Archivi annuali: 2007

Il clavicembalo di Bach, lo chef e la voltapagine

Per la prima volta, ieri sera, ho ascoltato le note pizzicate del clavicembalo. Per la Sagra Musicale Malatestiana, una delle più interessanti  manifestazioni culturali della mia città, l’appuntamento era  a Castel Sismondo, in una delle sale al piano superiore della fortezza costruita nel XV secolo da  Sigismondo Pandolfo Malatesta.
Il programma mi incuriosiva perché alle musiche di Bach, eseguite dal gruppo bolognese Cappella Augustana, era abbinata una non meglio definita performance culinaria dello chef Cesare Marretti. Sì, proprio lui, il fantasioso cuoco con cui ho fatto coppia alla trasmissione di Antonella Clerici La prova del cuoco e che in mio onore aveva battezzato la ricetta presentata in quell’occasione Strozzapreti di Cristella”.
Mentre dal palco le note di Bach incominciavano a creare l’atmosfera attraverso il clavicembalo di Matteo Messori e degli altri solisti del suo gruppo, un grande schermo mostrava i gesti di Cesare.
Mani di chef in bianco/nero. Strumenti pure loro. Dieci dita aggiuntive che hanno concertato insieme a violini, flauto, violoncello e clavicembalo, offrendo stimoli sensoriali diversi dalla musica (ma non non per questo fuori posto).
Dita che raccoglievano, bagnandosi col dolce succo, pezzi di frutta appena tagliata immersa in una grande ciotola. Dita che strizzavano limoni, stimolando automaticamente le papille gustative degli spettatori. Dita che, roteando con maestria l’apposita frusta, montavano una morbida e candida panna dove ciascuno avrebbe voluto tuffarsi…
Esperienza nuova, dunque, vissuta dalla poltroncina della platea con tutti i sensi accesi. Gratificati al termine, quando, fra gli applausi, lo chef ha offerto agli spettatori una coppa della sua “Mousse di Cesare Marretti”.
“Esecuzione unica – ha specificato Cesare all’amica Cristella – questa ricetta era solo per Bach e per questo concerto di Rimini.”
Come Paganini. Marretti… non ripete.
A parte l’aspetto gastronomico, sia chiaro che la serata è riuscita anche grazie all’esecuzione dei musicisti, che hanno meritato i lunghi applausi del pubblico.
Dalla mia postazione in terza fila ad un certo punto ho vissuto un momento magico: vedevo il violoncellista e il clavicembalista, esattamente di fronte a me, come incorniciati dalle sagome di chi mi era seduto davanti, assecondare col dondolio del corpo il ritmo della musica che stavano eseguendo, quasi rapiti. Ogni tanto, come un’apparizione: la voltapagine, tutta presa nel suo compito. Illuminato dalla luce giusta, sullo sfondo del nudo muro di mattoni di Castel Sismondo, il suo bel volto di Madonna colorava la scena, come un dipinto d’artista…

Dizionario romagnolo A – L

Avviso ai naviganti: più che di dizionario, si dovrebbe parlare di glossario. Infatti in queste pagine inserisco, di volta in volta, i termini dialettali che uso nei post. Quasi tutte le definizioni sono tratte dal Dizionario Romagnolo Ragionato di Gianni Quondamatteo.

Almadìra. Così chiamano, a Riccione, quanto il mare, dopo la burrasca, lascia sulla spiaggia. Sono alghe od altri vegetali marini che si ammonticchiano talora in grosse quantità. Raccolta e seccata all’aria e al sole, serviva di combustibile per la povera gente. Nell’almadìra (a Rimini almadéra) sono frammischiati pregadio, scurèzi ad dulféin, caparozi, pisoti e talvolta cannelli e poveracce. A Cattolica dicono: la spiagia l’é pina d’usne.

A m’arcmand. Arcmandè-s: raccomandarsi. A m’arcmand, dice la mamma al figlio che parte soldato. E dice tutto in quel verbo: che fili dritto, che scriva, che si nutra, che indossi la maglia di lana al momento giusto.

Arcurdè-s, ricordare, ricordarsi, rammentare. A m’arcòrd quand ch’a séra burdél… (mi ricordo quand’ero bambino). Mè a m’arcòrd ancora ad cl’eltra guera (io mi ricordo ancora dell’altra guerra). Chi s’arcòrda piò? (chi si ricorda più?). E arcòrdte ad caminè drét! (E ricordati di camminare dritto!), sia come minaccia, sia come paterno conisglio al figliolo che va a lavorare a Milano (nota per Gianluca, il mio lettore romagnol-milanese: ti giuro che nel Dizionario Romagnolo Ragionato di Quondamatteo è proprio scritto così!). T’an t’arcòrd piò quand tcèrte in bulèta? (Non ti ricordi più quand’eri in bolletta?). Molti lo dimenticano e, a ricordarglielo, c’è da farseli nemici.

