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29 luglio, 2007

Silvano e Topo Gigio

Archiviato in: Giornalisti, Rimini, Stampa locale — Tag:, — mcm @ 20:26

Ad un anno dalla scomparsa di Silvano Cardellini, giornalista de Il Resto del Carlino, ieri è stato annunciato il progetto di intitolargli una serie di quattro borse di studio per giovani pubblicisti.

Sono coinvolti, oltre al “suo” (e mio) giornale, l’Ordine dei Giornalisti, il Comune, la Provincia, la Fondazione Carim.

Pur sapendo che per carattere Silvano rifuggeva da protagonismi, penso che sia giusto ricordarlo in questo modo.

Nel mio piccolo, avevo auspicato qualcosa del genere un paio di mesi fa, da  questo blog e sul quotidiano La Voce, quando il giornalismo riminese perse anche il fotografo Venanzio Raggi.

In questi giorni anche il collega Valerio Lessi, nel suo blog About Rimini, scrive di lui (“Silvano Cardellini, quanto manchi alla tua Rimini”).

Enrico Rotelli, padrone della casa di Kikko, gli aveva dedicato un post l’anno scorso. Invito a leggerlo, insieme al mio commento di allora.

Da parte mia, mi piace ricordarlo con un sorriso. Occhialini sul naso, come sempre, in una delle tante fotografie pubblicate l’anno scorso: dall’immancabile giubbotto multitasche sbuca un quadernetto di scuola dove campeggia, in copertina, il simpatico muso di Topo Gigio.

Un particolare forse sfuggito a molti, che avvicina un maestro ai suoi allievi, noi “piccoli giornalisti”…

26 luglio, 2007

Si fa presto, a dire “piada”…

Leggo sul Il Sole 24 Ore di ieri, nell’inserto Centro Nord, un articolo di Andrea Biondi intitolato “Rimini riaccende la polemica sulla ‘vera’ piadina. Lite in Romagna sulla richiesta dell’Igp”.

Chiedere a me, riminese per metà dei miei anni, quale sia la preferita, è come chiedere ad una mamma quale dei due figli ami di più.

Sono nata e cresciuta con la pìda cesenate; svezzata, se così si può dire, con la pièda riminese. Mi piacciono tutte e due. La prima è come il ritorno a casa, alle origini. La seconda mi rammenta che “a metà del cammin…” (nel 1983), col matrimonio e il trasferimento a Viserba ho passato il Rubicone (letteralmente: la mia vecchia casa di Gatteo a Mare sorge a qualche centinaio di metri a nord dello storico fiume).

La diatriba fra pièda e pìda non è nuova e coinvolge riminesi e cesenati/forlivesi: qual è la piadina vera ed originale?

Già il nome non è univoco, appunto. Lo ricordava venerdì scorso, a Castel Sismondo, anche lo scrittore Piero Meldini nell’incontro organizzato dalla Fondazione Carim dal titolo “La piada nei secoli: storia di un cibo povero che ha fatto fortuna”. La nostra versione di pane azzimo prende nomi diversi a seconda del territorio: nella Romagna del sud (Rimini e dintorni) si chiama piada o piadina; più a nord, nel cesenate, prende il nome di pìda (ricordate la canzone “La pìda se parsòt, la pìs un pò ma tòt”?); a Forlì e Ravenna è la pié… La pièda riminese è più larga e sottile (si piega ma non si spezza); la pìda è un po’ più alta di spessore e di superficie più piccola (non si piega, per farcirla si può anche dividere il quadretto in senso trasversale).

Pure negli ingredienti c’è qualche differenza.

Farina, acqua e sale rimangono la base. Per il condimento, la versione storica vorrebbe lo strutto di maiale, sostituibile o integrabile con buon olio extravergine di oliva. Come per quasi tutte le ricette tipiche, poi, anche per la piada si cambia di casa in casa. La mamma e le mie sorelle, arzdore della zona di Cesenatico, mi hanno insegnato ad aggiungere allo strutto un po’ di latte e un pizzico di bicarbonato (o “dose da ciambella”). Mia suocera, riminese doc, usa di preferenza l’olio extravergine e non mette mai il bicarbonato. Il sale va sciolto nel pentolino dell’acqua (che va solo riscaldata, non bollita!). In ogni caso l’impasto va lasciato riposare un po’, anche solo mezz’ora, prima di procedere al lavoro di matterello. La fase della cottura – indizio importante per chi non è romagnolo e non lo ha mai visto fare in diretta – richiede una teglia (o testo) di terracotta o di ghisa posta su fuoco vivace (va bene anche una piastra di ferro pesante). Perché la piada deve cuocere in fretta, qualche minuto per parte, e vuol’essere rigirata e punzecchiata di tanto in tanto con una forchetta o un coltello a lama piatta.

