Archivi annuali: 2009

Il panarèt, o “lato B”, di Cristella

Non so se succede anche in altre zone…

In Romagna è molto frequente l’uso del soprannome, e’ soranòm, che, come scrive Gianni Quondamatteo, “colpiva sia il singolo individuo, sia il nucleo familiare. Accompagnava il primo dall’infanzia fino alla morte, accompagnava il secondo di generazione in generazione. Impietoso o meno, ridicolo o no, il soprannome personale aveva cento motivazioni cui aggrapparsi, mille giustificazioni da addurre: muoveva da un tratto caratteristico del fisico, a un portamento, difetto, inclinazione, fino alle pieghe del carattere, del cuore, del sentimento. La fantasia, la creatività, l’inventiva nel campo dei nomignoli meriterebbe ben altra attenzione. Restiamo in superficie: il nomignolo colora, accarezza, fotografa colui cui è stato affibbiato: l’ironia è molto spesso presente, la politica non manca, così come, a torto o a ragione, la guerra e i grandi avvenimenti. Il nomignolo del gruppo familiare nasceva spesso, invece, da una distorsione del vero cognome, da una vecchia professione o attività, dal luogo di origine. Il fatto è che nel passato nove persone su dieci, e anche più, conoscevano Bruglìn e non Giovanni Fabbri, Saraghìna e non Giuseppe Rossi. E spesso era il manifesto funebre che ci rivelava, è proprio il caso di dire ‘in extremis’, il vero nome dell’amico defunto.”

Alcuni soprannomi di Gatteo a Mare-Villamarina: Basécca, Spudaprària, Fàbar, Ciavòun, Scarplinèt, Manòz, Muntanèr, Rudaréin, Blèt, Manècia, Sartòun, Zàqual, Marnéin, Stòppa, Balèlla, Ginéin, Gianéin, Bunàza, Calzulèr, Plàza, Passaréini, Bachi,  …
Alcuni soprannomi di Viserba: Pilincìn (i “miei” Morolli”), Fis-ciòun, Zuclòun, Albinéin, Féc, Balélla, Lisandre, Fafìn, Bilèt, Spranghìn, Furmìga, Ligiera, Bagécca, Zanchéglia, Passeròt, Malètt, Ciòca…

Ah, un’ultima annotazione: io sono una Panarèta, cioè la fiòla ad Panarèt (mentre i Cenni, famiglia di mamma Pierina, erano conosciuti come i Giavaréin).

E, sapete cosa riporta il solito Quondamatteo alla voce “panarèt” del suo Dizionario Romagnolo Ragionato?

“Panarèt: panierino, cestello, canestro. Sempre di produzione locale, di vinco, o altra fibra vegetale. Le contadine se ne servivano per portare al mercato uova e formaggio. L’ha un bèl panarèt: il sederino ben disegnato di una giovane.”

Ogni riferimento al mio “lato B” è… ovviamente… puramente casuale.

Av salùt!

Rimini. Quando la crisi del lavoro si sente anche in strada

“Ma insomma, Cristella, sono quasi le undici e non hai ancora terminato la rassegna stampa, questa mattina? Sbrigati, sù, che dobbiamo aggiornare Il Lavoro in diretta!”

“Porta pazienza, Coordinatore Lungocapelluto: c’è un articolo che… beh, vedi… non so se è il caso di pubblicarlo in un sito istituzionale qual è il nostro.”

“Che sarà mai, Cristella? Le regole le conosci, no? Si parla di lavoro a Rimini?”

“Sì, però…”

“Si parla della crisi globale che non risparmia alcuna categoria, alcuna zona, alcuna fascia di età? Di cassa integrazione e di stipendi che diminuiscono?”

“Beh, sì. Però…”

“Si parla di lavoro stagionale, di alti e bassi? Di rapporti, tipo quelli della Camera di Commercio?”
“Beh, sì, certo: ‘rapporti’ e ‘camere’… Però…”

“Magari c’è anche un accenno ai conflitti fra generazioni, al fatto che sono i pensionati a ‘tener duro’ e  salvare il gap dell’economia e tutte ‘ste robe che sentiamo da sempre e ovunque?”

“Sì, sì, Coordinatore Lungocapelluto. L’articolo di Monica Raschi, pubblicato oggi sul Resto del Carlino di Rimini, ha tutti gli elementi per entrare di diritto nella nostra rassegna stampa… Però…”

“Uff, Cristella… Tutti questi tentennamenti fan venir voglia di aizzarti contro Brunettik! Che ti succede, stamattina? Sarà mica la sindrome del lunedì?”

“Va bene, lo hai voluto tu, caro insistente Coordinatore Lungocapelluto. Io ti ho avvisato… Intanto, se vuoi leggerti l’articolo, clicca qui o qui.”

Morale della favola: talvolta la crisi del lavoro e dell’economia si può interpretare – senza timore di sbagliare – attraverso lo sguardo panoramico di chi sta in strada tutti i giorni (anzi, tutte le notti) a contatto con la gente e coi suoi bisogni. Bando ai ‘rapporti’ Excelsior, Istat e via statisticando: meglio ascoltare…ehm… escort e lucciole, che sono pure di moda. Loro, sì, che se ne intendono, di crisi!

Rimini è anche questo.

Av salùt!

Segnalazione di segnalazioni…

La blogosfera è anche questo: navigando, navigando, ti imbatti in post carinissimi, che avresti voluto scrivere tu.