Arzdora (o azdora) è la reggitrice della casa, alla quale sono affidati precisi compiti nel governo della casa.

Era bene che restasse sempre fra le mura domestiche, perché, dice un detto, “cvand che l’arzdora la va in campagna, l’è piò quel ch’la perd ch’n’è quel ch’la guadagna” (quando la reggitrice va in campagna, è più quello che perde di quello che guadagna).

Bucalòn. Voce usatissima per indicare lo stupidone, il babbeo, e anche l’ingenuo, in senso buono. L’è un pòri bucalòn! (E’ un povero credulone!). Nu fa e’ bucalòn! (Non fare lo sciocco!).

Cantarèla, cantarella. Semplice farina sciolta in acqua e messa sul testo a cuocere; tolta, veniva poi condita con olio e zucchero. Dolce più che semplice e casalingo, che allietava le serate. Fema du cantarèli?, facciamo due cantarelle?. C’è chi completa la ricetta aggiungendovi un po’ di farina di polenta, per renderla più morbida, e un po’ di latte.

Cuchèl. Ornit.: il gabbiano comune (Larus rudibundus), ma anche altre specie di gabbiani. Si dice cuclèssa per il (più grande) gabbiano reale (Larus argentatus) e cucalèt per il gabbianello (Larus minutus) e per le rondini di mare. Tra i nostri cocali, uno dei più grossi chiamato e’ chèga (il caca), ha la pessima abitudine di aggredire i più piccoli per farli vomitare e mangiare quanto espellono. Un proverbio: e’ cuchèl int la maréina (presso o sulla spiaggia), al va al pigre int la staléina, le pecore guadagnano l’ovile (perché il tempo volge al peggio). Fig.: uomo semplicione, come bucalòn. L’è un cuchèl! Cocàlo, scrive Panzini, e cocàl, dice, “è sinonimo di uomo magrissimo, come pure d’uomo stupido, forse per l’immobilità della posa, forse anche perché pessimo a mangiarsi, cibandosi di pesci.”
Faquajòn – chi “fa coglione” un’altra persona, chi imbroglia il prossimo, anche in cosa di minima importanza. L’è un faquajòn, si dice.

Garbéin – garbino, libeccio. E poiché proviene da sud-ovest, questo termine scaturisce dall’arabo garbì, ovvero occidentale, o garb, occidente. Tale autorevole origine si riverbera altresì nello spagnolo, nel provenzale e nel dalmatico (garbin). E’ un vento caldo, afoso, che soffia a raffiche, quasi sempre precursore di pioggia. Garbinàz, quand’è addirittura insopportabile. E’ un vento che dà anche sui nervi, che il meteoropatico preavverte con una diffusa irrequietezza anche molte ore prima: a sént e’ garbéin (sento il garbino), si dice; e, quando soffia, a so ingarbinèd (sono ingarbinato). L’ha e’ garbéin (ha il garbino), ha i nervi tesi. E’ va se garbéin, di chi è di comportamento mutevole. Fin che tira ste garbéin… (fin che tira questo garbino), fin che le cose stan così… Poiché il garbino è vento mutevolissimo, incostante, così si dice di persona che cambi dea, di voltagabbana: t’è la faza cume e’ garbéin (hai la faccia come il garbino) o t’fé tòtt al fazi cume e’ garbéin (fai tutte le facce come il garbino). In campagna: se garbéin e’ bòl e’ véin (col garbino bolle il vino) e con questo vento non si travasa il vino e non si “smette” il baghino (il maiale). Foriero, abbiamo detto, di tempo cattivo: siròc e’ garbéin, dicono infatti i marinai. D’estate, soprattutto, il garbino precede lo scirocco e l’immancabile pioggia. Di qui il modo di dire campagnolo: e’ garbéin en mèt sò e’ lèt a maréina (il garbino non mette su il letto in mare), non si ferma, cioè, ma ritorna indietro sotto forma d’altro vento e provoca guai; si dice anche adès e’ va zò e’ garbéin, l’è quand che torna indré! (adesso va giù il garbino, è quando torna indietro!). Sempre in campagna, per chi ha i capelli in disordine, o gli abiti, si dice: l’è rufid cum per e’ garbéin (è arruffato che mi sembra il garbino). Garbéin s-cèt (garbino schietto) o garbéin frèid (garbino “marcio”), quando non vi sono dubbi di sorta.

Gnara. Le locuzioni la è gnara, la s’fa gnara esprimono una situazione o un momento duri, difficili, critici. Anche la j è gnèra. La terra difficile a lavorarsi, è pure gnara; e così di un inverno che si preannunci cattivo, pesante per le conseguenze, si può dire quest l’è un’invernèda ch’la s’fa gnara!

