La storia che segue riguarda un luogo non distante da casa mia: la spiaggia di Viserbella, precisamente qualche centinaio di metri a nord del porticciolo. Per me, viserbese dal 1983, nonostante le insegne non esistono confini precisi fra Rivabella, Viserba, Viserbella (solo recentemente ho imparato l’esatto susseguirsi delle tre località…). Ed è per questo che il 23 febbraio 1999, quando ho scritto dell’argomento su Il Resto del Carlino, ho localizzato il sito, sbagliando, sulla spiaggia di Viserba. Non me ne vogliano i viserbellesi… Insomma, le vere ed uniche sabbie mobili riminesi sono lì da loro. Un po’ storia, un po’ leggenda. Comunque, proprio l’altra sera, mentre passeggiavo sul lungomare, un anziano concittadino mi ha confermato che la sorgente di acqua dolce denominata “E’Sourcion” è riaffiorata in mare, come scritto nell’articolo, ed attualmente è “imbrigliata” tramite un tubo che guarda verso il largo.
Invito i curiosi a guardare le belle foto d’epoca della collezione di Sergio Fava (viserbellese) pubblicate sul sito del Comitato Turistico di Viserba. Nel sito del Comitato Turistico di Viserbella le due foto a destra ritraggono proprio l’area del Sourcion quando era riparata dal parapetto.
Buona lettura
Fino agli anni Sessanta sulla spiaggia di Viserba c’era un posto da dove l’acqua sgorgava abbondante dal sottosuolo.
La storia sotto le sabbie mobili
La storia di Viserba è indissolubilmente legata all’acqua che, fresca e purissima, è sempre sgorgata dalle numerose sorgenti (la più nota è quella chiamata Sacramora). Fino agli anni Sessanta c’era addirittura un posto, sulla spiaggia, dove l’acqua che sgorgava abbondantemente dava vita alle sabbie mobili. “E’ Sourcion”, così si chiamava (molto probabilmente dal francese “sorgente”). Il professor Enea Bernardi, scomparso nel dicembre 1998, aveva dedicato alle sabbie mobili viserbesi alcune pagine del suo libro “Storie su due piedi”. Iniziava ricordando i racconti di “Maròz ad Bilet”, un personaggio affabulatore che ai tempi dell’infanzia lo affascinava (si parla degli anni Trenta).
Ecco cosa narrava Maròz. “A un centinaio di metri dalla battigia, in una bassura fra le dune, gorgogliava un’acqua sorgiva. Il verde palustre nascondeva le sabbie mobili che, ricordava spesso il mio nonno, avevano ingoiato un uomo insieme al carro e ai buoi. In un pomeriggio di novembre, uno di quelli in cui l’aria tersa del garbino fa apparire le colline più vicine al mare, un contadino di Castellabate alla guida di un baroccio agricolo a due ruote trainato dai suoi buoi si dirigeva alla marina. Nessuno ha mai saputo bene il motivo di questo viaggio. I vecchi ricordano che in quel pomeriggio il vento girò all’improvviso: spirò rigido dal mare che sparì nel caligo. Il sole si offuscò, fitti banchi di nebbia scivolarono sulla marina e ovattarono forme e suoni. Quella sera non si vedeva niente e la gente si tappò in casa, rinunciando all’osteria per la paura di smarrirsi. Venne la mattina, ma il contadino non aveva fatto ritorno a casa. Lo cercarono da tutte le parti inutilmente. Di lui, del carro e dei suoi buoi non si ebbe mai più notizia. Certi cacciatori che nella notte erano appostati nei capanni da quelle parti, dissero di aver udito dei suoni strani e di aver visto sul far del giorno le impronte ancora fresche degli zoccoli bovini e dei solchi delle ruote che terminavano alle sabbie mobili. Verso la metà dell’Ottocento sorsero altre case, poco più alte di capanni, nelle adiacenze del mare. Appartenevano ai coloni che avevano imparato a vivere di pesca e costruirono il primo nucleo del paese. La zona delle sabbie mobili – riferivano sempre i vecchi – fu circondata da un parapetto di cemento a forma di cerchio.”
“E’ Sourcion” faceva paura, tanto che le mamme proibivano ai bambini di allontanarsi fino a quel luogo pericoloso. Molti, comunque, in scorribande avventurose provavano a esplorarlo, come racconta lo stesso Bernardi. “Legati tutti insieme a una lunga corda sottratta ai marinai, mandavamo uno di noi, tirato a sorte, verso il centro delle sabbie mobili. Nonostante i reiterati tentativi spericolati, nessuno di noi ragazzi riuscì mai ad arrivare al centro: man mano che si avanzava, si sentiva una forza invincibile che succhiava verso il basso, i piedi annaspavano fasciati dalla sabbia inconsistente. La sensazione era di precipitare in un vuoto senza fine, come negli incubi dei sogni. La guerra distrusse anche a Viserba case e memorie. I soldati si accamparono intorno a ‘E’ Sourcion’, scaricandogli addosso rifiuti e macerie. Iniziò così la sua agonia. Negli anni del dopoguerra lo vidi boccheggiare perché non riusciva più a respirare e a succhiare. Erano rimaste le polle centrali, quelle che noi ragazzi non avevamo mai osato profanare. Il colpo di grazia definitivo gli fu dato quando fu riempito con colate di cemento e il grande anello fu abbattuto, per lasciare il posto a una spiaggia piatta e sbiadita. Dopo un po’ ‘E’ Sourcion’ s’è preso una piccola rivincita: è rispuntato a un centinaio di metri, verso il mare, sotto forma di una piscina d’acqua fresca e chiara che si allargava sulla spiaggia.”
