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31 ottobre, 2007

Noci e mandorle per fave e piade dei morti

Archiviato in: Cucina, Rimini, Romagna, Tradizioni — Tag:, — mcm @ 20:16

Era una notte, una notte di tregenda, i miei capelli ballavano la samba…
Iniziava così una canzone che cantavamo attorno al falò durante i campi scout per spaventarci a vicenda scherzando su di un argomento da brividi.
Parlare dei morti senza averne paura. Un po’ come accade nella notte della vigilia di Ognissanti, quando si pensava che i defunti tornassero per qualche ora a visitare i vivi.
Nelle varie regioni italiane le usanze, oltre che ai riti religiosi, sono legate alla casa (che si doveva pulire e mettere in ordine e dove si preparavano letti per gli “ospiti”) e al cibo (con tavole imbandite e la preparazione di specialità caratteristiche).
Sui vari cibi tradizionali di questo periodo novembrino rimando alla lettura di due recenti post di Placida Signora e dei commenti lasciati da blogger e lettori di tutt’Italia.
Per quanto riguarda Rimini, qui da noi è usanza preparare la Piada dei morti, un dolce che nonostante il nome non ha nulla a che fare con la piadina che tutti conoscono.
Si tratta di una focaccia dolce dalla forma rotonda: una base di pasta lievitata condita con uvetta e una copertura di frutta secca. Una specie di panettone schiacciato, che potete vedere in questa immagine.
La ricetta? Esistono versioni leggermente diverse e pare che quella originale sia stata perduta insieme al suo depositario.
Altri dolcetti abbastanza semplici da preparare sono poi le Fave dei morti, di cui il maestro Pellegrino Artusi spiega origini e ricetta nel suo “La Scienza in cucina e l’Arte di Mangiar Bene”.

Copioincollo, augurando buona lettura e… buon appetito.

“Queste pastine sogliono farsi per la commemorazione dei morti e tengono luogo della fava baggiana, ossia d’orto, che si usa in questa occasione cotta nell’acqua coll’osso di prosciutto. Tale usanza deve avere la sua radice nell’antichità più remota poiché la fava si offeriva alle Parche, a Plutone e a Proserpina ed era celebre per le cerimonie superstiziose nelle quali si usava. Gli antichi Egizi si astenevano dal mangiarne, non la seminavano, né la toccavano colle mani, e i loro sacerdoti non osavano fissar lo sguardo sopra questo legume stimandolo cosa immonda. Le fave, e soprattutto quelle nere, erano considerate come una funebre offerta, poiché credevasi che in esse si rinchiudessero le anime dei morti, e che fossero somiglianti alle porte dell’inferno.
Nelle feste Lemurali si sputavano fave nere e si percuoteva nel tempo stesso un vaso di rame per cacciar via dalle case le ombre degli antenati, i Lemuri e gli Dei dell’inferno.
Festo pretende che sui fiori di questo legume siavi un segno lugubre e l’uso di offrire le fave ai morti fu una delle ragioni, a quanto si dice, per cui Pitagora ordinò a’ suoi discepoli di astenersene; un’altra ragione era per proibir loro di immischiarsi in affari di governo, facendosi con le fave lo scrutinio nelle elezioni.
Varie sono le maniere di fare le fave dolci; v’indicherò le seguenti: le due prime ricette sono da famiglia, la terza è più fine.
PRIMA RICETTA
Farina, grammi 200.
Zucchero, grammi 100.
Mandorle dolci, grammi 100.
Burro, grammi 30.
Uova, n. l.
Odore di scorza di limone, oppure di cannella, o d’acqua di fior d’arancio.
SECONDA RICETTA
Mandorle dolci, grammi 200.
Farina, grammi 100.
Zucchero, grammi 100.
Burro, grammi 30.
Uova, n. l.
Odore, come sopra.
TERZA RICETTA
Mandorle dolci, grammi 200.
Zucchero a velo, grammi 200.
Chiare d’uovo, n. 2.
Odore di scorza di limone o d’altro.
Per le due prime sbucciate le mandorle e pestatele collo zucchero alla grossezza di mezzo chicco di riso. Mettetele in mezzo alla farina insieme cogli altri ingredienti e formatene una pasta alquanto morbida con quel tanto di rosolio o d’acquavite che occorre. Poi riducetela a piccole pastine, in forma di una grossa fava, che risulteranno in numero di 60 o 70 per ogni ricetta. Disponetele in una teglia di rame unta prima col lardo o col burro e spolverizzata di farina; doratele coll’uovo. Cuocetele al forno o al forno da campagna, osservando che, essendo piccole, cuociono presto. Per la terza seccate le mandorle al sole o al fuoco e pestatele fini nel mortaio con le chiare d’uovo versate a poco per volta. Aggiungete per ultimo lo zucchero e mescolando con una mano impastatele. Dopo versate la pasta sulla spianatoia sopra a un velo sottilissimo di farina per poggiarla a guisa di un bastone rotondo, che dividerete in 40 parti o più per dar loro la forma di fave che cuocerete come le antecedenti.

