Archivi annuali: 2010

Viserba, la piazza, la memoria: Cristella e gli ippocampini

Sabato 7 agosto alle 21.30, in piazza Pascoli, il Comitato Turistico e l’associazione “L’Ippocampo Viserba – Laboratorio Urbano della Memoria” proporranno una serata di spettacolo intitolata “Viserba si racconta. Immagini e storia della Viserba di un tempo”. 

Un “C’era una volta” dedicato ai turisti più affezionati, ma anche ai concittadini: quasi un talk show di casa nostra.

Intervallati da momenti musicali, si alterneranno storie, letture di poesie, proiezioni di video e di immagini, rievocazioni di mestieri caratteristici, interviste a personaggi significativi e ricordi di concittadini famosi.

Sul palco della piazza centrale del paese andrà in onda Viserba e la sua gente. Il passato e il presente, fra leggende (come quella delle sabbie mobili del Surcion tratta dagli scritti del professor Enea Bernardi, che sarà letta da tale Cristella), poesia (con la presenza del famoso poeta Elio Pagliarani), arte e tanto altro. Non mancheranno alcuni invitati di prestigio, che saranno una sorpresa sia per i villeggianti che per i residenti.

Prossimamente, su questo schermo, il resoconto della serata, sperando che Cristella e gli altri ippocampini non vadano in panico di fronte alla platea… la piazza di Viserba in agosto (diverse età, provenienze e “sensibilità”)…  è un salto nel buio, un  vero azzardo!

Intanto, per chi fosse curioso:, ecco qui di seguito la storia delle origini de L’Ippocampo Viserba. Materiali e aggiornamenti nel blog e nel sito dell’associazione Continua a leggere

Imma, “bambina” violentata dalla Tv dei grandi

Ma lasciatela stare, quella bambina!

Giuro che ho sofferto, come mamma e come giornalista, quando ieri (o forse l’altro ieri), il Tg3 ha mandato in onda un’intervista alla piccola Imma nel suo letto d’ospedale.

Ma si può? Chi ha autorizzato, innanzitutto? Ci si lava la coscienza con il velo che nasconde il volto della bimba? Ma come si può andare a rompere, letteralmente, e cinicamente, quei momenti che dovrebbero essere di recupero psicologico, oltre che fisico.

Una qualsiasi persona che è rimasta dodici ore sepolta sotto le macerie, che ha le ossa rotte, che ha pianto ed ha avuto paura e non sa dove sia la persona che amava forse di più (“dormiva sempre dalla nonna, perché la accudiva”, ho sentito dichiarare da un parente; notare: la bimba accudiva la nonna, non il contrario!!!).

Insomma, una qualsiasi persona adulta in quelle condizioni ha diritto ad essere lasciata in pace, ad essere coccolata, rasserenata. Tanto più se si è di fronte ad una persona di appena dieci anni (anche se, da quanto s’è capito, Imma è già “grande” da un pezzo…).

Ma con quale cuore e coscienza quel giornalista è andato lì, dentro la stanzetta dell’ospedale che dovrebbe essere off-limits, col microfono a insistere con domande inutili, capaci solo di rivoltare il coltello nel dolore? “Come ti senti, chi ti manca, cos’hai pensato?”

“Ma vaff… Te, le tue telecamere e chi t’ha fatto entrare!!!”, avrei risposto io!

Ma l’avete sentito quel sospiro di Imma? Era la risposta di una bimba/adulta. Una risposta pesante come un macigno, piena di sofferenza.

Mi auguro che per Imma sia già iniziato un percorso di aiuto psicologico. Ma, soprattutto, spero di non vederla più in Tv, anche se gli avvoltoi dei vari “show verità” avranno già fatto le loro offerte alla famiglia…

Mi appello al Garante della Privacy, al Tribunale dei Minori, al codice deontologico dei colleghi giornalisti, alla Carta di Treviso… alla coscienza personale di ciascuno.