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E’ passato un mese
Domenica 13 maggio 2007, giornata dedicata a tutte le mamme, alle prime luci dell’alba il grande cuore di mamma Pierina s’è fermato, dopo 84 anni di gioie e di spine dolorose.
Una famiglia di cui andava fiera, coi quattro figli sempre insieme a lei, anche nelle ultime ore.
Ma una vita fatta anche di sofferenze.
Quella che di più l’aveva segnata ha una data ben precisa e un luogo ben preciso: 25 settembre 1944, nelle campagne fra Gambettola e Cesena.
Il passaggio del fronte, in Romagna come altrove, è stato per decenni l’argomento onnipresente nei racconti dei nonni e dei genitori. Testimoni oculari che, un po’ alla volta, stanno venendo a mancare.
Con la loro scomparsa si rischia di relegare il ricordo di quell’immane tragedia sotto un velo di polvere, come se si trattasse di favole di vecchietti noiosi.
In “Trama e ordito, mamme che tessono la vita”, il libro da me pubblicato nel 1999, diverse pagine sono riservate a questi ricordi.
Tali pagine dedicate a Mamma Pierina si potranno leggere in www.cristella.it (sezione Romagna e dintorni) appena il webmaster – rinsavito dopo la lunga vacanza nel paese dei tulipani – tornerà a lavorare…
Questo post serve solo a ricordare che… è passato solo un mese… sono passati già sessantatre anni… ma il cuore è gonfio della stessa emozione…
L’Italia è una repubblica fondata sulle badanti
L’Italia è una repubblica fondata sulle badanti. Anche la Romagna lo è.
Se molte donne romagnole possono permettersi il lusso di non lasciare il lavoro fuori casa per accudire un familiare anziano o ammalato 24 ore su 24 – cosa che accadeva di norma, almeno fino a qualche tempo fa – questo lo si deve ad altre donne.
Ucraine, rumene, moldave, albanesi, filippine, sudamericane… Giovani, di mezz’età o in là con gli anni. Belle e piene di dignità. Quasi tutte con titoli di studio medio/alti.
Le vediamo nei parchi spingere le carrozzine dei “loro” nonni. Le incontriamo al supermercato per spese limitate allo stretto indispensabile. Sulle panchine a scaldarsi l’un l’altra nella mezza giornata di libertà.
Mentre cercano un nuovo lavoro (e una nuova casa) perché “nonno morto”…
La ruota produttiva continua a girare, a Rimini come altrove, grazie anche a queste straordinarie donne che lasciano i figli in patria affidati alle nonne (altre donne!), mentre i mariti sono assenti, se non “a carico” loro stessi.
Le riconosci dai capelli cotonati o da quell’incedere incerto e rigido in bicicletta. Non le conosci di persona, non le saluti nemmeno. Le guardi di sfuggita, quasi indifferente. “Tanto – pensi – vanno per la loro strada…”.
Poi, da un giorno all’altro, senza averlo previsto, vengono da te.
Anche a casa tua succede qualcosa che ti fa benedire il giorno in cui una giovane signora di nome Ljuba ha deciso di lasciare la sua città ucraina per venire in Romagna a cercare un lavoro. Bionda, dolce e fidata, in due mesi appena riesce a farsi amare come figlia e sorella.
Per i familiari una parentesi troppo breve… Poco tempo anche per lei, di nuovo disoccupata per “cause di forza maggiore”.
Con la valigia in mano, a cercare un altro nonno da accudire.
Grazie Ljuba. Grazie, donne straniere, come faremmo senza di voi?
Romagna è donna. L’importanza della memoria orale
Oggi il mio efficientissimo webmaster è riuscito a caricare nella sezione Libri un ampio stralcio di Trama e ordito, mamme che tessono la vita.
Si tratta del mio volume d’esordio, presentato nel dicembre 1999, che localmente ha avuto un successo insperato. Tanto da richiedere, già un anno dopo, una seconda edizione.
In Trama e ordito scrivo di tradizioni romagnole legate alla vita contadina, in particolare della lunga lavorazione a cui si accingeva la famiglia intera per ottenere i tessuti di canapa. Ci sono anche proverbi, modi di dire, filastrocche in dialetto.
I brani riportati sono solo in bozza: nel libro dato alle stampe, di 144 pagine, il tutto è stato sistemato e arricchito da fotografie e da un’accattivante veste grafica curata con l’aiuto delle ragazze del Ponte (la casa editrice riminese).
Questa testimonianza-ricerca ha avuto il contributo irripetibile e preziosissimo di una brava tessitrice. Mamma Pierina, che domani compirebbe 84 anni e che dal 13 maggio mi protegge, sorridendo, da un “Altrove” che mi auguro sereno.
“Quando muore un vecchio – ha scritto il più grande poeta senegalese – è come se bruciasse la più grande biblioteca del mondo”.