Per chi volesse approfondire, su wikipedia, alla voce piadina, c’è una descrizione piuttosto completa.

Qui, invece, si può leggere un trattato di Piero Meldini, dal libro di Graziano Pozzetto “La piadina romagnola tradizionale” (Panozzo editore 2005)

Buona lettura e… buon appetito!

Guida Hotel Rimini

23 luglio, 2007

Dialetto anche d’estate

Archiviato in: Dialetto, Romagna, Tradizioni — Tag:, , — mcm @ 17:56

Solitamente la stagione teatrale dialettale va da gennaio a marzo-aprile. Negli ultimi due anni ho seguito, prima per conto del quotidiano Il Resto del Carlino, poi per il settimanale Il Ponte, la programmazione locale intervistando autori, registi, capi-comici e assistendo a diverse rappresentazioni.
E’ un mondo variegato, con le sfumature di dizione e di pronuncia che cambiano a seconda dei campanili. Non esiste un unico dialetto, in Romagna, ma tanti dialetti. E il teatro è forse l’ultimo luogo che può consentire la trasmissione di queste lingue a rischio di estinzione.
Una trentina le compagnie nel riminese, altrettante nelle vicine province di Forlì-Cesena e Ravenna. Anche in Repubblica di San Marino e a Pesaro il dialetto è cugino del romagnolo e le compagnie non mancano.
Insomma, fra chi va e chi viene, ho contato 500-600 persone che, spinte da passione e amore per le tradizioni e per la lingua dei nonni, calcano le scene dedicando tempo ed energie e… divertendosi un mondo.
Fra le tante rassegne invernali, ce n’è una che invece è regina dell’estate. Organizzata dal Comune e dalla Pro Loco di Poggio Berni in un posto che consiglio a tutti di andare a vedere, commedia o non commedia: l’arena all’aperto vicino alla chiesa del paese, in centro. E’ un meraviglioso balcone naturale sulla Romagna, dal quale si gode di una vista mozzafiato verso il mare.
La rassegna ha un titolo significativo: “Roid, roid, pataca!” (“pataca”, così era chiamato lo zio di Titta, in Amarcord, è quasi intraducibile, in italiano. Gianni Quondamatteo, nel suo Dizionario Romagnolo Ragionato, definisce pataca “babbeo, bietolone, credulone, sciocco, sprovveduto, tre volte buono…”. E poi elenca una casistica lunga due pagine, di lettura godibilissima).
Iniziata a metà giugno, la rassegna è in dirittura d’arrivo: ci sono ancora due serate.
Mercoledì 25 luglio, alle 21.30, la compagnia La Mulnela di Poggio Berni presenta la commedia in tre atti di M. Brusasco “A s’vdem da Lulù”. Mercoledì 1 agosto la compagnia Banyan Teatro di Rimini presenta un atto unico di F. Gabellini “L’ultimo sarto”, con Marco Bianchini e la regia di Gianluca Reggiani.
Tornerò a parlare di dialetto (a zcor de dialèt) perché è argomento che nella mia testa (o forse nelle mie viscere…) apre delle porte. Certe frasi, certi modi di dire mi riportano di colpo in altri luoghi, in altri tempi.
Riesco anche a risentire gli odori e, talvolta, il calore di carezze mai dimenticate.
 

19 luglio, 2007

La Sacramora e le altre acque di Viserba

Archiviato in: Romagna, Stampa locale, Viserba — Tag:, — mcm @ 18:33

In bicicletta o in macchina – in ogni caso stando attenta al caos del traffico viserbese ancora più pericoloso per il restringimento della strada – ci passo davanti almeno due volte al giorno. E ogni volta penso al degrado, all’abbandono, al menefreghismo di chi dice “non è di nostra competenza, spetta  ad altri”.

E’ la Fonte della Sacramora, che con la sua acqua sempre fresca e la sua importante storia, è una delle più antiche e rinomate della Romagna.

Ricordo, da bambina, quando con lo zio Guerrino partivamo in macchina da Cesenatico per venire a fare rifornimento con bottiglioni e taniche di plastica. Si partiva all’alba o al tramonto, perché c’era sempre fila e quelle erano le ore più tranquille. Al babbo quell’acqua era stata consigliata da un noto medico di Bologna per risolvere il problema dei calcoli renali. Funzionava!

