Archivio mensile:Novembre 2007

La canapa dei telai e delle mamme

Questa la voglio raccontare.

Quando, nel 1999, uscì il mio libro Trama e ordito, mamme che tessono la vita feci un battage pubblicitario che mi costò molte energie. Si sa, l’editoria locale è tale solo di nome: nei fatti gli autori, più o meno importanti, più o meno validi, si devono autogestire e darsi da fare, anche finanziariamente. Ma questo è un discorso che approfondiremo in altra occasione.
Torniamo a Trama e ordito: è un omaggio al lavoro delle donne delle generazioni precedenti alla mia sviluppato indagando la tradizione della coltivazione casalinga della pianta di canapa per ottenerne la fibra da filare e tessere.

Il libro è piaciuto e a livello locale (tenendo presente l’autogestione di cui sopra) è stato un piccolo successo. Tanto che è finito anche su Internet, elencato in un sito che raccoglie tutti i “Libri sulla canapa” (Maria compresa!).

Immaginate il mio imbarazzo quando mi telefonarono, da Roma, degli ufficiali della Polizia di Stato che mi chiedevano una copia – questa la scusa – per farne una recensione da pubblicare sulla loro rivista!
Devono aver verificato subito che la “mia” canapa era davvero innocua! La recensione dei poliziotti, per la cronaca, non l’ho mai vista…
Chissà se anche a Gambettola, nel prossimo fine settimna, ci saranno agenti a controllare: io, comunque, ci sarò. Il 17 e il 18 novembre nella cittadina da cui proviene la mia famiglia, a pochi chilometri da Cesena, si tiene infatti l’Antica Fiera della Canapa. Il programma è molto ricco e interessante.
Fra le altre cose sono previste dimostrazioni pratiche su antichi telai dove i bambini delle elementari mostreranno quanto ha insegnato loro un’ex bidella nel laboratorio di tessitura che la scuola organizza da diversi anni. La signora è un’esperta tessitrice, oggi bisnonna, che negli anni ’40, guarda caso, è stata allieva di mamma Pierina, protagonista di Trama e ordito.
La Fiera di Gambettola, per chi comprende il valore delle fatiche dei nostri padri (e delle nostre madri) è un appuntamento da non perdere.

Renato, poeta sempre giovane

In casa di Cristella, questa sera, un po’ di sano romanticismo con “zio Renato” (al secolo Renato Piccioni), poeta riminese che ha superato la soglia degli ottanta con piglio da ragazzino.
Autore di diverse pubblicazioni in prosa e in versi, da sempre molto attivo nell’organizzazione di eventi culturali ed artistici, Piccioni è stato attore di teatro nonché presentatore televisivo e radiofonico.

E’ presidente dell’Accademia Culturale Le Tre Castella di San Marino.
Arricchisco questo mio blog con una delle più belle poesie d’amore uscite dalla sua penna.

Perché parole?

Perché parole

se una carezza parla per me.

Perché parole

se uno sguardo parla per me.

Perché parole

se un bacio parla per me.

Ecco allora nel silenzio

il mio guardarti che dice t’amo,

il mio bacio tenero per dirti che ti amo,

una carezza come poche, dolce,

per dirti che ti amo.

Poi lo griderò al mondo,

alle stelle ed al sole,

alla foresta ed al deserto,

agli oceani ed alle montagne,

perché tutti sappiano

che t’amo fino alla follia

che solo l’amore dà

a chi dell’amore fa

suo scopo nella vita.

Renato Piccioni

Tot i bec i va a la fira

Attenzione, mogli e mariti in odor di tradimento, a passare dalle parti di Santarcangelo, vicino a Rimini, tra oggi e l’undici novembre.
O, meglio, ci si può andare, anche perché la cittadina è animata dalla Fiera di San Martino, una delle sagre più antiche della Romagna (qui si può leggere il programma), ma è consigliabile non passare sotto l’Arco Ganganelli, nell’omonima piazza.
Lorenzo Ganganelli, santarcangiolese, venne eletto al Soglio Pontificio col nome di Clemente XIV e passò alla storia per avere soppresso, nel 1773, i Gesuiti e per aver proibito l’evirazione dei ‘castrati’ destinati al Coro della Cappella Sistina come ‘voci bianche’ (guadagnandosi così l’appellativo di Defensor Castrati).
Nella luce del grande arco che la città gli dedicò, ogni anno, per San Martino, viene appeso un paio di corna immense, adornate con le grandi nappe rosse e blu che i contadini usavano contro i sortilegi. Chi, uomo o donna, passando sotto a tali corna dovesse farle oscillare anche solo leggermente, sarà indicato come “becco” ed esposto a pubblica derisione.
Una consolazione per i romagnoli: quella di Santarcangelo non è la sola Fira di bec (Fiera dei becchi) d’Italia, perché evidentemente si tratta di una razza non estinta e presente ad ogni latitutudine. A tal propostito, rimando alla lettura di un simpatico post dell’enciclopedia fatta donna, la blogger genovese Placida Signora.
Per San Martino la notte era ritenuta magica anche perché posta a quaranta giorni dal solstizio d’inverno. Ancora all’inizio di questo nostro secolo in alcune località della Romagna i mariti traditi, venivano chiamati fuori di casa a gran voce da turbe di ragazzacci che suonavano corni o battevano coi sassi su bidoni e lamiere.

Per schernirli ancor di più, si gridava, a mò di filastrocca:

E de’ d’San Martén
tot i bec i va a la fira,
dundèla, dundèla, dundon.
E chi cl’è bec l’è bec,
e chi cl’è bec e’ va a la fira,
dundèla, dundèla, dundon.
E visto che tutte le feste finiscono affogate nel buon vino, anche a Santarcangelo non si scherza: in caso di oscillazione delle corna, i becchi possono consolarsi con qualche bicchiere di ottimo San Giovese, forse anche più amato di San Martino.

