Archivio mensile:Marzo 2009

Rimini: il mare d’inverno e i soldatini in fila

“…Pensare a Rimini. Rimini: una parola fatta di aste, di soldatini in fila. Non riesco a oggettivare. Rimini è un pastrocchio, confuso, pauroso, tenero, con questo grande respiro, questo vuoto aperto del mare. Lì la nostalgia si fa più limpida, specie il mare d’inverno, le creste bianche, il gran vento, come l’ho visto la prima volta.”

(Federico Fellini, tratto da La mia Rimini, Cappelli, Bologna, 1967)

il molo di Rimini in un giorno di burrasca. dicembre 2008

Esterno notte.

Sera d‘estate a Rimini. Terrazza del Grand Hotel. La facciata dell’albergo è illuminata a giorno. Musica di sottofondo affidata alla magica voce di una bella ragazza mora seduta al pianoforte. Numerosi ospiti in abito da sera ai grandi tavoli rotondi. Via-vai di camerieri in giacca bianca.

E’ il 13 luglio 2008.
Paolo ed io siamo fra gli invitati al Gran Galà dello Ior, l’Istituto Oncologico Romagnolo, di cui siamo volontari da diversi anni.
Non siamo ospiti di primaria importanza, ma ‘gregari’. Forse per questo il tavolo riservato a noi e ai nostri amici è ai bordi della terrazza, l’ultimo della fila.

Per fortuna, penso ora.

Da quella postazione non ho mancato di ammirare gli ospiti ‘veri’ del Grand Hotel: i clienti residenti che stavano cenando nella sala da pranzo le cui vetrate erano lì, a portata dei miei sguardi curiosi.

Non vi dico l’eleganza di signore e signori! Molti evidentemente erano stranieri. Li osservavo quando, di tanto in tanto, si alzavano per recarsi al bar o per uscire ad ascoltare il “nostro” concerto.

La mia attenzione, a un certo punto, è stata attirata da un bimbetto sui sette anni che aveva in mano un video-gioco (o forse era una pallina verde?). Biondo, capelli lisci e lunghi fino alle spalle, calzava un enorme cappello da marinaio e vestiva alla marinara.

Mi dispiace solo di non aver avuto la prontezza di fotografarlo. Quindi, pur non essendo brava a disegnare, ho provato a fissarlo su carta con penna e pastelli.
Eccolo.

il marinaretto al Grand Hotel di Rimini

I genitori, giovani e biondi pure loro, magri e belli, potevano essere inglesi o russi. Comunque stranieri.

La visione di questo bambino mi ha colpito perché avevo appena letto, sulle pagine di un quotidiano locale, un articolo di Gianfranco Angelucci, ai tempi stretto collaboratore di Federico Fellini, che racconta la cronaca del 3 agosto 1993, quando il Maestro venne colpito da un ictus mentre si trovava qui, al Grand Hotel.

“Quel giorno – raccontava il regista – fui salvato da un angelo vestito da marinaretto”.

La figura del marinaretto ritorna spesso nella vita, reale e onirica, di Fellini.

Qualche volta mi capitano sotto gli occhi delle fotografie dove ci sono anch’io, col vestito da marinaretto, ritto in piedi con mio fratello, dietro a mio padre e mia madre seduti su due poltroncine di velluto; lo ricordo perché abbiamo dovuto portarle da casa fino allo studio del fotografo, socialista e sorvegliato dal Questore”.

E in quasi tutti i suoi film il marinaretto appare, anche solo fugacemente.

Un sogno divenuto ossessione, forse. O il contrario…

In quel caldo martedì d’agosto di quindici anni fa, dicevamo, quando l’ictus colpì il regista alloggiato nel “suo” Grand Hotel, si disse che l’allarme venne dato da un piccolo ospite straniero vestito da marinaretto. Il bambino, sentendo i lamenti provenienti dalla stanza 316, aprì la porta, trovò il maestro riverso sul pavimento e corse a chiamare aiuto.
Ma in quei giorni nessun bambino con quelle caratteristiche alloggiava al Grand Hotel.

Realtà o sogno? Solo Federico potrebbe dirlo.

Sempre l’estate scorsa, a Bellaria, ho avuto l’occasione di incontrare Sergio Zavoli, il grande giornalista amico di sempre di Fellini. Gli ho chiesto se avesse mai sentito parlare di questa versione dei fatti. Un sorriso malinconico ha accompagnato la sua risposta.
“No, cara. Non è andata proprio così. Ma stai certa che Angelucci l’ha saputo dal diretto interessato: una delle tante ‘storie vere’ raccontate dal fantasioso Federico.”

Mi sono divertita a scrivere un raccontino su questa strana coincidenza. Eccolo.

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Il popolo chiede pane? Dategli un sondino.

Avete presente quelle vignette che raccontano più di pagine intere scritte da fior fiore di giornalisti?