L’abitudine, poi, fece sì che il tragitto da Cesenatico-Gatteo a Mare verso Viserba diventasse una cosa naturale, un appuntamento settimanale da non mancare. Mai avrei pensato, allora, che la zona Sacramora sarebbe diventata mia, nel senso che ci vivo da quasi venticinque anni.

Qualche giorno fa, parlando col presidente del Quartiere 5 Fabio Betti, è stata rispolverata l’idea di cominciare a proporre seriamente un progetto di riqualificazione della Fonte e di alcuni altri siti che in passato facevano di Viserba la Regina delle Acque. “Ne riparleremo – ha detto Betti – dopo l’estate, proponendo qualcosa di serio”.

Speriamo, sarebbe ora!

Intanto, da parte mia, sfodero le armi di cui dispongo: su Il Resto del Carlino del 13 luglio 2007 è stato pubblicato un mio articolo sull’argomento, che si può leggere anche in Romagna e dintorni di Cristella.it, nella sua versione originale.

La ragazza in abito bianco della seconda foto, risalente alla metà degli anni Cinquanta, è Malvina (nonna del webmaster Dora, mamma di mio marito Paolo).

16 luglio, 2007

Vescovi che vanno, vescovi che vengono: a Rimini ci vorrebbe monsignor Quinto Fabio Massimo…

Archiviato in: Giornalisti, Libri, Parole in Libertà, Rimini, Scrittori — Tag:, , , , — mcm @ 22:17

Il 15 settembre prossimo monsignor Francesco Lambiasi, nominato vescovo di Rimini il 3 luglio, si insedierà in diocesi facendo il suo ingresso ufficiale accolto dalle autorità e dai cittadini.
Nelle ultime settimane si è scritto e parlato molto dell’avvicendamento ai vertici della Curia, tra molti “si dice” e tante vecchie storie tirate fuori da armadi impolverati.
Da parte mia, tanta curiosità (come sempre quando affronto “il nuovo”) e apertura all’accoglienza.
I vari commenti di personaggi pubblici sul cambio di testimone fra monsignor De Nicolò e monsignor Lambiasi sono tutti super-capolavori di diplomazia…

Il vescovo Mariano l’ho conosciuto personalmente nel 1996, ai tempi della “vertenza” (proprio così, una vertenza giuridica, essendo legata ad alcuni articoli del Codice di Diritto Canonico mai applicati prima nelle diocesi di Rimini e di Cesena), della Sanatio in radice del mio matrimonio civile con Paolo (una bella “storia nel cassetto” che mi piacerebbe pubblicare, prima o poi), di cui ho accennato nel racconto Giornalista per caso, riportato in About me.

Dopo il primo approccio piuttosto burrascoso, con monsignor Mariano s’è creato un bel rapporto di rispetto (immagino reciproco), forse anche grazie al fatto che nonostante i primi dinieghi il Vescovo ha poi compreso la richiesta a cui tenevo tanto, facendosene latore presso la Santa Sede che ha validato anche religiosamente la mia unione con il “non credente” Paolo, permettondomi così di accedere ai Sacramenti senza bisogno di sotterfugi (eh, sì, qualche sacerdote proponeva queste “scorciatoie”).

Il ruolo di pensionato, secondo me, a monsignor De Nicolò va un po’ stretto… Come figlia, gli auguro di vivere con serenità questa nuova fase della sua vita.
Per quanto riguarda monsignor Francesco Lambiasi, mi incuriosisce la sua opera di scrittore: avrò tempo per aggiornarmi procurandomi qualcuno dei suoi libri. Ho anche trovato in rete un bel ritratto scritto da Sergio Andreatta, suo amico di lungo corso.
Cosa ci si aspetta in diocesi dal nuovo Vescovo?
Su questo argomento delicato ho chiesto il parere di un “addetto ai lavori”, il mio maestro di scrittura e giornalismo che, come suo uso, ha risposto a stretto giro di posta, andando a scomodare il Quinto Fabio Massimo del titolo (sulla passata gestione ha già scritto su La Piazza della Provincia, mensile di informazione locale).
Don Piergiorgio Terenzi, dal suo buen retiro di Montefiore Conca, inizia così una collaborazione con Cristella.it: in Romagna e dintorni del sito troveranno spazio i suoi interventi su argomenti d’attualità socio-religiosa. Scritti con la sua inseparabile Olivetti lettera 22 e corretti con la scolorina.
Il necessario lavoro di copiatura su file di word, affatto noioso quando si tratta di parole scritte da Piergiorgio, aiuta Cristella a mantenere il feeling col maestro lontano.

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