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15 marzo, 2012

Corso per “Producer e autori Tv” in partenza a Rimini

Filed under: Arte,Fellini,Lavoro,Rimini,Romagna — mcm @ 0:10

Presentato in anteprima lo scorso mese di novembre in occasione della consegna del Premio Fellini al regista Terry Gilliam, partirà entro la fine del mese un interessante corso di formazione per “Producer e autori Tv”, che non a caso viene effettuato a Rimini.

Sicuramente in omaggio a Federico, ma anche, come dicono gli organizzatori “perché in questo angolo di Romagna (Rimini, Riccione, San Marino e dintorni) esistono molte realtà che si occupano dei vari aspetti delle produzioni cinematografiche, musicali e televisive che potrebbero potenzialmente costituire, in futuro, un interessante distretto specializzato.

Il corso, già svolto per quattro edizioni a Roma, rappresenta una concreta opportunità per misurarsi col mercato audiovisivo, esercitarsi sulle tecniche di scrittura dei fornat televisivi, fare esperienza sul campo e guardare da vicino i processi e i meccanismi interni al sistema cinematografico, televisivo e pubblicitario.”

 

Gli aspiranti producer e autori saranno orientati verso un approccio pratico da docenti più che qualificati, veri professionisti del settore: Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo  (autori del film Boris), Francesco Ricchi e Simona Forlini (autori), Paolo Taggi (autore), Alessandra Lera (executive producer di Magnolia), Paolo Fabbri (Fondazione Fellini), Romana Andò (professore Univ. Sapienza), Francesco di Cola (marketing manager di Medusa).

Diversi i partner dell’iniziativa: l’associazione Fondazione Fellini, l’ente di formazione Osfin di via Mantegazza (sede del corso), la Scuola di Cinema Immaginarie di Rimini, la casa di produzione Magic Pictures di Roma.

Il percorso formativo durerà 80 ore e si svolgerà, per 10 settimane, ogni sabato dalle 10 alle 14 e dalle 15 alle 19. Sono previsti stage a Roma e Milano e borse di studio.

Info: Magic Pictures (tel. 328 2811675, info@magicpictures.it – www.magicpictures.it).

11 marzo, 2012

8 marzo 2012. Ciao, Elio.

L’ultimo saluto alla sua Viserba, in un’afosa mattina di fine agosto 2011, Elio Pagliarani l’ha rivolto col sorriso e le lacrime agli occhi. Le condizioni di salute, già precarie da un paio di anni, si erano improvvisamente aggravate e la moglie Maria Concetta Petrollo (Cetta) aveva deciso di anticipare il ritorno a Roma. Nel salire sull’ambulanza il poeta salutò l’arrivederci di un’amica (Maria) con cenno d’intesa che voleva dire: “Sì, tornerò l’anno prossimo. Aspettami!”

Per il 25 agosto alla Libreria Riminese era stata già organizzata la presentazione della sua autobiografia (“Pro-memoria a Liarosa”) che per 200 pagine ripercorre l’infanzia e la giovinezza in Romagna. Accolta con entusiasmo dall’assessore alla cultura Massimo Pulini, l’iniziativa era sostenuta dalle associazioni Assalti al Cuore e Ippocampo Viserba (in particolare Cristella), ma bisognò annullarla all’ultimo momento.

Elio e Cetta si erano dimostrati felicissimi quando, in spiaggia, Simone Bruscia di Assalti al Cuore, Maria ed io per Ippocampo, li incontrammo per definire i dettagli. Momento emozionante, che ho voluto fissare in questa foto (Simone, Cetta, Elio e Maria al tavolino del Dune Café, sula spiaggia di Marinagrande, il 7 agosto 2011).

 

La vacanza viserbese era ormai un appuntamento fisso di ogni estate e il poeta tornava volentieri nell’appartamento di via Lamarmora, nel condominio costruito negli anni sessanta al posto dell’umile casa dell’infanzia. Ultimamente non più autonomo per gli acciacchi dell’età, lo si incontrava comunque in spiaggia o in piazza al tavolino del bar. Sempre accompagnato da Cetta o da qualche amico. Chi lo riconosceva non mancava di fermarsi per un saluto e una stretta di mano.

 

“Sono rimasti pochi, ormai, gli amici viserbesi coetanei – mi diceva – I più cari se ne sono andati: Quinto Sirotti, Carlo Ardini, Enea Bernardi, Dino Belletti, Mario Pari…” Come racconta nell’autobiografia, quello con Viserba è stato un legame mai spezzato. Se n’era andato all’età di 18 anni, ma anche nella parlata, così caratteristica nel ritmo e nell’inflessione, Elio non aveva mai voluto perdere la riminesità. “Negli anni di Milano e di Roma – mi aveva spiegato Cetta in una delle tante chiacchierate – mio marito ha sempre mantenuto la cadenza romagnola e quando torniamo a Viserba riprende presto a parlare in dialetto. Si ricorda sempre quando, ragazzino, faceva il fattorino per le ville dei ricchi o quando aiutava il babbo carrettiere.”

