Archivio mensile:Marzo 2008

Focarina, fogheraccia, fugaràza: sempre fuoco (e festa) è…

In tutta la Romagna, e Rimini non fa eccezione, in questo periodo cominciano a vedersi, qua e là, dei mucchi di sterpi e di legna che crescono in altezza di giorno in giorno.

Non solo in aperta campagna: basta uno spiazzo libero dai condomini, una piazza o un cortile di parrocchia. Va di moda, ma non era così fino a qualche anno fa, anche la spiaggia.

Cosa succede?

Come in un film di Fellini si sta preparando il set per una rappresentazione che si ripete da tempo immemorabile: la fogheraccia (o focheraccia) di san Giuseppe, in dialetto riminese “fugaràza”.

La sera del 18 marzo, appena dopo il tramonto, si comincia a sentire odor di fumo e a vedere numerosi fuochi che si accendono, non necessariamente con tempi sincronizzati: c’è chi consuma il rito appena dopo la cena, chi invece ne approfitta per trasformare il tutto in una sorta di barbecue alla romagnola, con salsicce, costine di maiale e l’immancabile sangiovese.

Qui a Viserba – e precisamente proprio davanti alla mia finestra, nello spazio ancora libero di cui scrivevo in un precedente post – viene allestita una fogheraccia che è diventata ormai storica: quella di Bruschi, che già due anni fa era data per spacciata per l’imminente costruzione di qualche palazzo (tanto per cambiare…).

L’annunciato “spegnimento”, però, è stato solo rimandato, visto che quest’anno si accenderà per davvero l’ultima “fogheraccia della falesia”: i lavori della nuova rotonda continuano infatti a pieno ritmo e il mucchio di legna da far ardere è lì, pronto. Più alto degli altri anni, a ricordare che questa volta è formato anche dai tronchi degli alberi che sono stati abbattuti per far posto alla strada e alle nuove costruzioni.

Comunque, la fugaràza è sempre un momento di gazòja (gioia e festa insieme) per grandi e per bambini.

Ricordo quando, a Gatteo a Mare, organizzati in una banda chiassosa andavamo in giro a raccogliere la legna con un carrettino, sotto la regia della “nonna” (quarant’anni fa la Pierina d’e’ Zaqual aveva poco più della mia età di oggi, ma era già “la nonna”, col fazzoletto in testa e la parananza sempre legata in vita).

Da quelle parti per indicare il falò di san Giuseppe si dice fugaréina (focarina), ma la sostanza non cambia: l’agitazione della preparazione, che durava settimane; l’emozione dell’accensione; la gioia nei volti illuminati e scaldati dal fuoco; la malinconia delle ultime scintille che sfuggono ai carboni che rimangono… E la mamma ci richiamava in casa, col fumo che rimaneva ad impregnare l’aria fino al giorno dopo, e anche oltre.

A quei tempi (quarant’anni fa) i fratelli Enrico e Ubaldo Branzanti, miei vicini di casa, scrissero una canzoncina che una mia amichetta cantò al “Festival di casa nostra” (io ero nel coro!).

Ricordo ancora il ritornello gioioso: “La focarina, la focarina, quanti musetti intorno a quel fuoco, coi goccioloni giù per il naso. La focarina, la focarina…”

Chi allora si troverà da queste parti per la prima volta proprio la sera del 18 marzo e sentirà rumore di botti e odore di fumo non abbia paura: non è scoppiata la guerra.

E’ “soltanto” una delle feste più antiche e sentite della Romagna.

La fugarena in piazza, a Castrocaro Terme FC

Fra le tante descrizioni dei falò di san Giuseppe, trascrivo qui di seguito quella del pluri-citato Gianni Quondamatteo (dal Dizionario Romagnolo Ragionato).

Fugaràza – gran fuoco, falò; focarone.

