Archivi annuali: 2007

Notizie… di prima mano

Ricordate il mio post sulle “dotazioni” di Luca Cordero di Montezemolo e di Diego Della Valle?

Bene. Non l’avrei mai sperato, ma l’appello lanciato nelle ultime due righe (scherzoso, naturalmente) è stato ascoltato. E ad alte sfere, che nemmeno potete immaginare!

Come giornalista regolarmente iscritta all’albo ho il diritto di non rivelare le fonti e non lo farò neppure sotto tortura. Per comprensibili motivi di… ehm… sicurezza coniugale, lo sa solo mio marito…

Ebbene, non vi svelo il mittente (più che attendibile, credetemi!), ma soltanto il testo del messaggio ricevuto l’altro ieri:

Da informazioni di prima mano apprendiamo che anche Della Valle è un pezzo grosso e non ha nulla da invidiare all’amico Luca.”

Su cosa l’espressione “di prima mano” voglia significare, lascio libera la vostra fantasia…

La mia risposta al messaggio?

Breve ed incisiva, come insegna il linguaggio giornalistico:

Mi fa molto piacere per lui. E per la sua partner!”

Chiamarsi Dora, a Rimini

Quando nacque la mia primogenita, nel 1986, come ogni mamma felice scelsi il nome con grande consapevolezza.
Doveva essere breve e suonare bene col cognome, non straniero (tutte quelle Katiuscie e Gessiche, scritte in tutti i modi e in tutte le salse!), ma neppure troppo frequente (in quel periodo andavano di moda Valentine, Giulie e Martine, che poi mia figlia a scuola se n’è trovate cinque o sei in contemporanea).
Insomma, dal libro dei nomi avevo infine scelto Teodora. Per il suo significato etimologico, che rispecchiava la mia gioia di quel momento (“dono di Dio”), gioia che dura tuttora, naturalmente. Poi, per rispetto a mio marito, non credente, pensai bene di abbreviare in Dora.

Solo qualche anno dopo la nascita della pargola scoprii che a Rimini “andare dalla Dora” è un modo di dire radicato e non proprio semplice da spiegare ad una bimba. Ne sorrideva, qualche tempo fa, anche Sergio Zavoli, a cui raccontavo questa storia familiare. Ci ho sorriso pure io. “Vabbè – mi sono detta – il nome che ho scelto per il mio ‘dono’ è comunque meraviglioso e originale. Ce ne sono così poche, di Dora come la mia…”
Per i lettori non riminesi viene utile una breve spiegazione.

Fino al 1958 “la Dora” di Rimini era la più nota tenutaria di casa chiusa, in via Clodia, la strada dei bordelli (come via delle Oche a Bologna, per intenderci, quella in cui è ambientato l‘omonimo racconto di Carlo Lucarelli). La Dora cambiava le ragazze ogni due settimane e per mettere in mostra i nuovi arrivi (ah, la pubblicità!) organizzava un giro in carrozza.

Ritroviamo “la Quindicina” della Dora anche nelle immagini di Fellini e nei racconti di Zavoli.
“Le falene, così erano chiamate dagli studenti, arrivavano in città un sabato sì e uno no, come reparti che si diano il cambio sulla linea del fronte. Una catena che non oso chiamare di Sant’Antonio, teneva legate l’una all’altra le ‘case’, un provvido scambio quindicinale serviva a rinnovare la scena, se non proprio il copione. La domenica, a mezzogiorno, era di rito la passeggiata con la carrozza scoperta perché la gente vedesse. L’esibizione attirava un codazzo di bambini che si arrampicavano schiamazzando sul mantice, respinti da mani quasi materne. I virtuali clienti occhieggiavano dalle finestre, dai bar, dai negozi, valutando pezzo per pezzo quel bouquet di donne offerto all’invisibile platea in un modo che accordasse la propaganda con la discrezione, le regole della salvaguardia privata con quelle della pubblica sicurezza. Così, mentre dalle vetture le ragazze si guardavano intorno, attraverso vetrine e finestre la gente perbene vedeva e non vedeva. Alla fine della passerella – girato l’angolo e presa la strada della stazione, con la città finalmente alle spalle – i cavalli volgevano quasi in fuga verso il mare, sospinti dalle grida festose delle falene. E lo spettacolo, quello innocente, finiva lì.” (da “Romanza” di Sergio Zavoli, 1987, Mondadori Editore).