29 ottobre, 2007

Asanisimasa. Con Fellini da Gambettola a Rimini

Asanisimasa, asanisimasa, asanisimasa…

Cosa significa? Niente di niente.
E’ una cantilena senza senso, da ripetersi come l’abracadabra che dà la scintilla alle magie.
Tutti i film di Fellini sono pieni di parolette, trappole, scherzi, enigmi e giochi di parole. Questa, se non sbaglio, in un sogno felliniano è la tiritera ripetuta dalla vecchina nerovestita che rincorre i bambini prima di metterli a letto.

Forse era la nonna Franzchina, quella di Gambettola.
“Quand’ero ragazzino – raccontava Federico – d’estate andavo per un paio di mesi a Gambettola, un paesino vicino a Rimini. La campagna per me è stata una scoperta straordinaria. Uno scenario favoloso, un po’ magico: gli animali, gli alberi, i temporali, le stagioni, i rapporti dei contadini con le bestie, il fiume delle nostre parti (il Marecchia); perfino i delitti, selvaggi e brutali, dei contadini. C’era la nonna Franzchina, che sembrava la nonna delle favole, col viso tutto rugoso, il corpo magro però imbottito di vestiti, sempre vestita di scuro. Per punirci, con un rametto verde molto elastico, ci dava certe frustate leggere che noi prendevamo ululando in modo straziante.”
Nella campagna di Gambettola – paese natale del padre di Federico e, guarda caso, anche di mio padre – la vecchia casa dei Fellini c’è ancora. Gambettola, dunque, non è solo il paese degli ferrivecchi e delle stamperie di stoffa che tramandano l’antico metodo “a ruggine”: con la sua dinamica vita produttiva e culturale (a tal proposito segnalo il premio “Nemo propheta in patria?” che verrà consegnato il 9 novembre) è anche la prima tappa di un ipotetico Tour felliniano da farsi in Romagna e che in ogni caso porterebbe subito e di filata qui, a Rimini.
E proprio in uno dei luoghi-simbolo della nostra città, il Cinema Fulgor di Corso d’Augusto, domani sera, martedì 30 ottobre, Federico verrà ricordato a quattordici anni dalla scomparsa, avvenuta il 31 ottobre 1993.

La proiezione del film I clowns, sarà preceduta da una presentazione clownesca di Alfredo e Flavio Colombaioni, due dei quattro fratelli circensi che il Maestro scelse per il suo capolavoro sul magico spettacolo che incanta chiunque abbia uno spirito bambino. Fra avanspettacolo e clownerie varie i Colombaioni racconteranno com’è cambiata la loro arte dopo l’incontro con Fellini.
“Una serata insolita. – dice il direttore della Fondazione Fellini Vittorio Boarini – Un omaggio al Maestro, ma anche a Charlie Chaplin, di cui ricorrono i trent’anni dalla morte. Fellini amava molto Chaplin, l’aveva conosciuto e lo considerava tra i più grandi. Le analogie tra I clowns e Il circo, ma soprattutto Luci della ribalta, sono evidenti.”
Non mancherò.
Sento già l’invidia di qualcuno. Già! Abitare a Rimini ha diversi vantaggi.

Questo è solo uno dei tanti.

Post Scriptum: mi giunge ora da Roma, a “post già scritto”, la preziosa consulenza di Gianfranco Angelucci, scrittore e sceneggiatore, già collaboratore di Fellini, che precisa:

“Asanisimasa appartiene a ‘8 e ½’ in due sequenze diverse: alle terme con

la coppia di telepati e nel grande lettone della nonna a Gambettola. L’una scena rimanda all’altra.”

Grazie, Maestro Angelucci!