Tonino, tatarcord c’la volta?

L’attesa

(dalla raccolta “Il Polverone”)

Era così innamorato che si chiuse in casa

e sedette vicino alla porta

per poterla abbracciare subito

appena avesse suonato per dirgli che lo riamava.

Ma lei non suonò e lui diventò vecchio.

Un giorno qualcuno bussò leggermente alla porta

e lui ebbe paura

e fuggì a nascondersi dietro l’armadio.

L’attesa è opera di Tonino Guerra, il noto poeta e sceneggiatore romagnolo.

Più che Amarcord il film di Fellini dovrebbe chiamarsi Asarcurdém (Noi ci ricordiamo)”, disse all’uscita del film Pier Paolo Pasolini.

In quella sceneggiatura Tonino ha infatti trasferito pezzi interi della sua memoria di bambino e di ragazzo.

Qualche esempio?

La poesia sul babbo che “fava i madeun” (faceva i mattoni) come il nonno; l’approccio fallito tra Titta e la tabaccaia, che assomiglia ad un episodio del suo romanzo “Dopo i leoni“, del 1956; la scena dello zio matto impersonato da Ciccio Ingrassia che grida “a voi ‘na dòna!” (voglio una donna!) dalla cima di un albero da cui non vuole scendere, già vista nella poesia “E’ gat sòura e’ barcòcal” (Il gatto sopra l’albicocco).

Direi che anche la gita al mare della famiglia col calesse è di Guerra.

Il tragitto? Da Santarcangelo alla spiaggia tutta dune di Torre Pedrera: un tiro di schioppo da casa mia.

Tatarcord, Tonino, ad c’la volta?

Da oggi Rimini è un po’ più povera

Questa notte il grande cuore di don Oreste Benzi, il “prete dalla tonaca lisa”, s’è fermato per sempre.
Ho appena sentito la notizia alla radio.
Di sicuro i notiziari delle prossime ore e i giornali di domani dedicheranno fiumi di parole al “don”.
Io lo voglio ricordare con alcune delle parole che nel 1999 mi regalò per il mio libro “Trama e ordito, mamme che tessono la vita”:

I miei genitori appartenevano
a quella categoria di persone
che ritiene talmente di non valere nulla,
che sembra sempre

chiedere scusa di esistere.

Ciao, don Oreste, hai lasciato una grande eredità.

Da “Trama e ordito, mamme che tessono la vita”
L’amarcord di don Oreste: una chiacchierata su tela e mamme.

Don Oreste Benzi è nato nel 1925 a San Clemente, un piccolo paese collinare a 20 chilometri da Rimini, da una povera famiglia di operai, settimo di nove figli. E’ entrato in seminario a 12 anni. Ordinato sacerdote nel 1949, ha vissuto e vive tuttora un’intensa esperienza di “prete di strada”. Sempre in mezzo agli ultimi: handicappati, tossicodipendenti, prostitute, ammalati psichiatrici. E’ il “don” della comunità “Papa Giovanni XXIII” (166 case-famiglia e 27 comunità terapeutiche sparse in tutto il mondo).

Sì, anche mamma Rosa ha fatto tanta tela, nella sua vita. La ricordo con la connocchia in mano, nelle veglie operose, d’inverno, al caldino della stalla. Per tessere, si avvaleva del telaio comune che c’era a San Clemente: era troppo povera per averne uno tutto suo! Ricordo che i fasci di canapa venivano portati a macerare nel fiume Conca… Era sempre allegra, mia mamma. Cantava spesso, anche nelle avversità. Ripeteva: “Non si muove foglia, che Dio non voglia”. Mamma Rosa e babbo Achille ci hanno insegnato ad affrontare la vita con gioia. Quand’ero piccolo mi piaceva fare i lavori di campagna. Al mattino mi alzavo presto, verso le cinque, per andare a fare l’erba per i conigli e per la mucca. Poi andavo a lavorare con il babbo e con la mamma nel piccolo campo che avevamo. Ci si svegliava nella gioia e si viveva nella gioia, in una grande povertà. Quando il babbo andava a lavorare, al suo ritorno noi gli andavamo sempre incontro sulla strada principale che, attraverso un sentiero, portava a casa. Delle volte capitava che riportasse a casa quel po’ di cibo che si era portato dietro al lavoro: per noi era gran festa! Spesso non c’era nulla da mangiare: ricordo solo il pianto, la sera, perché avevamo fame. Allora lo dicevamo alla mamma e lei faceva scomparire anche la sofferenza per il poco cibo. I periodi brutti in casa erano quando il babbo non trovava lavoro e perciò non c’erano i soldi per comperare il grano da portare al mulino per fare la farina. Il babbo, in quei periodi, andava tutti i giorni a cercare lavoro. Per lui era un incubo tornare a casa e dire: “Non l’ho trovato”. Sono i ricordi più dolorosi della mia vita: da quelle esperienze nasce il mio senso della giustizia. Ricordo la parola (signoracci). Erano i proprietari terrieri, chiamati così in senso dispregiativo (“loro hanno tutto, noi non abbiamo niente”). Nella mia mente di bambino i formavano una casta: quelli che possono tutto, padroni della vita degli altri. I miei genitori, invece, appartenevano a quella categoria di persone che ritiene talmente di non valere nulla, che sembra sempre chiedere scusa di esistere. Quando incontro il povero, l’ultimo, il disperato, il barbone della stazione, la prostituta, in me si rifà presente l’immagine dei miei che pensavano di non valere nulla. Per questo non mi metto mai dalla parte dei potenti, ma dalla parte dei “nessuno”, di quelli che la società non fa esistere.