Archivi annuali: 2007

Eccomi. Ci sono ancora!

Una settimana senza connessione Internet? Non poteva capitarmi di peggio.
A parte le cause (Adsl, Telecom, guasti veri o presunti, grrr!!!!!!!!!!), mi ritrovo in piena crisi d’astinenza, col marito che minaccia un pugno in testa.
“Così, almeno sentirai meno male, cara Cri. ”
In attesa di riprendere possesso delle facoltà – mentali e connettive – medito e vi invito a meditare su questo decalogo che mi inviò tempo fa l’amico Kikko.
A presto, cari lettori…

Se riuscirò a sopravvivere ad un solo altro giorno (così ha promesso il tecnico) di black out mediatico.

Ti rendi conto di vivere nel 2007 quando…

1. Per sbaglio inserisci la password nel microonde.

2. Sono anni che non giochi a solitario con carte vere.

3. Hai una lista di 15 numeri di telefono per contattare i tuoi 5 familiari.

4. Mandi e-mail alla persona che lavora al tavolo accanto al tuo.

5. Il motivo per cui non ti tieni in contatto con i tuoi amici e familiari è che non hanno indirizzi e-mail.

6. Rimani in macchina e col cellulare chiami a casa per vedere se c’è qualcuno che ti aiuta a portare dentro la spesa…

7. Ogni spot in tv ha un sito web scritto in un angolo dello schermo.

8. Uscire di casa senza cellulare, cosa che hai tranquillamente fatto per i primi 20, 30 (o 60) anni della tua vita, ora ti crea il panico e ti fa tornare indietro per prenderlo.

10. Ti alzi al mattino e ti metti al computer ancora prima di prendere il caffè.

11. Cominci ad arrovellarti il cervello alla ricerca di modi per sorridere. : ) ) :> :->

12. Mentre leggi tutto questo ridi e fai Sì con la testa.

13. Sei troppo occupato per accorgerti che su questa lista manca il punto 9.

14. E ora… sei tornato indietro per vedere se davvero manca il punto 9… E ora stai ridendo da solo

I sogni si nascondono sulle nuvole

I sogni si nascondono nelle nuvole. Tornano giù, sulla terra, solo quando si avverano.
Protagonista di una mia favola è Trilly, una piccola fata che col suo retino ogni notte vola sopra i tetti delle città alla ricerca dei sogni perduti, quelli che stanno lassù, sulle nuvole.
Quando queste si riempiono troppo, i sogni ricascano giù. I brutti sono incubi e scendono trasformandosi in grandine e tuoni, quelli belli diventano pioggerella sbarazzina che scende delicata. Trilly, col suo retino, cerca di acchiappare quelli che stanno cadendo per sbaglio, per rimetterli al loro posto, ognuno sulla sua nuvola. Perché quando si fa confusione coi destinatari dei sogni, succedono grossi guai!
Ognuno ha i suoi sogni ricorrenti.
Io volo. Talvolta in alto, evitando il traffico delle automobili, ma rischiando di impigliarmi nei rami degli alberi più alti e nei fili dell’alta tensione. Altre volte volo più basso, solo qualche centimetro da terra e – sempre nel sogno – mi meraviglio che chi mi sta vicino non faccia caso a questo mio superpotere.
Sogno spesso l’esame di maturità (trent’anni fa!), ma anche le corse per non perdere il treno che per otto anni mi ha portato a scuola (eppure ero sempre la prima, in stazione, visto che i miei genitori mi hanno educato a “non arrivare mai tardi”).
Gli esami da sostenere, i treni da non perdere, gli appuntamenti da rispettare, volare un po’ più in alto degli altri: c’è materiale per qualche psicanalista, vero?
Oggi scrivo di sogni perché m’è capitato fra le mani un volume di Raffaello Baldini (“La nàiva, furistìr, ciacri”, Giulio Einaudi Editore Torino, 2000), poeta santarcangiolese che ho incontrato due o tre volte (l’ultima per la grande festa del suo 80° compleanno, al teatro Supercinema, qualche mese prima della sua scomparsa).
Aperto a caso il libro, mi ha attirato una bella poesia di Lello sui sogni.
A parte il sognare “dal doni bèli” (nel mio caso si tratta di “oman bél”) questi versi fotografano anche le mie notti oniriche.
I insogni (di Raffaello Baldini)
La nòta, mè, un insògni taca cl’èlt,
tòtt’ al nòti, l’è un cino, mo dabòn,
mé quant a m’indurmént,
l’è cm’a féss e’ bigliètt, quèll ch’u m suzéd,
a còrr, a voul, di post ch’a n gn’ò mai vést,
i m da dri, dal paéuri, u m bat e’ cor,
dal dòni, bèli, dal zità ch’a m pérd,
di culéur, zéinta véiva, zéinta morta,
ma dal cumbinaziòun ad robi che
dal volti a déggh, sémpra tl’insogni, quèsta
a la vooi racuntè, pu la matéina
a m svégg, a péns, a péns,e a n’m’arcòrd gnént.
 

I sogni
La notte, io, un sogno via l’altro,
tutte le notti, è un cinema, ma davvero,
io quando mi addormento,
è come se facessi il biglietto, quello che mi succede,
corro, volo, dei posti che non ho mai visto,
mi rincorrono, delle paure, mi batte il cuore,
delle donne, belle, delle città che mi perdo,
dei colori, gente viva, gente morta,
ma delle combinazioni di cose che
delle volte dico, sempre nel sogno, questa
la voglio raccontare, poi la mattina
mi sveglio, penso, e non mi ricordo niente.

T’ci propri un invurnìd!

