Archivi annuali: 2010

Sbarcare il lunario o conquistare la luna?

“Cerco qualsiasi lavoro per sbarcare il lunario”.

“Devi essere più precisa e determinata!”

“Ah sì? Allora: voglio diventare astronauta per conquistare la luna!”

Era una vignetta di Pat Carra, dedicata alle donne lavoratrici/donne disoccupate, pubblicata una quindicina d’anni fa. Eppure tuttora attuale.

Tutti i giorni, da più di trent’anni, Cristella sente richieste di questo tipo (“cerco qualsiasi lavoro” ). “Ma lei che lavoro sa fare?”  … “Tutto: mi adatto!”, è la risposta.

Non è facile dare risposte, specialmente in questi tempi, a chi ha tali aspettative. Di solito sono persone che arrivano anche da lontano, Continua a leggere

Otto marzo dolce con la Torta Mimosa

Il sabato e la domenica, se non ci sono contrattempi, Cristella assapora il piacere di cucinare con calma e tranquillità. Un regalo a sé stessa e al resto della famiglia. In questo caso, un pensiero alle donne di casa (anche alle principesse lontane 400 km.).

Ecco com’è venuta la Torta Mimosa, assaporata oggi dai commensali golosi. Non sarà proprio da pasticceria, ma vi assicuro che era buonissima.

Ecco la ricetta. Continua a leggere

Dedicato a Regina, la bis-nipote di Giustiniano Villa

Giustiniano Villa, 1910 ca.

Con molta sorpresa ed emozione Cristella ha trovato sul blog i commenti di Regina, una discendente diretta del poeta-ciabattino Giustiniano Villa che, nata e cresciuta lontana dalla Romagna, non conosce bene la storia del suo bisnonno. Però ne è curiosa, e per questo, evidentemente, è arrivata al blog di Cristella, essendo probabilmente l’unico luogo in rete dove qualcuno ha avuto la pazienza di copiare dalla versione stampata una zirudèla scritta in dialetto.

Ho promesso a Regina che la metterò in contatto con un amico studioso/scrittore che, da anni, si occupa della figura di Giustiniano Villa. Presto riceverà un messaggio in tal senso.

Ma oggi voglio farle dono di un altro pezzettino della saggezza del suo bisnonno: una zirudèla scritta nel 1895, ma che stimola più di una riflessione sulla situazione sociale di oggi del nostro Paese.

Bisogna immaginarsi la scena.

Esterno giorno; fine Ottocento, inizi Novecento.

Niente radio e tv, pochi giornali (che comunque in pochi avrebbero potuto leggere). Nei giorni di mercato e durante le fiere personaggi come Villa, in piedi sul loro banchetto in mezzo alla piazza del paese o del borgo della città, aggiornavano a gran voce sui fatti del mondo. Alla fine della “cantata” chiedevano una moneta.

Cantastorie, poeti, zirudellari, o come volete chiamarli. Io li definirei giornalisti ante litteram (chissà se anche a quei tempi c’era la par condicio?).

L’EMIGRAZIONE dall’Italia in America

GLI ITALIANI NEL BRASILE

Narrazione poetica in dialetto romagnolo

In Italia ac sem ardutt

in miseria più di tutt Continua a leggere

La rivincita del dialetto? In teatro (con gli appuntamenti dal 26 al 28 febbraio)

Dodici serate alla parrocchia della Riconciliazione di Rimini, dieci al Teatro Rosaspina di Montescudo, cinque al Tiberio, quattro alla Sacramora… e via dialettando.

Sui palchi romagnoli è in piena effervescenza la stagione di teatro in vernacolo, settore che non sente la crisi e che riempie le platee tra l’invidia delle compagnie che recitano in italiano. Ultimo baluardo della lingua dei nonni, Continua a leggere

Rimini? E’ una dimensione della memoria… (corta)

Federico Fellini in un murales al Borgo San Giuliano di Rimini

Che direbbe il Maestro delle squallide polemiche in corso, da queste parti, sulla Fondazione a lui intitolata?

Si discute di debiti, soldi, incarichi, eredità…
Ma la sua arte? I suoi sogni? Le sue visioni? Il genio?

Rapporto conflittuale anche a 17 anni dalla sua scomparsa. Forse non se ne può fare a meno: cosa ci si può aspettare da questa città, col suo “mare gonfio, verde, minaccioso come una prateria mobile…”?



undefined“Il mio amico Bagarone, il mio compagno di scuola, la mia Rimini.
Stanotte ho sognato il porto di Rimini che si apriva sopra un mare gonfio, verde, minaccioso come una prateria mobile sulla quale correvano nuvoloni carichi, verso terra.

Io, a Rimini, non torno volentieri. Debbo dirlo. È una sorta di blocco. La mia famiglia vi abita ancora, mia madre, mia sorella: ho paura di certi sentimenti? Soprattutto mi pare, il ritorno, un compiaciuto, masochistico rimasticamento della memoria: un’operazione teatrale, letteraria. Certo, essa può avere il suo fascino. Un fascino sonnolento, torbido. Ma ecco: non riesco a considerare Rimini come un fatto oggettivo.

È piuttosto, e soltanto, una dimensione della memoria. Infatti, quando mi trovo a Rimini, vengo sempre aggredito da fantasmi già archiviati, sistemati.
Forse questi innocenti fantasmi mi porrebbero, se vi restassi, un’imbarazzante muta domanda, alla quale non potrei rispondere con capriole, bugie; mentre bisognerebbe tirar fuori dal proprio paese l’elemento originario, ma senza inganni. Rimini: cos’è. È una dimensione della memoria (una memoria, tra l’altro, inventata adulterata, manomessa) su cui ho speculato tanto che è nato in me una sorta di imbarazzo…”

Brani tratti da La mia Rimini, Cappelli, Bologna, 1967