Oggi trovo, con grandissimo piacere, che la Placida Signora (sì, proprio lei,la mitica Mitì) ha citato i miei strozzapreti in rosa. Ma la scoperta più bella è quella di essere in ottima compagnia: diversi blog da scoprire, ancora, ma uno in particolare che voglio consigliare immediatamente, magari solo per la fotografia di apertura. Eh eh! Leggetevi, dunque, In cucina con Gnegna.

Buona lettura!

Anche gli strozzapreti stan bene col rosa

A distanza di una settimana, da queste parti si parla ancora di Notte Rosa e dintorni…

Ispirata dalle piadine rosa viste in alcune fotografie e servizi Tv, Cristella oggi ha voluto tentare un esperimento cromatico dello stesso tipo, applicandolo però alla pasta che più facilmente le riesce: gli strozzapreti romagnoli, che, grazie alle quasi 15mila visualizzazioni, sono diventati anche un must su Youtube (la propaganda alla nostra bella Romagna passa anche da questi canali, giusto?).

Bene: il sabato in cucina ha prodotto un piatto applaudito da Re Consorte e Principessa Numero Due (la Principessa Numero Uno, da parte sua, potrà riproporlo alle coinquiline romane, ricreando così un po’ dell’atmosfera di “casa”, profumi compresi…).

Titolo: strozzapreti rosa al gorgonzola su letto di radicchio rosso.

Ingredienti per 4 persone.

Per la pasta: mezzo chilo di farina, un uovo, una rapa rossa, un cucchiaino di olio extra-vergine, un pizzico di sale, un bicchiere di acqua tiepida.

Per il condimento: un porro, un radicchio rosso, 1 etto (o più, a seconda dei gusti) di gorgonzola, mezzo bicchiere di latte, mezzo bicchiere di olio extra-vergine, sale, pepe, parmigiano grattugiato.

Preparazione.

Si prepara la pasta come spiegato nel video. Unica variazione: un’aggiunta all’acqua tiepida di una di rapa rossa lessata a pezzetti (acquistata in mattinata dal poeta-fruttarolo Andrea, la vende in un sacchettino sottovuoto), poi frullata direttamente nel pentolino col frullatore ad immersione.

In questo modo la pasta ha preso un bel colorino rosato (forse si può ottenere lo stesso risultato utilizzando un cucchiaio di concentrato di pomodoro, la prossima volta Cristella proverà questa variazione…).

l'impasto rosa

Mentre si pone sul fuoco la pentola con l’acqua per cuocere la pasta, in una padella antiaderente si mette a scaldare l’olio e si aggiunge il porro tagliato a striscioline sottili.

Quandil porroo questo si è ammorbidito si aggiungono il radicchio rosso, sempre tagliato a striscioline, un po’ di sale e di pepe. Si lascia sobbollire, mescolando con un cucchiaio di legno, finché il radicchio appassisce. A questo punto si aggiunge il gorgonzola a cubetti e il latte. Si continua a mescolare, sempre fuoco basso. Quando la pasta è cotta, si scola e la si versa nella padella del condimento. Altri due-tre minuti, sempre mescolando. Si completa con una bella manciata di parmigiano grattugiato.

Nei piatti piani si prepara il “letto di radicchio rosso” (nome pomposo per dire, semplicemente, del radicchio crudo tagliato a striscioline sottili) e si versano gli “strozzapreti rosa al sapore di gorgonzola”.

Voilà! Buon appetito dalla Romagna!

Al piazèti ad Rémin

Di piazzette riminesi. Ecco cosa scriveva Gianni Quondamatteo, nel suo Dizionario Romagnolo Ragionato, alla voce piazèta.

“Fino a quando resisteranno le ultime piazzette? Ricordiamo la piazèta dal Purazi (Gregorio da Rimini) a monte e a due passi dal corso d’Augusto, e presso la vecchia pescheria cittadina: le donne vi urlavano la freschezza di quei saporiti molluschi, e dei bdòc, lumaghin e garagùl se ve n’erano. Si affacciavano su questa minuscola piazza, non più di un fazzoletto, la famosa cantina “Forza e Curàg”, che ospitava fra le annerite pareti e gli ampi tavoli, facchini, operai, artigiani e sensali e il caffè dla Marièta.

La piazèta dl’Arlòz guast, l’attuale piazzetta Agabiti, in fondo a via Quintino Sella, che doveva il nome ad un orologio murale il cui quadrante, dipinto, si era dileguato col tempo; la piazèta dal Giazèri (o cunservi), a fianco della piazza Malatesta, ora via Di Duccio,dove, in certi scantinati privati (Pigiani, Visconti), ecc. si raccoglievano d’inverno neve e lastroni di ghiaccio che lunghe teorie di carri trainati da cavalli portavano da ogni dove. In questi primitivi impianti frigoriferi si conservavano il pesce della vicina pescheria, e le carni; la piazèta dl’Onestà (via dell’Onestà), che si apriva sui Bastioni Orientali; la piazèta Padèla (via Padella), nel borgo S. Giuliano, centro di botteghe di maniscalchi; la piazèta dal Stali, di fronte al Palazzo Lettimi; la piazèta Ducale – la Castlaza – si raggiungeva dalle vie Ducale e Cavalieri; la piazèta Zavagli – un tempo Augurelli – vi si accedeva dalle vie Farini e Augurelli; e ancora, la piazèta di Servi, la piazèta ad S. Bernardéin, la piazèta di Teatéin, la piazèta Plebiscito, la piazèta dla Gajena, la piazèta d’ San Martèin, alle spalle del Palazzo dell’Arengo. Per la storia – e per l’igiene – quivi sorse il primo cesso pubblico della città.”