Alla vigilia di S. Giuseppe, la sera del 18 marzo (un po’ meno il 24 dello stesso mese, alla vigilia della Madonna), si accendono fuochi in tutta la Romagna; e si spara, e si fanno botti di ogni genere. L’ardore, da ragazzi, era tale, che qualche volta ci si dava al furto della legna, al saccheggio e perfino all’abbattimento di alberi. Dopo la fugaràza, dato fondo a tutta la legna, per la Madonna c’era la fugaréina.

G. Pecci: azzandrém anca st’ann al fugarein (accenderemo anche quest’anno le focarine).

Poiché di donna di scarso seno si dice che il falegname S. Giuseppe vi è passato con la pialla, ingraziarsi il santo vuol dire allontanare questo pericolo; di qui il curioso detto la fugaraza grosa la fa crès al tèti (la fogheraccia grossa fa crescere le tette); ergo, reca legna abbondante al falò.

In alcuni posti si dice (alla ragazza con poco seno): t’an è fat i fug ad san Jusèf, e san jusèf u t’a pas la piala (non hai fatto i fuochi a san Giuseppe, e san Giuseppe ti è passato sopra con la pialla).

Al fugarèn ad san Jusèf resistono in tutta la Romagna. Esse costituiscono certo un avanzo di costumi pagani e ne’ è da dimenticare che Marte era, nei tempi primitivi di Roma, il dio della campagna e della vegetazione. Pratella ritiene che con le “focarine” si volesse salutare il Dio Sole, identico, in tempi remoti, al dio Mavors (Marte), dio dell’anno (che cominciava appunto con il mese di marzo) e della primavera. Gaspare Bagli ricorda un bando di Carlo Malatesta, del 1379, che proibiva di festeggiare marzo con fuochi, perché risentivano degli usi pagani.

Un particolare significato, lo ricorda Ovidio, era il salto del falò da parte dei pastori, quando si celebravano in aprile le feste Palilie. E ancora oggi i giovani si cimentano saltando oltre le fiamme. All’inizio, invece, si forma un cerchio di bimbi, con le mani a catena, e una cantilena sale al cielo, facendo pensare ad una misteriosa invocazione alla luna: “Lòna, lòna ad mèrz, una spiga faza un bérc, un bérc e una barcheta, una gheba s’uva sèca, luna, luna di marzo, una spica produca una bica, una bica (mucchio di covoni di grano) e una bichetta, e una cesta d’uva secca.

Ho scoperto un poeta (“che screca l’och m’e’ sorgh”)

Durante la settimana, come ogni donna impegnata col lavoro anche fuori casa, si corre e si galoppa agli ordini di quel perfido padrone che si chiama orologio.

Poi arriva il sabato, quando finalmente i ritmi possono rallentare…

Un’oretta in più a poltrire nel letto, tanto per cominciare. Poi, possibilmente in sella alla bici, a Viserba per un giro di spese tranquillo, senza fretta. Prima tappa: il giornale, per Cristella più indispensabile del pane (che è comunque la seconda tappa). Poi una sosta all’elegante bar in piazza, dove Carlo e sua moglie ti viziano, anche loro con ritmo tranquillo, con un ottimo caffé e qualche pasticcino.

Ultima tappa, il mercatino di pesce e verdura.
Niente vaschette e sacchi pre-confezionati e pesature autogestite da supermercato.
Qui c’è il contatto fra le persone. Qui si socializza.

Il fruttivendolo sempre sorridente, la giovane moglie che lo affianca con la stessa cortesia, la mamma che dispensa consigli dall’alto della sua esperienza, il babbo seduto in disparte che controlla tutti senza darlo a vedere, le aiutanti che suggeriscono qualche nuova ricetta…

Insomma, questa sosta del sabato mattino per Cristella è come un’oasi rinfrescante.

Fra un chilo di mele e qualche zucchina, con Andrea si parla di favole (anche perché uno dei suoi figli ha ascoltato Cristella raccontarle a scuola), di dialetto e, ultimamente, anche di questo blog. E una volta gli ho suggerito di lasciarmi un piccolo commento.

