Archivio mensile:Settembre 2007

Sant’Antonio da Rimini, fra miracoli e… paganelli

A grande richiesta di Placida Signora, oggi racconto una storia che forse neppure tutti i riminesi conoscono.

Uno dei santi più amati e venerati nel mondo, si sa, è Antonio da Padova.
“Potremmo ragionevolmente chiamarlo anche sant’Antonio da Rimini”, disse qualche anno fa un ministro portoghese invitato in città per una mostra artistica organizzata dal Meeting di CL. 
Nato a Lisbona intorno al 1195, figlio di una nobile famiglia, il giovane e colto Fernando (così era stato battezzato) decise di seguire le orme di san Francesco a Coimbra, prendendo il nome di Antonio. Giunto in Italia in seguito a vicende drammatiche, nel 1221 incontrò il Poverello d’Assisi, che,  ammirato dalla sua profonda dottrina, lo invierà in Romagna, a Montepaolo, vicino a Forlì. Lì rimase qualche tempo alternando preghiere, lavoro e studio. Una predica improvvisata, in occasione di un’ordinazione sacerdotale (era venuto a mancare il predicatore ufficiale), impose all’attenzione di tutti la sua profonda cultura, la capacità oratoria e la ricchezza interiore.
All’indomani, lasciato l’eremo di Montepaolo, il frate era già missionario itinerante e predicatore. Come poteva non dirigersi verso Rimini, città già allora ribelle, che rifiutava di ascoltare la Parola di Dio (eh, si sa, come sono ‘sti romagnoli, anarchici e comunisti…)?

Nonostante la sua ars oratoria e la sua cultura (si racconta che non ci fosse nessuno più convincente di lui nel convertire gli eretici), i riminesi non ne vollero proprio sapere. Facevano orecchie da mercante (in effetti, lo sono sempre stati, mercanti, marinai, albergatori, cementificatori…).

Disperato, o forse in segno di sfida, Antonio si recò sulla riva del mare, nei pressi della foce del Marecchia. A quei tempi era più arretrata rispetto ad oggi: vicino all’attuale ponte della Resistenza, dove poi, nel Seicento, venne costruita una chiesetta dedicata al Santo, danneggiata da un cannoneggiamento austriaco nel 1915 e definitivamente distrutta dai bombardamenti aerei del 1944.
Qui avvenne il primo miracolo. Come si legge nella “Franceschina” di Ubaldo Valaperta (testo dialettale di fine Ottocento) “alcuni pesci aprivano la bocca soctometendo lo capo, dimostrando che intendevano, et facevano segni, de laudare et ringraziare Dio come meglio sapevano.”

Mi sorge un dubbio (da “eretica”, Dio mi perdoni!): non è che questo fu il primo episodio di eutrofizzazione marina, con pesci boccheggianti come si videro una ventina d’anni fa ai tempi delle mucillagini?
Secondo la leggenda, comunque, soltanto un pesce non salì ad ascoltare la predica: era il paganello (un pagano fra tanti muti credenti!).
Per l’altro miracolo riminese ci si deve spostare invece in pieno centro.

Nell’attuale piazza Tre Martiri, di fronte al Santuario dedicato a san Francesco di Paola (detto “dei Paolotti”) sorge il Tempietto di Bramante eretto nel XV secolo in onore di sant’Antonio.
Qui, si dice, avvenne il miracolo della mula (in effetti altre città si contendono sia questo, sia il miracolo dei pesci…).
Ritroviamo come protagonisti, di nuovo, gli eretici riminesi, che non credevano che Gesù fosse veramente presente nell’ostia consacrata. Antonio ne discuteva in piazza con un contadino, che non riusciva a credere ed era fermamente convinto delle sue opinioni. Il frate era altrettanto fermo nelle sue idee. I due discutevano animatamente da parecchio tempo quando il contadino gli lanciò una sfida: “Lascerò la mia mula senza cibo per tre giorni e poi ci incontreremo. Io le offrirò del fieno e tu le offrirai l’ostia. Se la mula sceglierà quest’ultima, io crederò a quello che dici”.
Dopo tre giorni, mentre Antonio diceva Messa, il contadino arrivò con la mula affamata. Il Santo prese l’ostia in mano e la alzò al cielo. La mula non guardò nemmeno il fieno ed invece si inginocchiò di fronte all’ostia.
Morale: noi riminesi siamo più zucconi dei somari e dei pesci… Non c’è riuscito neanche sant’Antonio, a cambiarci. Se n’è fuggito presto a Padova, lasciandoci a mollo nel nostro brodo. Come paganelli.

