, supplite con grammi 100 di magro di maiale nella lombata, cotto e condizionato nella stessa maniera.
Se la ricotta o il raviggiolo fossero troppo morbidi, lasciate addietro la chiara d’uovo oppure aggiungete un altro rosso se il composto riescisse troppo sodo. Per chiuderlo fate una sfoglia piuttosto tenera di farina spenta con sole uova servendovi anche di qualche chiara rimasta, e tagliatela con un disco rotondo della grandezza come quello segnato. Ponete il composto in mezzo ai dischi e piegateli in due formando così una mezza luna; poi prendete le due estremità della medesima, riunitele insieme ed avrete il cappelletto compito.
Se la sfoglia vi si risecca fra mano, bagnate, con un dito intinto nell’acqua, gli orli dei dischi. Questa minestra per rendersi più grata al gusto richiede il brodo di cappone; di quel rimminchionito animale che per sua bontà si offre nella solennità di Natale in olocausto agli uomini. Cuocete dunque i cappelletti nel suo brodo come si usa in Romagna, ove trovereste nel citato giorno degli eroi che si vantano di averne mangiati cento; ma c’è il caso però di crepare, come avvenne ad un mio conoscente. A un mangiatore discreto bastano due dozzine.

20 dicembre, 2008

Col cervello? No, le donne ragionano con l’utero

Filed under: Senza categoria — Tag:, — mcm @ 21:31

Ancora assonnati, mentre la moka borbotta e il caffè riempie la casa col suo aroma delizioso, verso le sette e un quarto di mattina Cristella e il consorte di solito tengono la Tv sintonizzata su Rai Tre, dove la rassegna stampa quotidiana curata da Rai News 24 apre una finestra sul mondo.

Interessante, senza dubbio, anche se viene ascoltata un po’ distrattamente – data l’ora – mentre ci si prepara alla giornata di lavoro alternando le rispettive postazioni sul percorso bagno-cucina-guardaroba.

Ieri mattina, però, una frase di un giornalista ha fatto trasecolare tutti e due. Non ricordo da quale quotidiano si stava leggendo la notizia (che, comunque, era questa), ma le testuali parole sono state: “il papilloma virus, responsabile del cancro al cervello“.

Il giornalista in questione era di sesso maschile, se qualcuno ne avesse dubitato. Cristella ha cercato lo sguardo del Re consorte, sperando in un cenno di conforto.

“Beh, chiaramente si tratta di un lapsus: per molti maschi voi donne ragionate con l’utero, invece che col cervello…”

Ah sì? Allora ve la siete cercata!

Immagino che i pensieri si trovino più a loro agio nella calda culla di un utero, piuttosto che fra due c….oni!

Buon Natale…

16 dicembre, 2008

La card di Lia

Filed under: Senza categoria — mcm @ 21:56

Ci sono satire di serie A e altre di serie B.

Fra i tanti articoli della scrittrice ormai del tutto riminese Lia Celi - che ho sempre apprezzato, anche quando prende in giro noi, suoi concittadini – questo che trascrivo qua sotto, pubblicato sull’ultimo numero di Chiamami Città, è di primissima categoria.

Oltre che segnalarvi il sito di Lia, tra l’altro super mamma di quattro (dicansi 4!) bellissimi bambini, non faccio altro che suggerirvi la lettura dell’articolo ad alta voce.

Soprattutto le parti virgolettate messe in bocca al Ministvo Tvemonti.

Buon divevtimento, giovani!
Ecco come usare il gadget natalizio più in voga (di Lia Celi)
E tu ce l’hai già la Social Card? La versione aggiornata della tessera annonaria del tempo  che fu si profila come il non-status-symbol più imbarazzante dopo la palla al piede dei condannati ai lavori forzati: anonima come la Social Card, ma se ce l’hai addosso, è difficile dire che non è tua. Anzi, la Social Card imbarazza ancora prima di riceverla. Perché ti viene annunciata con una letterina ministeriale, suppongo di questo tenore: «Cavo  amico  (bisogna  immaginarla  letta con la voce del ministro Tremonti), dai dati in nostvo possesso ci visulta che tu sei un pezzente. Come sapvai, il tuo govevno ha vavato pev quelli come te una genevosa  iniziativa chiamata Social Cavd. Se sei effettivamente un movto di fame, vécati al più vicino uffcio postale a vitivave la tua Social Cavd. Attenzione: non è commestibile.»
Ora, sulla busta c’è scritto il tuo nome e indirizzo, e se da qui al 31 dicembre ricevi posta  da Tremonti, può esserci un solo motivo. Quindi bisogna subito occultare la lettera agli occhi dei vicini ficcanaso: uno sguardo indiscreto alla busta, e tutto l’isolato dedurrà che hai un reddito inferiore ai seimila euro (o sei uno spudorato evasore fiscale: nel caso, prima della busta, dovrai nascondere il Rolex e gli abiti firmati e dire in giro che il Suv nel tuo garage è di un amico). Dopodiché, indossata la maschera di Batman di tuo figlio per mantenere l’incognito, vai alle Poste, in un orario morto, onde evitare amici e conoscenti. Individui subito lo sportello giusto: è quello con una fila di Batman lunga così. «Social Card?» domanda l’impiegato. Arrossendo sotto la maschera, farfugli che la card
non è per te.  «Lo so, è per Robin, dicono tutti la stessa cosa», sospira l’impiegato, allungandoti il tesserino.
E ora, via al supermercato (quello più distante possibile da casa tua). E lì sei assalito dai dubbi.
Perché la Social Card vale 40 euro ma deve durarti un mese, e bisogna spenderla bene. Niente grana o filetto, meglio patate, legumi secchi e farina da polenta, che riempiono a poco prezzo il carrello e la pancia, sperando che la recessione finisca prima che ti venga la pellagra. (Casomai, investi qualche euro in un  integratore di vitamine del gruppo B, sempre meno caro di verdure e latte fresco.) Non dimenticare una saponetta: dopo tanti anni di sapone liquido ormai non sai più come si usa, ma dura di più e costa meno. E ora,  alla cassa. Qui mantenere l’anonimato diventa un’impresa. Se il supermercato è poco affollato, funziona una cassa sola, ci sono almeno due persone in coda e la cassiera è più in vena di chiacchiere. E’ preferibile aspettare l’ora di punta, quando tutti hanno troppa fretta per guardare chi sei e come paghi, l’importante è che ti levi dai piedi alla svelta. Scegli la fila con più studenti: hanno già abbastanza grattacapi per conto loro, ma, a differenza di adulti e anziani, non si bevono diciotto tiggì al giorno e ci sono serie  probabilità che la Social Card manco sappiano cosa sia. Dovessero farti qualche domanda sul tesserino azzurro, dì che è “social” nel senso di “social network”, come Facebook:  inserisci il tuo profilo sul sito del ministro Tremonti, e subito trovi tanti amici, alcuni dei quali lavorano alle casse dei supermercati. Hai visto mai che la Social Card diventa trendy?

www.liaceli.com

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