Un “amico” di Face Book (sì, anche Regina Cristella s’è lasciata affascinare dalla sirena) oggi ha aggiunto sul suo profilo un quadretto che riassume due delle questioni più scottanti all’ordine del giorno su tutti gli organi di informazione.

ironia amarognola di Arnald

Non aggiungo altro, se non il consiglio di aprire il blog di Arnald e salvarlo fra i preferiti: diversamenteoccupati.it è un viaggio nel lavoro e dintorni (e nel non lavoro) visto da una prospettiva molto arguta.

“Le tue vignette lasciano l’amaro in bocca”, sono i commenti che ogni tanto Cristella lascia all’amico Arnald, che periodicamente apre la sua finestra anche su Jobtalk, il blog de Il Sole 24 Ore dedicato al lavoro e curato da Rosanna Santonocito.

Che me ne farei di un ominicchio?

Leonardo Sciascia nel suo “Il giorno della civetta” divide le persone in cinque categorie.

“…l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più in giù: i piglianculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo… Anche lei, disse il capitano con una certa emozione.”
Paolo, 45 anni fa e senza baffi
Cristella è abituata troppo bene: il re consorte appartiene alla prima categoria (l’incontro, in caso contrario, sarebbe stato impensabile), così come la maggior parte degli amici.
Rispetto per tutti, ci mancherebbe, ma la stima piena e incondizionata è altra cosa.
Chi appartiene alla prima categoria può camminare per strada a testa alta perché è coerente e onesto. La mattina, allo specchio, vede un “appartenente alla prima categoria”. Se ha dei figli può guardarli diritto negli occhi.

Ma se parlassimo di donne?, ha chiesto Cristella su Face Book.
Pronta la risposta di un “amico” della rete, Marco Gobbi.
Secondo lui le categorie al femminile potrebbero essere così declinate:

Donne
Donnette
Donnicciuole
Selatiranoeselatengono
Cracracrapule
Ladòatutti

Siete d’accordo?

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Gli intraducibili: al luvéri

Nel suo Dizionario Romagnolo Ragionato, Gianni Quondamatteo così definisce la parola luvéria: “ghiottoneria, goleria, golosità; dolce, cosa dolce. Quando, dopo aver mangiato a crepapelle, il ragazzo chiede ancora qualcosa, la mamma protesta: Quest l’è luvéria! (questa è golosità!). La luvéria ad cla dòna la fa epuca: la s’ingola un sac d’luvéri (la golosità di quella donna fa epoca: ingoia un sacco di golosità).”

Ma c’è anche la variante luvarìa, così definita: “golosità. La mamma rimprovera il figlio che chiede questo o quello: l’è tòt luvarìa! (è tutta golosità!). L’è na luvarìa (è una golosità), dico a me stesso mangiando una cosa desiderata. Del bambino spendaccione: e’ va dré ma tòt al luvarii de mond!  (va dietro a tutte le golosità del mondo!).”
Al luvéri, però, dette così, in dialetto, hanno un significato più forte delle semplici “golosità”. Un po’ come Nanni Moretti quando si immerge nel bicchierone di Nutella: al luvéri sono quelle schifezze, quei pastrocchi buonissimi che nessuna dieta mai raccomanderebbe…

Quando Cristella era piccola e viveva a Gatteo a Mare, ogni domenica, appena dopo pranzo, così come gli altri bambini del vicinato, aspettava con ansia la Manèccia, portatrice di luvéri. Era la tipica vecchietta romagnola, col vestitone lungo, il fazzoletto in testa e un grembiule-parananza con grosse tasche piene di chissà cosa. Nel ricordo un po’ sfocato (si parla di oltre quarant’anni fa!) la Manèccia era un po’ strega: i bambini ne avevano soggezione – più che per il suo aspetto – forse perché non concedeva mai sconti.
La vecchia partiva da casa sua, in via delle Nazioni, spingendo a mano un carretto di legno col quale avrebbe percorso le strade del paese. Ad ogni crocicchio i bambini l’aspettavano, con in mano la paghetta appena ricevuta dal babbo. Dieci lire o poco più… Al massimo trenta lire, ma solo se si era stati davvero bravi.

Cosa si comprava? Qualche caramella, le carrube, le liquirizie, i coni-gelato finti. Ma anche cartoccini di ceci, lupini, brustoline e arachidi… La Manèccia teneva queste luvèrie in cesti o bacinelle stretti sul carrettino. Con la carta gialla da salumiere faceva dei cartocci a forma di cono e li riempiva usando dei misurini di legno che a noi sembravano sempre troppo piccoli.

Mentre la Manèccia proseguiva il suo percorso verso i bambini di un’altra strada che l’aspettavano impazienti, noi, felici dei nostri acquisti, ci sedevamo insieme da qualche parte a strafogarci di luvèrie, scambiandoci qualche assaggio dell’una o dell’altra golosità.

Pregustando già la domenica successiva, quando la sagoma nera della vecchietta e del suo carretto avrebbe fatto capolino da laggiù in fondo e ci si sarebbe chiamati da un cortile all’altro: “Arriva la Manèccia! Arriva la Manèccia!”

via Primo Maggio, 1966. La Manèccia sbucava da laggiù, l'angolo con via delle Nazioni