Mai e poi mai, però, avrei immaginato che per lui “commento” significasse quello che mi sono trovata, due sere fa, nelle pagine del “Dizionario romagnolo”. La sua è una poesia. E, che poesia! Merita un post.

Si raccomanda, Andrea, di non criticarlo per la sua sintassi imperfetta. Beh, forse ci sarebbe solo qualche accento da sistemare. Ma come ho già avuto modo di dire, il dialetto è una lingua orale e sulla versione scritta non si può imporre regole.

Ecco la sua poesia. Ho solo aggiunto la traduzione, spezzandola di tanto in tanto. Geniale “Aviva screc un och me sorg”, traduzione di “avevo cliccato sul mouse”, frase che in italiano fino a vent’anni fa non aveva alcun senso.

Ah, questa foto l’ho scattata col telefonino. Quando? Sabato mattina, naturalmente!

Andrea, il Fruttarolo poeta

Le permes a pos intrè
però an vria disturbè.
Ho santi’ che ma ste’ sit
us po’ zcor senza invit!
per parlè duna cosa bela
propria propria sl’a Cristela.

E’ permesso posso entrare, però non vorrei disturbare. Ho sentito che in questo sito si può parlare senza invito! Per parlare d’una cosa bella, proprio proprio con Cristella.

Aviva screc un och me sorg
per cminzè a navighe’
po tam si-nnu in menta
e a so-nnu per salutè.

Avevo strizzato l’occhio al topo (cliccato sul mouse) per cominciare a navigare, poi mi sei venuta in mente e son venuto per salutare.

Però nu taca sobti a critichè
e mi dialet clè un po’ ise’.
Perchè se tai guerd da foin
uinè d’invroch cume chi fa’ ades per fe e voin!
Enzi a sfrot sobti l’ocasioun
per ciapè una pusizioun
perche saria propria un delet
fe’ spari’ e nost dialet.

Però non attaccare subito a criticare il mio dialetto che è un po’ così. Perché se ci guardi proprio di fino, ce ne sono di pasticci, come fanno adesso per fare il vino! Anzi sfrutto subito l’occasione per prendere una posizione, perché sarebbe proprio un delitto far sparire il nostro dialetto.

Cara Cristela le propria per quest che at vria ringraziè
perche tas de modi da ricurdè.
Ricurdè al nosti radisi
cal per quasi da tot derisi;
e va po ben sl’integrazioun
ma ad afat buliroun!

Cara Cristella è proprio per questo che correi ringraziarti, perché ci permetti di ricordare. Ricordare le nostre radici che sembrano quasi da tutti derise; vada ben l’integrazione ma però che confusione!

Chi ariva pourta una lengua nova che la è da imparè
e dai oz e dai d’maen la nosta ad lengua
lan si sint pio’ parle’.
Me an so un razesta ad natura
ma nu santi’ piò e dialet lam per dura.

Chi arriva porta una lingua nuova che è da imparare e dai oggi, dai domani la nostra lingua non si può più parlare. Io non sono un razzista di natura, ma non sentir più il dialetto mi sembra dura.

Aloura Cristela nu t-abat
continua po a cumbat
e se la quiscioun la sfa’ dura
vin po’ da me cat-tir sò

sun po’ ad frotta e verdura!!!

Allora Cristella non t’abbattere, continua pure a combattere e se la questione si fa dura vieni pure da me che ti tiro su con un po’ di frutta e di verdura!

Il tuo Fruttarolo

“L’Umanità è donna”

L’altro ieri ho chiesto al mio maestro di giornalismo, don Piergiorgio Terenzi, se dal suo rifugio montanaro in quel di Montefiore Conca mi poteva mandare qualcosa di intelligente in vista dell’otto marzo (della serie: “per favore, non le solite mimose”).


Qualche lettore conosce già questo amico prete: in “Romagna e dintorni” di Cristella.it è titolare della rubrica “Lettera 22″ e di lui scrivo anche in “About me”.