Tornando a casa dall’ufficio in sella alla mia bicicletta elettrica, oggi pomeriggio avevo la testa fra le nuvole – come capita abbastanza spesso – e pensavo alle due settimane di ferie che mi attendono…

Disegnato al centro del centro della città di Rimini (l’antica piazza del Foro, oggi piazza Tre Martiri) da qualche anno c’è un grande sole. Ogni volta che passo di lì, come gesto forse scaramantico, ho la mania di voler tagliare il sole esattamente a metà (un po’ come quando, camminando, cerco di non calpestare le righe fra le mattonelle…).
Insomma, per farla breve: distratta com’ero, ho rischiato di investire una coppia di anziani signori che, a biciclette appaiate, tagliavano il sole nell’altro verso.
Os-cia, ac invurnìda!”, mi ha gridato dietro uno di loro, quello che ad una prima occhiata sembrava ancor più rintronato della sottoscritta.
Invurnìd, invurnìda: chi frequenta un romagnolo avrà già sentito questo termine.
E’ un po’ come pataca, non facile da tradurre tutto d’un colpo.
Secondo Friedrich Schurr (professore austriaco che si specializzò nello studio del dialetto romagnolo), l’etimologia di questa parola deriva dal latino volgare ebrionia (da cui deriva pure il toscano sbornia e il francese ivrogne).
Gianni Quondamatteo, nel suo Dizionario Romagnolo Ragionato, spiega: “invurnìd significa stordito, intontito, istupidito, sciocco, tonto, tardo. In molti casi senza commiserazione alcuna, ma con un pizzico di rabbia, di cattiveria. Sa sit invurnit oz? (Sei invornito, oggi?) dici quando trovi un lavoro malfatto. Se gli autori sono più d’uno, invece, J è na squedra d’invurnìd! (Sono una squadra di invorniti). Di una persona anziana dici: ormai l’è bèla dvènt invurnìd (Ormai è quasi diventato un invornito).”

Per fortuna i freni della bicicletta hanno funzionato. Altrimenti, i giornali di domani titolerebbero:

Con la testa fra le nuvole oscura il sole della piazza
Invornita di mezza età investe due attempati pataca
Tutti i particolari nella pagina degli spettacoli


Oltre che invornita, pure curiosa: qualcuno sa come si traduce in altre lingue e in altri dialetti?

La storia di Viserba scritta nella vecchia Corderia

Una pagina intera. Non speravo tanto!
Quando, l’altro ieri, ho proposto al direttore de Il Resto del Carlino di Rimini un pezzo sulla vecchia Corderia di Viserba, non speravo certo in una pagina intera del giornale, con tanto di fotografie.
Oggi la quarta pagina è quasi tutta mia!
Qualcuno riderà di questo mio entusiasmo… Eppure questi, secondo la filosofia di Regina Cristella, sono tocchi di bacchetta magica.
Non mi faranno ricca, ma gratificano alquanto.
Riporto qui di seguito i testi integrali che avevo preparato in prima battuta e che poi, nella parte storica, ho dovuto giustamente tagliare (sennò ce ne sarebbero volute due, di pagine). Questione di moduli: chi è del mestiere può comprendere.
Peccato solo che il giornale stampato non abbia le prerogative del web: qui, infatti, potete vedere tutta l’area ripresa dal satellite, mentre qui una serie di fotografie secondo me meritevoli di essere esposte in una mostra ad hoc (di Jguana Jo, che ancora non conosco).

So che ogni tanto passa da questo blog qualche amministratore del mio quartiere e della città: fateci un pensierino, alla mostra storica nella “Nuova Corderia”, se mai ci si metterà d’accordo su come dovrà essere… Continua a leggere

I prepotenti del disco orario

Giuro che l’articolo sui parcheggi di Viserba, oggi su Il Resto del Carlino di Rimini, non l’ho scritto io. E non sono neppure “il cittadino che definisce la situazione alquanto bizzarra”.

Se in una frazione come la nostra quasi tutti i parcheggi (pochi, a dire il vero) situati nei dintorni degli esercizi commerciali più frequentati sono a disco orario, dobbiamo solo ringraziare chi l’ha deciso…

Un’ora basta e avanza per andare a comprare il giornale e prendere un caffé. Basta per fare la spesa al mercatino della frutta o acquistare qualcosa in farmacia…

“Se non vuol prendere una multa – dice il protestante – chi lavora alla casa di riposo o al mercato ortofrutticolo deve uscire ogni ora a cambiare il disco. Cosa assurda, anomala e fuori senso. Il parcheggio libero, a 300 metri, è troppo scomodo”.

Sarò antipatica, ma io a questa gente la multa la farei doppia! Il disco orario è messo lì proprio per dare la possibilità a tutti di fermarsi quel tanto che basta per il pane, il giornale, l’aspirina…

A parte il fatto che 300 metri a piedi farebbero bene a tutti e che in altre situazioni non ci si lamenterebbe proprio (chiederei a chi abita a Milano o a Roma, cosa pensa quando trova un parcheggio libero e gratuito a 300 metri dalla sua meta), avrei compreso una protesta del tipo: “chiedo ai vigili di avere un occhio di riguardo se tolgo la macchina dopo qualche minuto dalla scadenza del disco, perché magari l’impegno che avevo si è protratto”.

M’è capitato, tempo fa, di andare per un acquisto importante da un negoziante di Viserba (niente nomi, non è il caso). Pioveva a dirotto e tutti i posti – a disco orario – di fronte al suo negozio erano occupati. Parcheggiai dunque un po’ distante e, nonostante ombrello ed impermeabile, arrivai lì grondante.

“Vengo subito a servirla, signora – disse il tipo appena entrai – mi assento un attimo per andare a cambiare il disco orario alla macchina.”

Un bel Suv ingombrante, parcheggiato esattamente di fronte alla vetrina.

Ci tornereste, voi, a fare la spesa lì?