C’è stata solo un’occasione, ultimamente, in cui avrei volentieri strozzato un attempato signore riminese che in luogo pubblico ha voluto fare il simpatico, secondo me sbagliando tempi e modo.
Ero alla festa annuale dei donatori di sangue in rappresentanza della ragazza, donatrice da tre anni ed impossibilitata ad essere presente poiché studia a Roma, a Tor Vergata. Come lei, un’altra Dora quel giorno veniva premiata con la borsa di studio destinata agli studenti donatori. Al mio turno ho voluto richiamare questa bella coincidenza (lo so, che ogni tanto dovrei stare zitta, lo so!).
“Dora significa dono – ho detto al microfono – e oggi avere due ragazze donatrici di sangue, a Rimini, che portano questo nome mi pare sia un bel segno.”
Il tipo che mi stava premiando (anzi, premiava Dora per vece mia), prende il microfono e dice, sogghignando: “Però ai riminesi di una certa età la Dora fa venire in mente un’altra cosa…”
Mi dispiace solo di non essere stata pronta a rispondergli a tono.
La battuta giusta m’è venuta poco dopo, a scoppio ritardato, quando non avevo più il microfono a disposizione.
“Beh, ho comunque ragione io – gli avrei detto – pensa un po’ quanti bei doni, da parte di ‘quella’ Dora, per i riminesi come te!”

“Sorellanza” è anche tramandarsi una ricetta di stagione

Fino a quattro mesi fa quando avevo bisogno di qualche consiglio (o magari soltanto di una piccola consolazione), facevo un numero di telefono di Gatteo a Mare. E’ il luogo dove sono cresciuta, venti chilometri a nord da qui, appena al di là dello storico fiume Rubicone (il grande passaggio, in senso contrario a quanto fatto da Cesare, io l’ho vissuto nel 1983, col matrimonio).

Immancabilmente, a quel numero rispondeva la dolce voce della mamma.

“T’é voja ad tètta?” (hai voglia di tetta?), scherzava, immaginando che una richiesta del tipo “voglio fare la seppia con piselli, mà, cosa devo mettere giù prima, la seppia o i piselli?”, in realtà significasse “mamma, oggi sono un po’ in crisi e avevo voglia di sentirti”.

Ora quel telefono suona a vuoto.

Per fortuna, però, non sono figlia unica e la mamma ha lasciato in eredità i suoi tanti saperi alle mie due sorelle e a mio fratello, oltre che a me.

Teresa è la maggiore, ci separano dodici anni. Quand’ero bambina è stata una vice-mamma. Ora è il telefono di Teresa a squillare più spesso. Tutti la chiamiamo, quasi quotidianamente, per sapere… come si cucina la seppia con i piselli.

L’ultima volta che sono andata a trovarla mi ha regalato un barattolo di delizie: i fichi sciroppati come li faceva la mamma.

Ecco la ricetta, giusta per il mese che inizia oggi.

“Cogli l’attimo fuggente – direbbe qualcuno – E, per non perderne il sapore, conservane un po’ per i mesi più freddi”.

Magari si potesse fare così con tutte le cose buone (e belle)!

Fichi sciroppati di Teresa
Ingredienti
4 chili di fichi “tosti”, appena colti, col loro picciolo
1 chilo di zucchero
la buccia di un limone
Preparazione
In un pentolone antiaderente (vanno bene quelli di acciaio col fondo grosso) si mettono quattro chili di fichi interi col loro picciolo, precedentemente lavati e scolati, un chilo di zucchero e la buccia di un limone (la parte gialla) tagliata a striscioline o dadini.
Si lascia sul fuoco finché lo zucchero si è trasformato in sciroppo e i fichi cambiano colore e diventano marroncini.
Si mettono ancora caldi nei barattoli di vetro puliti, si chiudono e si lasciano raffreddare lentamente (anche due giorni) avvolti in panni o coperte.

Si mangiano anche dopo mesi.

A me piacciono insieme ai formaggi o sopra le cantarelle.

Buoni anche sulla piada calda, magari distesi sopra ad un leggero strato di stracchino fresco.

Io ho già l’acquolina in bocca? E voi?

Oggi è il Blog Day

Blog Day 2007 

Oggi è il Blog Day. Così almeno ho letto in alcuni blog che frequento.

Essendo “nuova del settore”, mi affido quindi alle informazioni datemi dagli altri.