Impajèda – la puerpera è l’impajèda. Nelle “Relazioni dei parroci del dipartimento del Rubicone, al podestà di Forlì (1811), c’è l’espressione a j’ò la moi int’la paja (ho la moglie nella paglia), che il marito pronunciava quando la moglie aveva partorito. Mentre a j’ò la moi in s’l’aròla (sull’arola) era detto quando la donna avvertiva le prime doglie. Alle prime doglie la donna sedeva davanti al focolare, coi piedi sull’arola, appoggiandosi alla conocchia. Impajèda era anche il pranzo in occasione del battesimo. Andém da l’impajèda (andiamo a trovare la puerpera) e le si portava in dono una gallina per fare un buon brodo, uova fresche, zucchero, caffè, ciambella. La prima uscita della puerpera era dedicata alla chiesa per l’offerta alla Madonna di un mazzo di candele.

Infézna. Sembianza, aspetto, immagine: le caratteristiche che contraddistinguono un volto, una persona. Avé l’infézna, averne l’aspetto, le sembianze; l’ha l’infézna de su pòri ba, è la copia di suo padre, è tutto suo padre.
Te d’ dis ch’l’è un tòc d’putèna? La m’aveva un pò d’infézna! Dici che era una puttana? Mi pareva che ne avesse l’aspetto! Avé ‘na brotta infézna, avere una brutta cera. Di uno che capisce poco: l’ha l’infézna de sumar (ha l’aspetto del somaro). Non mi ha l’aria, non ne ha l’aspetto, si traducono con un m’ha l’infézna!

Invurnìd. Stordito, intontito, istupidito, sciocco, tonto, tardo. In molti casi senza commiserazione alcuna, ma con un pizzico di rabbia, di cattiveria. Sa sit invurnit oz? (Sei invornito, oggi?) dici quando trovi un lavoro malfatto. Se gli autori sono più d’uno, invece, J è na squedra d’invurnìd! (Sono una squadra di invorniti). Di una persona anziana dici: ormai l’è bèla dvènt invurnìd (Ormai è quasi diventato un invornito).”

Luloun. Nel dialetto ravennate del sec. XVII valeva, “uomo senza cervello”. A Rimini e’ luloun è un po’ e’ bucalòn: chi gioca con bambini più piccoli di lui, chi si muove bambinescamente.

Quella villa misteriosa, così piena di ombre

La racconto come me l’hanno venduta: la bella villa abbandonata che vedo dalla finestra, immersa nel parco che dà respiro alle mie estati, nasconde un tesoro misterioso. Un mio concittadino ottantacinquenne (una delle ultime memorie storiche di Viserba) l’altra sera, sapendo della mia curiosità, mi ha detto: “Sa, signora, quella villa accanto a casa sua? Mio nonno partecipò alla sua costruzione. Quand’ero bambino mi raccontava che i proprietari avevano nascosto ‘una cosa molto preziosa’ in uno degli angoli della fondamenta. Non si è mai saputo in cosa consistesse questo tesoro, se denaro, documenti o quant’altro, e neppure in quale dei quattro angoli…”

Nel sito del Comitato Turistico di Viserba c’è una foto della villa risalente al 1910, quand’era stata appena costruita (a questo link).
Ogni volta che mi affaccio al balcone immagino la contessa Gemmamaria che passeggia nei vialetti, lì sotto. L’ombrellino di pizzo la ripara dall’abbronzatura, a quei tempi riservata alle contadine. Il cagnolino saltella vicino a lei e gioca con la balza della lunga gonna… E il tesoro? Gioielli? Perle? Carte preziose?

Chissà… Continua a leggere

Dizionario romagnolo M – Z

Avviso ai naviganti: più che di dizionario, si dovrebbe parlare di glossario. Infatti in queste pagine inserisco, di volta in volta, i termini dialettali che uso nei post. Quasi tutte le definizioni sono tratte dal Dizionario Romagnolo Ragionato di Gianni Quondamatteo.