Il sole discreto, che non fa rumore. Omaggio a Elio Pagliarani

Anche quest’anno Viserba accoglie per le ferie estive il “suo” poeta.

Elio Pagliarani e la moglie Cetta Petrollo

Elio Pagliarani, uno degli ultimi esponenti della Neoavanguardia del Novecento, fondatore del Gruppo 63 e tanto altro ancora, sta infatti trascorrendo le vacanze insieme alla moglie Cetta nella sua casa in riva all’Adriatico. Non tutti lo riconoscono…

Nella piazza centrale, qualche sera fa, qualcuno gli si è avvicinato quasi timidamente… semplicemente per stringergli la mano.

Nella sua opera “La ballata di Rudi” Pagliarani ha descritto, con le tinte e i ritmi della sua poesia (“un rapper di neoavanguardia”, lo ha definito un critico) i luoghi e le persone di Viserba, la sua terra.

“Le sue liriche hanno raccontato i cambiamenti suoi e del suo paese (o meglio i suoi paesi-paesaggi) dagli anni ’50 al 2005.  Nei suoi scritti musicalità, tensione lirica e l’intenzione di narrare si condensano in una dimensione epica e drammaturgica.”

Uno dei paesi-paesaggi è proprio la nostra, la sua, la mia Viserba.

Un esempio? La spiaggia e il sole discreto, “che non fa rumore”.

Elio Pagliarani

La “La ballata di Rudi” (1995)

VI. A spiaggia non ci sono colori

A spiaggia non ci sono colori

la luce quando è intensa uguaglia

la sua assenza

perciò ogni presenza è smemorata e senza trauma

acquista solitudine

La parole hanno la sorte dei colori

disteso

sulla sabbia parla un altro

sulla sabbia supino con le mani

dietro la testa le parole vanno in alto

chi le insegue più

bocconi con le mani sotto il mento

le parole scendono rare

chi le collega più

sembra meglio ascoltare

in due

il tuo corpo e tu

ma il suono senza intervento è magma è mare

non ha senso ascoltare

Il mare è discreto il sole

non fa rumore

il mondo orizzontale

è senza qualità

La sostanza

è sostanza indifferente

precede

la qualità disuguaglianza

Gli intraducibili: cercando scaramàz arrivo ad scaranèda

Sì, cercando sul Dizionario Romagnolo Ragionato di Quondamatteo la parola scaramàz, sono arrivata ad scaranèda ad un altro termine che come il primo, se proposto in italiano, non rende nemmeno l’idea del significato originario. Per gli amici extraromagnoli urge una spiegazione, che lascio al buon Quondam Gianni.

Eccola…

Scaramàz:  tramestio rumoroso , chiasso, confusione. E’ fèva un scaramàz! (Faceva uno “scaramazzo”!). Sembra, la nostra, una voce onomatopeica. Nel pronunciarla si sente un rumore di vetri infranti, di seggiolate, di stoviglie che si rovesciano.

Scaranèda: colpo di sedia, tempi più seri, meno incruenti. I j a fat al scaranèdi (hanno fatto le seggiolate): tutt’al più c’era qualche testa rotta. Oggi si spara, per una parola, per un sorpasso. Nella locuzione l’è andè via ad scaranèda: si è allontanato in gran fretta, velocemente. Andè zò ad scaranèda (andar giù di scaranata), invece, significava gettarsi in acqua, d’estate, dalla banchina del porto-canale, non di tuffo, ma raccolti con le ginocchia contro il petto e le braccia intorno alle gambe, come seduti su una sedia.

E adesso, av salùt ma tòt!

Il Bar Dancing Sacramora nei ricordi di Malvina Tamburini

“Avevamo messo molti tavolini attorno al bar e avevamo uno dei primi televisori. Quando trasmettevano  ‘Lascia o raddoppia’ la gente di Viserba veniva da noi portandosi le sedie da casa!”