Rimini: itinerario felliniano

Archiviato in: Parole in Libertà — Tag:, — mcm @ 18:30

LA RIMINI DI FELLINI

(tratto da “52 domeniche in Romagna”, Menabò Editore Forlì)

Il figlio più grande della città è senza dubbio Federico Fellini: il suo cinema è edificato per la maggior parte su memorie dell’infanzia e della giovinezza riminesi. Una Rimini sempre costruita “altrove”, vuoi sul Lido di Ostia o negli studi di Cinecittà, ma con la quale il Maestro ha mantenuto grandi legami affettivi, tant’è vero che ha chiesto di riposarvi per sempre. E proprio all’ingresso del cimitero si trova il monumento funebre che Arnaldo Pomodoro ha ideato per il regista e per Giulietta Masina: una grande prua rivolta al cielo, che evoca il leggendario Rex di Amarcord. L’itinerario nella Rimini felliniana parte proprio da qui, per proseguire verso luoghi, forse già incontrati, da guardare stavolta con occhi diversi, come flash back su scene da Oscar. Prima tappa al Borgo San Giuliano coi suoi murales dedicati al Maestro e ai suoi film, e al vicino Ponte di Tiberio, dove passava la corsa delle Mille Miglia di Amarcord. Si imbocca Corso d’Augusto: sulla destra, dopo un centinaio di metri, ecco il cinema Fulgor, l’occhio sul mondo e l’incontro col cinema americano. Due passi e siamo in Piazza Cavour, con la scalinata dell’Arengo, teatro della celebrazione fascista e della solitaria protesta del grammofono che suona l’Internazionale, e con la Fontana della Pigna, che ha visto le pallate di neve a Gradisca, le scorribande di Scureza, l’incanto del pavone. Si svolta per via Gambalunga dove, nel Palazzo Gambalunga, aveva sede il vecchio Ginnasio teatro di mille goliardate. Dalla finestra si poteva vedere Piazza Ferrari e il suo monumento ai caduti della Grande Guerra (i “nudi delle statue”). Proseguendo verso la stazione ferroviaria (il treno, metafora di ogni partenza, molto cara al Maestro) si passa in via Oberdan, dove, nella casa della sorella Maddalena, ha sede il Museo Fellini. Lì vicino, al numero 91 di via Clementini, la casa dell’adolescenza di Federico e del primo amore per Bianchina: il Palazzo Dolci. Ultime tappe, verso il mare: il molo (la “palata”, meta invernale dei Vitelloni e teatro delle bravate di Scureza, il motociclista di Amarcord) e piazzale Fellini col mitico Grand Hotel, simbolo di tutti i desideri “proibiti”.

28 ottobre, 2007

Scoop sensazionale: Cristella beccata con le mani in pasta

Archiviato in: Cucina, Donne, Musica, Parole in Libertà — mcm @ 15:31

Una cosa ho imparato, in cinque mesi da apprendista blogger: a prenderlo con lo spirito giusto, tutto questo è come un Grande Gioco (reminiscenze scout).

Ancora una volta confesso che mi ci sto divertendo un sacco, con questo giocattolo: i commenti incrociati coi più affezionati corrispondenti on-line, la favola che sarà pubblicata per aiutare Gramos, la ricetta degli strozzapreti su Youtube…

E oggi, ciliegina sulla torta, il gioco Le mani dei blogger, iniziativa ospitata dal blog del Conte.

Tante fotografie, con o senza mouse, di mani più o meno note.

C’è Placida, Nostra Signora del web; c’è Shaindel, la Gnappetta del Venezuela e… c’è infine Cristella, con le sue “mani in pasta”, copiaincollate dalla video-ricetta targata Youtube.

 Logo Piccolo 

A questo punto, se ne fossi capace, vorrei farvi ascoltare la bella canzone sulle mani di Edoardo De Crescenzo.

Mi limito a trascriverne il testo.

Bello, vero?

Mani

Se sei un amico ti stringo la mano
se chiedi un aiuto ti tendo la mano
E prendi la mano, e dammi la mano
e prendi la mano, e dammi la mano
Il padre il bambino lo tiene per mano
c’è tutto il destino in un palmo di mano
Le mani, le mani che sanno parlare, che sanno guarire e che sanno pregare
Le mani legate, le mani ferite, le mani, le mani pulite
Le mani, le mani,le mani legate, le mani ferite, le mani pulite
Le mani, le mani,le mani legate, le mani ferite, le mani pulite

Saluti ruffiani baciamo le mani
caliamo i calzoni e in alto le mani
Chi prende il potere allunga le mani
chi sfugge al dovere se ne lava le mani
Le mani, le mani, che sanno tradire, che sanno soffrire e che sanno sbranare
Le mani spietate che danno la fine, le mani, le mani assassine
Le mani, le mani, le mani spietate che danno la fine, le mani assassine
Le mani, le mani, le mani legate le mani ferite, le mani pulite

Apriamo le mani, le mani più avare
che stringono ancora quei 30 denari
Mettiamo le mani, le mani sul cuore
più sono sincere e più danno calore
Le mani, le mani, che sanno di mare, che sanno di terra, che sanno di pane
Battiamo le mani per farci sentire, più forte le mani, le mani
Le mani, le mani, che sanno di mare, che sanno di terra, che sanno di pane
Le mani, le mani, che sanno di mare, che sanno di terra, che sanno di pane
Le mani, le mani, le mani spietate che danno la fine, le mani assassine
Le mani, le mani, le mani spietate che danno la fine, le mani assassine
Le mani, le mani, le mani, le mani