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magnùga: il mangiare, il cibo quotidiano. Clò e’ pénsa sna ma la magnùga! (quello là pensa solo al mangiare). Va là che da oz s’t’vò stè iqué t’at guadagne la magnùga! (vedi un po’, che da oggi, se vuoi restare qui ti devi guadagnare il pane quotidiano!). Il padre ai figli: sa savésve quant ch’l’è dura la magnùga! (Se sapeste quanto è duro guadagnarsi il pane quotidiano!).
paganèl. Ittiol, o guvàt, Ghiozzo paganello (Gobius paganellus). Ma si chiama paganello anche il Ghiozzo nero (Gobius niger Jozo). Vive fra le pietre, nelle vicinanze dei nostri porti, dove – amico dei pensionati – nei mesi di maggio e giugno passa delle belle mattinate facendo scorpacciate di esche, per poi finire fritto o arrosto: buono se mangiato appena pescato. Non solo, ma riabilitato in questi ultimi tempi, serve altresì per fare un ottimo, leggero brodo (unitamente a odori, s’intende) per cuocervi qualche minestra.

pataca: così era chiamato lo zio di Titta, in Amarcord. Gianni Quondamatteo, nel suo Dizionario Romagnolo Ragionato, definisce pataca “babbeo, bietolone, credulone, sciocco, sprovveduto, tre volte buono…”. E poi elenca una casistica lunga due pagine, di lettura godibilissima
rénga: – ittiol. aringa. E’ il pesce più importante dell’alimentazione umana, per le enormi quantità annualmente immesse sul mercato. Il suo habitat sono i mari settentrionali. Lunga 20-30 cm., la rénga è il distintivo della miseria: “cun na rénga, e’ magnèva una faméja”, dicevano i vecchi con una strana forma d’orgoglio. E’ sottinteso che quella famiglia mangiava, in ultima analisi, del gran pane. La rénga è anche il distintivo dei riminesi, in contrapposto alle poveracce (puràzi) dei riccionesi ed alle grosse cipolle (zvulùn) dei santarcangiolesi. Barili di aringhe, e lanci di aringhe, hanno qualche volta punteggiato gli incontri e le sconfitte patite dai riminesi nel campo dello sport.
L’è dura la rénga!” o anche “L’é cativa la rénga!”: così si apostrofa, a mo’ di scherno, chi ha patito una sconfitta o una delusione.
spulicrét: ha diversi significati. Chi è spulicrét è preciso, pignolo, ordinato, schizzinoso. La camicia, le scarpe che compra, o qualsiasi altra cosa, vengono meticolosamente esaminate: guai a che un peluzzo o una macchiolina deturpino l’oggetto. Il nostro è sempre vestito in modo inappuntabile; e a tavola, ovviamente, non è che inghiottisca distratto il cibo. Ci mancherebbe altro! Si dice: ‘E’ fa e’ spulicrét!’ (fa il difficile nel mangiare, affettato nel parlare).”
strolgare, strulghé: strologare, inventare, immaginare, escogitare, almanaccare, predire la sorte.

zizle: pallina di creta, colorata, per giochi di bambini. Anche “zizne”. “Zughè a zizle”, il grande divertimento di una volta. Oggi l’infanzia si diverte (e si annoia) con meravigliosi giocattoli ‘atomici’, e le nuove generazioni si preparano alle imprese spaziali. “Cun i zizle”, invece, è il caso di dire che si resta terra terra. “Sti du zizle!” questi due coglioni. Al pl. anche zizul, zezul, zezli.

Cari lettori, vi posso contare?

Ogni tanto un po’ di sana gratificazione fa bene alla salute, no? Almeno per me.

Dopo quasi tre mesi dalla creazione del blog vivo ancora la fase esaltante, come avessi fra le mani un nuovo giocattolo. Mi meraviglio di ogni novità e di qualsiasi funzione e marchingegno che giorno dopo giorno vado a scoprire.

Il mio webmaster, attualmente in vacanza dagli studi romani, pasticcia di là, all’altro computer e “strolga” sempre cose nuove per questa mamma grafomane.

Ieri mi ha regalato il contatore delle letture per ogni post. Ecco, come per magia, ora sotto al titolo appare un numerino: sono le persone che hanno letto i miei interventi. Al netto. “Cioè – mi spiega l’esperta – abbiamo tolto le mie e le tue letture, mamy, che da sole farebbero spallare la calcolatrice!” Carina, vero?

Naturalmente il conteggio parte da ieri… Quindi, direi che non mi posso proprio lamentare! E il webmaster, con la sua sfera di cristallo, riesce anche a capire da dove vengono queste visite. E qui c’è un’altra sorpresa: numerosi lettori vengono da fuori, non sono navigatori conosciuti. Sarà il motore di ricerca, saranno le parole-chiave giuste? Boh?

Il fatto è che questo giocattolo mi affascina. Mi piace anche lo scambio fra blogger, come quello con Kikko, con Antonio, con Placida Signora, che visito quotidianamente e spesso mi ispirano commenti.  

Un solo rischio per Maria Cristina: non riuscire più a schiodarsi dal PC. Oggi è domenica e a Rimini c’è il sole. Forse sarebbe meglio andare al mare… Però non amo troppo la calca preferragostiana. E, d’altronde, di là in cucina il pranzo è nel forno e posso controllarlo anche da qui (dall’odore…).

Per Cristella, invece, nessun rischio: è la favola che continua…