Insomma, per farla corta: PGT non se l’è fatto ripetere e questa mattina mi ha fatto avere un fax di quattro pagine scritte con l’immancabile Olivetti Lettera 22. Ora, mi ci vorrà un po’ di tempo per ricopiare il tutto in un file di word e per inserirlo nella pagina giusta del sito.

Per il momento trascrivo solo qualche brano: le parole che, come donna, mi gratificano alquanto.

Non sono favorevole alla parità di ruoli. – premette il don – Ma alla parità di importanza e soprattutto di dignità.”

L’Umanità è donna. E lo è pure la Chiesa.

Posta una presenza di Dio – opinione che non tutti hanno – ne consegue che l’uomo (globalmente inteso) nel rapporto con questo Dio svolge un ruolo prevalentemente femminile: da questo Dio è fecondato e a Lui è sottomesso (pur mantenendo la sua libertà). In Lui trova la sua completezza e il suo equilibrio.

Nel simbolico collettivo così la donna ha la precedenza sull’uomo. La classica “volontà di potenza” fa di tutto per nascondere tale dato originale. Potremo lanciare lo slogan – non lontano dal vero, che “noi tutti siamo donne”.


Già queste poche righe mi bastano.

Di mio, ripropongo “Volevo un mazzolino di violette”, per una celebrazione che sia tutto l’anno.

Volevo un mazzolino di violette


Un’orchidea? Troppo sofisticata.

Un mazzo di rose? Pieno di spine.

Un grappolo di mimosa?

Pianta delicata: non regge il gelo dell’inverno.

Allora?

Ma sì, semplicemente… un mazzolino di violette.

Spontanee e resistenti,

coperte nel sottobosco,

ogni primavera rispuntano caparbie

da sotto le foglie cuoriformi…

Non temono gelo e incuria,

vengono calpestate e ignorate.

Messe in un bicchiere (temono il cristallo…)

profumano la casa.


Violette sono le donne normali.

Mamme, sorelle, fidanzate, mogli, figlie…

Noi.

Anche a Rimini la solitudine… (e l’indifferenza)

Non è la prima volta e non succede solo a Rimini.

L’altro ieri, richiamati dal cattivo odore, i vicini di casa si sono decisi a chiamare i Vigili del Fuoco. Che venissero a controllare… L’anziano vicino dalle abitudini un po’ strane in effetti non si vedeva in giro da un sacco di tempo.

E’ vero che viveva così solo e rintanato che lo avevano soprannominato “il sepolto in casa”. E’ vero che lo si vedeva uscire, di notte o all’alba, quando, zitto zitto, andava nei giardinetti a svuotare il secchio dell’urina. E’ vero che la spesa la faceva sì e no una volta al mese, che indossava sempre gli stessi abiti e le stesse scarpe, che nessuno lo andava mai a trovare…

“Avevamo chiamato i servizi sociali del Comune, – dicono ora i vicini – ma lui non ha fatto mai entrare in casa nessuno. Quando vennero le assistenti sociali non aprì la porta, fingendo di non esserci.”

Ottant’anni, dicono che fosse uno scrittore e un giornalista. In casa aveva impilato carta su carta, fasci di giornali e libri fino al soffitto. Né acqua, né luce, né riscaldamento.

Ma come si lavava? Cosa mangiava? Come viveva?

Non mi capacito: non è possibile che questo succeda al centro della mia città, con famiglie che abitano nello stesso stabile, divise solo da un muro largo una spanna. Non è possibile che nel 2008, a Rimini, una persona possa vivere in questa solitudine.

E morire così, ritrovandone quel che resta dopo due, tre, chissà quanti mesi…

Garbinitudine

“Andiamo dove ci porta il garbino”, scriveva Silvano Cardellini in “Una botta d’orgoglio”.

Era il suo modo per descrivere il carattere dei riminesi, mutevole come il vento che contraddistingue questa prima giornata di marzo.