“Il Blog Day è iniziato con la convinzione che i blogger dovrebbero avere un giorno da dedicare a conoscere altri blogger, di altri paesi o aree di interesse. Quel giorno i blogger li raccomanderanno ai loro visitatori. Durante il Blog Day ogni blogger posterà una raccomandazione di 5 nuovi blog. Quel giorno tutti i lettori di blog si troveranno a navigare e scoprire nuovi, sconosciuti blog.”

Bene. Nella mia breve esperienza (tre mesi o giù di lì) ho imparato che un blogger che si rispetti deve leggere i blog degli altri (è un po’ come la storia di quelli che vogliono fare gli scrittori ma hanno la biblioteca spoglia…).

E, possibilmente, è opportuno lasciare commenti, farsi conoscere. La rete vive di questo, di scambio.

Il primo blog che segnalo, quindi, è quello di Placida Signora, presente quotidianamente con le sue pillole di saggezza, la sua ironia, le storie e le curiosità che spesso incontrano la mia sfera di interessi. Placida Signora risponde a ciascuno dei suoi commentatori, dimostrando così una cortesia che li affeziona. E’ successo anche con me.

Il secondo blog (preciso che questa non è una classifica, intesi?) è quello della Principessa sul pisello. Mi ha attirato il nome e ho subito curiosato. Bella scrittura, contenuti “tosti”, post da rileggere periodicamente quando un sassolino nella scarpa (o un pisello sotto al materasso) ti disturbano la vita. Vai, Marina, sei forte!

Tre: La torre di Babele, il blog del giornalista Pino Scaccia. Non penso che abbia bisogno di tante presentazioni… Accidenti, però, non riesco a lasciare commenti (devo imparare ad usare al meglio ques’ostia di computer).

Quattro: Liuk, ovvero Luca di Chiavari col suo Miarrangio. Perché mi ha segnalato (!!!!); perché mi ha consigliato la ricetta del pesto genovese; perché s’incazza con quelli della Telecom e perché… insegna a coltivare l’orto sul balcone.

Quinto, un blog che ho scoperto solo ieri sera, ma mi piace un sacco. Si tratta di Shaindel, una studentessa di lingue 22enne che dal Venezuela impara l’italiano attraverso i blogger. Non dico di più: leggerla per credere.

Ne avrei altri da segnalare, ma il gioco del Blog Day ne prevede solo cinque.

Magari la prossima volta, ok?

Blog Day

Montezemolo “il grande” in prima pagina

Ce ne sarebbe abbastanza per pubblicare un’antologia. 
Scorrendo attentamente le pagine dei giornali mi capita di notare, oltre ai titoli con gli immancabili errori di ortografia (nell’era del computer, ahinoi, non ci sono più i vecchi e cari correttori di bozze) accostamenti o giochi di parole curiosi.
Penso non sempre voluti, ma piuttosto legati al caso.
Ricordo un bel titolo a caratteri cubitali, qualche anno fa, sotto la fotografia di un assessore comunale di Rimini, oggi consigliere, che all’epoca si stava occupando di uno dei tanti motori immobiliari cittadini.
“L’affare si ingrossa!”, titolava in prima pagina il quotidiano locale più letto.
 Probabilmente sono particolarmente maliziosa, ma a me, ogni volta che incontro il tizio in questione, viene sempre da ridere…
 La stessa cosa mi è successa oggi.
Dalla prima pagina dell’edizione riminese de Il Resto del Carlino sorridono i faccioni di Luca Cordero di Montezemolo e di Diego Della Valle, ospiti del Gran Premio di Motociclismo che si terrà fra pochi giorni a Misano, a due passi da qui.
Sulla foto campeggiano due parole: “Pezzi grossi”.
Una sana risata, questa la mia immediata reazione. Proprio ieri, infatti, lo stesso giornale aveva pubblicato un articolo a firma del suo direttore Mazzuca intitolato “Lo ‘zizì’ di Luca risolleva l’Italia”. Un pezzo di colore sulle dimensioni “degne di nota” di cui è dotato il Luca nazionale, oggetto dell’ultimo gossip estivo fomentato dagli scatti rubati dal solito paparazzo.
Fotografie, titoli, vignette talvolta dicono più di lunghi articoli. La satira e l’ironia, in questi casi, sono anche più dirette ed efficaci.
Per la cronaca: nella foto del Carlino, Montezemolo, con quell’espressione un po’ compiaciuta, pare stare al gioco…  
Chissà se anche Della Valle può competere con Mister Fiat-Confindustria, come “pezzo grosso”?

Mi pare di sentire un coro di donne: “fatecelo sappé”.
O, ancor meglio: “fatecelo veddé!”