Bel servizio al cliente, Telecom cara!

Arriva una telefonata con cui la Telecom offre un aumento di potenza alla linea Adsl. Da 4 a 20 MB. Ok, accettiamo. “Veniamo il 12 ottobre alle ore 12 per modificare la linea”. Questo dice l’operatore il 18 settembre.

A mezzanotte in punto la connessione sparisce. Pensiamo ad un guasto generale.

Solo la sera dopo, visto che tutto ancora tace, chiamiamo il 187.

“Ah, certo che siete sconnessi: abbiamo già attivato l’Adsl a 20 MB.”

“Ma come, allora dobbiamo stare oscurati per 24 giorni?”
“Ah, io non so dirle di più, chiami domani il servizio commerciale.”

Giorno dopo, telefonata al servizio commerciale. Finalmente si riesce a parlare con qualcuno, a cui rispieghiamo la situazione.

“No, no. Non dipende dai 20 MB, ci dev’essere un guasto.”

Richiamiamo il 187, non ricordo neanche più cosa rispondono. Comunque, nei giorni successivi sette/otto telefonate al giorno, verso operatori diversi, con la tensione che aumenta ogni qualvolta costretti a rispiegare cosa succede.

C’è di mezzo anche il fine settimana… Porta pazienza, Cri, potrai vivere un altro giorno senza Internet, no?

“Mandiamo un tecnico a verificare”. Alleluia! Risolto? Beata speranza! Il tecnico arriva (il giorno dopo), verifica e… per lui va tutto bene, “forse è il vostro Modem che non supporta la potenza”.

Azz, ma ditelo subito, no?

“Se è così, rinunciamo da subito ai 20 MB e vogliamo tornare ai 4. E, vista la scorrettezza di questo agire, vi preannunciamo che il prima possibile passeremo ad altro operatore…”

Finita lì? No, siamo appena al settimo giorno.

La connessione ancora non arriva. Richiamiamo il 187, un rimpallo continuo e versioni contrastanti sulla causa del problema.

“Entro 48 ore vi ripristiniamo i 4 MB”, assicurano.

Alla 50^ ora chiamiamo noi. Anzi, chiama Paolo, che quando alza la voce lo sentono da San Marino… (per chi non lo conoscesse: altezza 180, peso 120, due spalle da body guard).

“Domani la facciamo chiamare noi da un tecnico, perché qui si vede che abbiamo ripristinato i 4 MB e non capiamo perché ancora non funziona…”

E’ il 28 settembre, ore 17. Chiama il tecnico.

“Signor Paolo, le ho ripristinato la potenza da 4 MB cinque minuti fa.”

Cosa? Era una faccenda che si poteva risolvere in cinque minuti e ci avete tirato in giro per nove giorni? Ma siete da denuncia!

Morale della favola: se vi chiamano dalla Telecom (o da qualsiasi altro operatore, immagino) per proporvi un’offerta speciale, accertatevi bene sulla potenza del Modem, chiedete che la variazione la facciano solo quando sarete avvisati e che il black out duri il meno possibile.

E, particolare che vi farà risparmiare ulteriori incaz****ure e perdite di tempo, fatevi dire nome e cognome di chi c’è dall’altra parte.

Prossimamente su questo schermo: “La cementificazione di Rimini Nord non si ferma all’ex-Corderia”.