A conferma di un affetto ricambiato, in queste ore sul profilo Facebook di Cetta giungono molti messaggi da Viserba: “Salutiamo con stima e affetto il nostro grande concittadino.”

 

Altri post su Elio:

Il “ragazzo Elio”, da Viserba

“A tratta si tirano”: la poesia di Pagliarani e i ricordi di Cristella. “E invece ha senso pensare che s’appassisca il mare”

Alcuni ricordi di Elio Pagliarani sulla Viserba degli anni 1940-1943

Il sole discreto, che non fa rumore. Omaggio a Elio Pagliarani

Viserba e dintorni nell’ultimo libro di Elio Pagliarani

V.V.V.V.: le ville dei villeggianti di Viserba e di Viserbella

C’era una volta a Viserba: Pagliarani ricorda le fole attorno all’arola

Personaggi di Viserba: il dottor Lazzarini

Le misteriose odalische di Viserba: come nei film in bianco e nero

 

 

 

 

29 febbraio, 2012

Quando l’abbronzatura non era di moda. Il primo giorno di marzo in Romagna e fra le dune di Viserba.

Si sa: la pelle abbronzata un tempo identificava la persona costretta a lavorare all’aperto e alle intemperie. Guai!

Le signorine di città si riparavano dal sole con vezzosi cappellini e ombrelli di varie fogge, mentre le ragazze campagna si affidavano ad alcuni “scongiuri” che la tradizione fissava in una data ben precisa del calendario: il primo marzo.

Un appello al sole dispettoso: “cuocimi qui e non cuocermi il volto”.

Ecco due brani che spiegano questa curiosa usanza.

Usi e pregiudizi del primo giorno di marzo (da “Parché l’àn nòv u t’azuva, e’ prem dl’àn màgna l’uva”, Agenda storica 1999, a cura di Maurizio Matteini Palmerini. Pietroneno Capitani Editore Rimini).

“I contadini e le contadine per preservare la pelle dai danni del sole e del vento avevano escogitato un originale rituale. Nel primo giorno di marzo si denudavano il sedere “affinché dal morso della cottura estiva resti immune altrove che è, in passione, prerogativa gelosa della bellezza“.

Offrivano il deretano al sole mattutino esclamando al mondo:

“Sol d’merz cusum e cul e no cusr etar” (Sole di marzo, cuocimi il culo e non cuocermi altro).

Gli uomini salivano fin sul tetto della casa. Le donne invece mostravano la carne delle natiche, più pudicamente, da una finestra.

IL PRIMO MARZO

(da ‘Un cassetto in fondo al cuore ‘ di Tecla Botteghi, testo raccolto da Emanuela Botteghi, associazione Ippocampo Viserba)

Pirinela sora i cop, e fa veida e cul ma tot.

Il primo marzo attendeva da tutti una cerimonia importante dedicata all’inizio del bel tempo. Per scongiurare pericolose scottature,carnagione troppo scura,dannose insolazioni,si doveva mostrare ‘e cul ma merz‘. (continua…)

21 febbraio, 2012

Perché certe cose succedono solo in dialetto…

Certe cose succedono solo in dialetto” diceva Raffaello Baldini a chi gli chiedeva perché si ostinava a scrivere poesie in tale lingua e non passasse invece all’italiano.

E’ vero. Il dialetto è la lingua della pancia, quella che viene fuori spontaneamente quando ci arrabbiamo o ci emozioniamo… E’  “lingua madre” in senso puro.

La pensa così anche Francesco Gabellini, (continua…)

11 febbraio, 2012

E la matéina dòp u i déva ancòura

Davvero incredibile come Raffaello Baldini, in La nàiva, abbia saputo anticipare lo scenario che la sua Santarcangelo (e tutta la nostra Romagna) sta vivendo in questi giorni. Continuo a pubblicare… Ce n’è ancora un bel pezzo. Per farci coraggio, anticipo uno degli ultimi versi: “...e’ vén sò e’ sòul…” (viene fuori il sole).

Buona lettura… av salùt ma tòtt!

LA NAIVA (3^ parte)

di Raffaello Baldini (da “La nàiva, furistìr, ciacri”. Giulio Einaudi Editore, 2000)

E la matéina dop u i déva ancòura.

Mal finestri de bsdèl

u s’avdéva dal fazi dri di véidar.

Dal butàighi i scapéva a sbadilé, (continua…)

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