Da Cesenatico mio fratello Domenico, marinaio diportista, mi conferma che trattasi di garbino-libeccio. Qui a Viserba Raimondo, lampedusano trapiantato in Romagna, guarda fuori e sentenzia: “Non è proprio garbino. Arriva da là, quindi è una via di mezzo fra scirocco e libeccio.”

“Là”, dalla prospettiva di casa nostra, è l’entroterra riminese verso il Monte Titano (o Repubblica di San Marino).

Rosa dei venti. Clicca per ingrandire

Avere il garbino”, da queste parti, è segno di irrequietezza. Un nervosismo generale che spesso si legge sui volti, che si sente in strada nel traffico un po’ più caotico del solito o che giustifica atteggiamenti strani e scontrosi.

Quante volte, dopo una risposta un po’ scortese di un interlocutore, magari nel mio ufficio o in un negozio o al supermercato, minimizzo pensando: “Oz e’ tira pròpri e’ garbéin…” (Oggi, tira proprio il garbino…).

La descrizione più bella e completa della garbinitudine è di Gianni Quondamatteo. Cito direttamente dal suo Dizionario Romagnolo Ragionato.

Garbéin – garbino, libeccio.

E poiché proviene da sud-ovest, questo termine scaturisce dall’arabo garbì, ovvero occidentale, o garb, occidente. Tale autorevole origine si riverbera altresì nello spagnolo, nel provenzale e nel dalmatico (garbin).

E’ un vento caldo, afoso, che soffia a raffiche, quasi sempre precursore di pioggia.

Garbinàz, quand’è addirittura insopportabile.

E’ un vento che dà anche sui nervi, che il meteoropatico preavverte con una diffusa irrequietezza anche molte ore prima: a sént e’ garbéin (sento il garbino), si dice; e, quando soffia, a so ingarbinèd (sono ingarbinato).

L’ha e’ garbéin (ha il garbino), ha i nervi tesi.

E’ va se garbéin, di chi è di comportamento mutevole.

Fin che tira ste garbéin… (fin che tira questo garbino), fin che le cose stan così…

Poiché il garbino è vento mutevolissimo, incostante, così si dice di persona che cambi dea, di voltagabbana: t’è la faza cume e’ garbéin (hai la faccia come il garbino) o t’fé tòtt al fazi cume e’ garbéin (fai tutte le facce come il garbino).

In campagna: se garbéin e’ bòl e’ véin (col garbino bolle il vino) e con questo vento non si travasa il vino e non si “smette” il baghino (il maiale).

Foriero, abbiamo detto, di tempo cattivo: siròc e’ garbéin, dicono infatti i marinai. D’estate, soprattutto, il garbino precede lo scirocco e l’immancabile pioggia. Di qui il modo di dire campagnolo: e’ garbéin en mèt sò e’ lèt a maréina (il garbino non mette su il letto in mare), non si ferma, cioè, ma ritorna indietro sotto forma d’altro vento e provoca guai; si dice anche adès e’ va zò e’ garbéin, l’è quand che torna indré! (adesso va giù il garbino, è quando torna indietro!).

Sempre in campagna, per chi ha i capelli in disordine, o gli abiti, si dice: l’è rufid cum per e’ garbéin (è arruffato che mi sembra il garbino).

Garbéin s-cèt (garbino schietto) o garbéin frèid (garbino “marcio”), quando non vi sono dubbi di sorta.

Finita la citazione di Quondamatteo, chiedo ora scusa ai lettori se abbasso il tono filosofico-antropologico di questo post e lo riporto alla pragmaticità tipica di una arzdòra romagnola quale sono: un aspetto positivo delle giornate di garbino, specialmente se capitano di sabato e di domenica (quando le donne che durante la settimana sono impegnate anche in lavori fuori casa si dedicano alle faccende casalinghe) è la possibilità di asciugare velocemente il bucato steso all’aperto.

Decisamente meglio di qualsiasi asciugatrice industriale…