Ancora in situazione di stallo causa black out domestico, utilizzo il webmaster Doruchan per postare “a distanza” (lei è a Roma, raggiungibile tramite email, possibilità che l’internet point pubblico mi dà, grazie a Dio).
Torno a parlare dell’ex Corderia di Viserba, ancora oggetto di dibattito (decisamente acceso, con lancio incrociato di coltelli, verrebbe da dire) in Quartiere, segnalando il bell’articolo di Michele Marziani sul suo blog Appunti di viaggio.
Sulla trasformazione della zona di Rimini Nord, in questi ultimi 10-15 anni oggetto di un’edificazione selvaggia, ho scritto pagine intere su Il Resto del Carlino e su Il Ponte. Purtroppo altre ne verranno: proprio in questo periodo sto preparando un’inchiesta su tutti gli altri progetti che sono ancora sulla carta, quasi tutti già approvati, che aggiungeranno cemento a cemento.  

La questione della nuova fotografia di questo quartiere implica più di un problema. Primo fra tutti la mancanza di infrastrutture e di servizi: asili, scuole, centri aggregativi, piazze con panchine per gli anziani, strade adatte all’aumento esponenziale del traffico. Ci si chiede anche chi comprerà tutti questi appartamenti. Pare infatti che ci sia un po’ di crisi di mercato: scorrendo le pagine degli annunci, si capisce che l’offerta già ora supera la richiesta (prezzi molto alti, dicono).

Last, but not least: questa era una zona a vocazione turistica, “produttiva”, in tal senso. Voglio dire che pensioni, alberggi, negozi davano lavoro a centinaia, forse migliaia di donne e uomini. Ora, con la trasformazione in “dormitorio” del quartiere, anche le strutture alberghiere tendono a virare rotta, preferendo appendere l’insegna di “residence”. Tradotto: meno turisti e conseguente cancellazione delle opportunità lavorative.
Vorrei avere una macchina del tempo per vedere come sarà la mia Viserba fra dieci anni. Avrò quasi l’età della pensione, mi piacerebbe essere già nonna. Mi chiedo se ci saranno spazi (e la possibilità fisica) per uscire di casa spingendo un passeggino senza mettere a rischio l’incolumità, se ci sarà qualche parco ombreggiato dove fermarsi a chiacchierare con le altre nonne, un luogo dove incontrare altre persone e fare attività culturali (non le solite partite a carte e i valzer dei centri anziani di oggi, per favore!).
Potrei anche pensare di cambiare città, ma temo che il problema sia condiviso quasi ovunque…

Eccomi. Ci sono ancora!

Una settimana senza connessione Internet? Non poteva capitarmi di peggio.
A parte le cause (Adsl, Telecom, guasti veri o presunti, grrr!!!!!!!!!!), mi ritrovo in piena crisi d’astinenza, col marito che minaccia un pugno in testa.
“Così, almeno sentirai meno male, cara Cri. ”
In attesa di riprendere possesso delle facoltà – mentali e connettive – medito e vi invito a meditare su questo decalogo che mi inviò tempo fa l’amico Kikko.
A presto, cari lettori…

Se riuscirò a sopravvivere ad un solo altro giorno (così ha promesso il tecnico) di black out mediatico.

Ti rendi conto di vivere nel 2007 quando…

1. Per sbaglio inserisci la password nel microonde.

2. Sono anni che non giochi a solitario con carte vere.

3. Hai una lista di 15 numeri di telefono per contattare i tuoi 5 familiari.

4. Mandi e-mail alla persona che lavora al tavolo accanto al tuo.

5. Il motivo per cui non ti tieni in contatto con i tuoi amici e familiari è che non hanno indirizzi e-mail.

6. Rimani in macchina e col cellulare chiami a casa per vedere se c’è qualcuno che ti aiuta a portare dentro la spesa…

7. Ogni spot in tv ha un sito web scritto in un angolo dello schermo.

8. Uscire di casa senza cellulare, cosa che hai tranquillamente fatto per i primi 20, 30 (o 60) anni della tua vita, ora ti crea il panico e ti fa tornare indietro per prenderlo.