25 ottobre, 2007

Nuove regole di buona scrittura. Per ridere un po’

Archiviato in: Giornalisti, Parole in Libertà, Stampa locale, Viserba — Tag: — mcm @ 22:02

Lo so, lo so, ogni tanto vesto i panni della “Maestrina dalla penna rossa”: quando si tratta di segnalare refusi ed errori di ortografia fatti dagli altri sono eccessivamente pignola, rischiando spesso di non accorgermi delle sviste mie…
Queste frequenti inesattezze sulla carta stampata sono dovute anche al fatto che nelle redazioni dei giornali non lavorano più i cari e precisi correttori di bozze di una volta. Ora tutto è affidato alla tecnologia, che ragiona a modo suo.

Tanti errori, anche quelli in cui inciampano i comunicati ufficiali di enti e amministrazioni, sono spesso figli del correttore automatico di word.

Un esempio personale? Il mio cognome ogni tanto diventa un rassicurante Cuccioli, mentre Viserba, la cittadina in cui abito, viene velocemente convertita in Riserba.
Per restare in tema, oggi un quotidiano locale titola così: “Alcol vietato. Lombardi spinge la Regione ha impugnare la legge”.

Io avrei scritto “alcool” e “a impugnare”. Sulla prima correzione (la doppia “o”) forse sono ammissibili le due versioni. Sull’acca di troppo, invece, direi che l’errore è proprio grave!

E’ pur vero che per i quotidiani l’elemento “fretta” gioca il suo ruolo: scrivi adesso e fra due ore è già tutto stampato in qualche migliaia di copie, che fra otto ore saranno sui camioncini dei consegnatari e fra dieci sui banchi delle edicole. E chi corregge più?

Col blog, invece, se ti accorgi di aver sbagliato puoi sempre porre rimedio, magari dopo qualche giorno.
Per questo motivo ho ricontrollato – prima, dopo e dopo ancora – un nuovo arrivato in rete che era stato segnalato dall’amica blogger. Mi sono trattenuta dal lasciare un commentino velenoso (“Meglio ignorare”, ho pensato). Però, fa un brutto effetto, quando apri l’home page di uno che si presenta come giornalista di lungo corso e collaboratore di quotidiani a tiratura nazionale e ci trovi scritto, in bell’evidenza: “Un’altro blog? Il perchè.”
Passi per quell’accento grave che andrebbe immediatamente sostituito (e qui il correttore automatico aiuterebbe), ma l’apostrofo! La “Maestrina dalla penna rossa” lo boccerebbe di corsa, questo scolaretto!
… e gli farebbe studiare a memoria le regole di buona scrittura che ho copiato da un’altro blog (acc… è scappato un’apostrofo – anzi due – purammé!).
Alcune regole di buona scrittura


1) I verbi avrebbero da essere corretti
2) Le preposizioni non sono parole da concludere una frase con
3) E non iniziate mai una frase con una congiunzione
4) Evitate le metafore, sono come i cavoli a merenda
5) Inoltre, troppe precisazioni, a volte, possono anche, eventualmente, appesantire il discorso
6) Le indicazioni tra parentesi (per quanto rilevanti) sono (quasi sempre) inutili
7) Siate press’a poco precisi
8) Attenti alle ripetizioni, le ripetizioni vanno sempre evitate
9) Non lasciate mai le frasi in sospeso perché non
10) Evitate sempre l’uso di termini stranieri, soprattutto sul Web
11) Siate sintetici: cercate di evitare di cadere nell’errore di abbondare nell’utilizzo di vocaboli tronfi ed espressioni ridondanti, ovvero in tautologismi generalmente destinati a rivelarsi superflui
12) Evitate le abbreviaz. incomprens.
13) Mai frasi senza verbi.
14) I confronti vanno evitati come i cliché
15) Evitate le virgole, che, non, sono necessarie
16) Non usare paroloni a sproposito: far ciò è come commettere un genocidio
17) Imparate qual’e’ il posto giusto in cui mettere l’apostrofo
19) “Non usate citazioni”, come diceva il mio professore
20) Evitate il turpiloquio, soprattutto se non serve ad un cazzo
21) C’e’ veramente bisogno delle domande retoriche?
22) Come vi avranno già detto centinaia di milioni di miliardi di volte, non esagerate
23) Solitamente, non bisogna mai generalizzare

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