La pista da ballo del Dancing Sacramora


La signora Malvina Tamburini ricorda con un pizzico di nostalgia il periodo in cui gestiva il “Bar Dancing Sacramora”, all’interno del parco creato attorno alla pozza da cui sgorgava la famosa sorgente di acqua cristallina.

“Nel ‘49/50 la sorgente, anche se già famosa e frequentata, era un ‘coppo’ nel terreno che, allora, era di proprietà della famiglia Sarti (commercianti di stoffe in piazza Tre Martiri, dove oggi c’è il negozio Max Mara). In quegli anni i Sarti diedero in affitto questo appezzamento alla mia famiglia, che arrivava da Bellariva, come orto. Poco dopo il terreno venne acquistato da Cottarelli, un ricco medico milanese  che aveva un grande albergo a Riccione. Lui e sua moglie nel 1954 tennero a battesimo il mio primogenito, Paolo. Grande spirito imprenditoriale, il suo! Fu lui, vedendo quanta gente veniva a berla, ad avere l’idea di sfruttare l’acqua della Sacramora per l’imbottigliamento e il successivo commercio. Già a quei tempi pensava anche alla trasformazione di Viserba in stazione termale, ma le sue idee non vennero mai condivise dalle pubbliche amministrazioni a cui lui presentava i suoi progetti e neppure dai proprietari dei terreni che avrebbe voluto acquistare per realizzare il suo sogno. Il primo stabilimento aveva come unica operaia mia sorella Maria, mentre mio padre, già affittuario come ortolano, divenne il custode-factotum. C’era anche la Giuseppina Sarti, appena diciottenne, che faceva la contabile.”

La giovane Malvina Tamburini beve alla 'sua' Fonte

L’industria dell’imbottigliamento ebbe successo, tanto che pochi anni dopo, durante l’estate, vi lavoravano anche quindici persone.

“Cottarelli sostenne e incentivò la costruzione di un bar con annessa pista da ballo, che mi concesse poi in gestione – continua Malvina – A dire il vero lavorammo di badile io, mia sorella e una cameriera che avevo assunto, proveniente dalle campagne ravennati. Da sole abbiamo riempito con la terra i due fossi che c’erano (ci si pescavano le sanguisughe, che vendevamo alle farmacie). Poi abbiamo costruito un chiosco, la pista da ballo, la fontana rotonda sotto i salici piangenti. Un posto molto bello!”

Erano gli anni in cui spopolavano le orchestre, si ballava tutte le sere, la gente veniva appositamente a Viserba anche da lontano.

Il custode Augusto Tamburini inizia la costruzione del muretto della Fonte

“Avevamo due o tre camerieri. Non erano stipendiati, ma si tenevano le mance. Con questo sistema guadagnavano molto bene! Un’estate venne persino Adriano Celentano a cantare alla Sacramora! Il bar lo aprivamo molto presto, al mattino, perché c’era molta gente che veniva da Rimini per bere l’acqua. Ricordo i festeggiamenti del Millenario, nel 1957, con tantissime personalità. Venne inaugurato il bassorilievo e il dottor Cottarelli firmò pubblicamente, applaudito da tutti, un documento in cui si impegnava a permettere ai cittadini riminesi di attingere l’acqua della Sacramora nonostante lui avesse avuto la concessione di sfruttamento minerario per l’imbottigliamento. Poco dopo Cottarelli vendette ai Savioli, che trasferirono lo stabilimento più su, verso monte. Il bar l’ho gestito fino al 1958. Dopo di me l’ha avuto un altro gestore per una stagione. Poi basta. Un’avventura conclusa. Ci sono diverse cartoline che testimoniano quel periodo: le avevamo fatte stampare io e mio marito Guido. La didascalia recita: ‘Viserba, Fonte Romana Sacramora’. Sì, direi proprio che non salvaguardando e valorizzando questo luogo come meritava e come Cottarelli, nella sua lungimiranza, aveva sperato, Viserba ha perso una grande occasione!”

Intervista inviata anche all‘Associazione Ippocampo