10. Ti alzi al mattino e ti metti al computer ancora prima di prendere il caffè.

11. Cominci ad arrovellarti il cervello alla ricerca di modi per sorridere. : ) ) :> :->

12. Mentre leggi tutto questo ridi e fai Sì con la testa.

13. Sei troppo occupato per accorgerti che su questa lista manca il punto 9.

14. E ora… sei tornato indietro per vedere se davvero manca il punto 9… E ora stai ridendo da solo

I sogni si nascondono sulle nuvole

I sogni si nascondono nelle nuvole. Tornano giù, sulla terra, solo quando si avverano.
Protagonista di una mia favola è Trilly, una piccola fata che col suo retino ogni notte vola sopra i tetti delle città alla ricerca dei sogni perduti, quelli che stanno lassù, sulle nuvole.
Quando queste si riempiono troppo, i sogni ricascano giù. I brutti sono incubi e scendono trasformandosi in grandine e tuoni, quelli belli diventano pioggerella sbarazzina che scende delicata. Trilly, col suo retino, cerca di acchiappare quelli che stanno cadendo per sbaglio, per rimetterli al loro posto, ognuno sulla sua nuvola. Perché quando si fa confusione coi destinatari dei sogni, succedono grossi guai!
Ognuno ha i suoi sogni ricorrenti.
Io volo. Talvolta in alto, evitando il traffico delle automobili, ma rischiando di impigliarmi nei rami degli alberi più alti e nei fili dell’alta tensione. Altre volte volo più basso, solo qualche centimetro da terra e – sempre nel sogno – mi meraviglio che chi mi sta vicino non faccia caso a questo mio superpotere.
Sogno spesso l’esame di maturità (trent’anni fa!), ma anche le corse per non perdere il treno che per otto anni mi ha portato a scuola (eppure ero sempre la prima, in stazione, visto che i miei genitori mi hanno educato a “non arrivare mai tardi”).
Gli esami da sostenere, i treni da non perdere, gli appuntamenti da rispettare, volare un po’ più in alto degli altri: c’è materiale per qualche psicanalista, vero?
Oggi scrivo di sogni perché m’è capitato fra le mani un volume di Raffaello Baldini (“La nàiva, furistìr, ciacri”, Giulio Einaudi Editore Torino, 2000), poeta santarcangiolese che ho incontrato due o tre volte (l’ultima per la grande festa del suo 80° compleanno, al teatro Supercinema, qualche mese prima della sua scomparsa).
Aperto a caso il libro, mi ha attirato una bella poesia di Lello sui sogni.
A parte il sognare “dal doni bèli” (nel mio caso si tratta di “oman bél”) questi versi fotografano anche le mie notti oniriche.
I insogni (di Raffaello Baldini)
La nòta, mè, un insògni taca cl’èlt,
tòtt’ al nòti, l’è un cino, mo dabòn,
mé quant a m’indurmént,
l’è cm’a féss e’ bigliètt, quèll ch’u m suzéd,
a còrr, a voul, di post ch’a n gn’ò mai vést,
i m da dri, dal paéuri, u m bat e’ cor,
dal dòni, bèli, dal zità ch’a m pérd,
di culéur, zéinta véiva, zéinta morta,
ma dal cumbinaziòun ad robi che
dal volti a déggh, sémpra tl’insogni, quèsta
a la vooi racuntè, pu la matéina
a m svégg, a péns, a péns,e a n’m’arcòrd gnént.
 

I sogni
La notte, io, un sogno via l’altro,
tutte le notti, è un cinema, ma davvero,
io quando mi addormento,
è come se facessi il biglietto, quello che mi succede,
corro, volo, dei posti che non ho mai visto,
mi rincorrono, delle paure, mi batte il cuore,
delle donne, belle, delle città che mi perdo,
dei colori, gente viva, gente morta,
ma delle combinazioni di cose che
delle volte dico, sempre nel sogno, questa
la voglio raccontare, poi la mattina
mi sveglio, penso, e non mi ricordo niente.