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4 febbraio, 2012

LA NAIVA

Filed under: Dialetto,Poesia,Rimini,Romagna,Scrittori — mcm @ 13:31

La nàiva (di Raffaello Baldini)

 

Pu l’à vòlt carnaséin, e l’è stè nàiva,

te préim dal fròffli grandi

cmè di straz, mòli fràidi, sbandunèdi,

agli arivéva ma tèra

e al cambiéva culòur, l’era tòtt’aqua.

Mo dop un po’ al piscòlli agli era férmi,

smerigliédi,

i sedéili dla piaza,

al lèttri blò dla Casa de Rispèrmi,

i cavalétt dla Bigia

ma i éural i ravièva a dvantè biènch,

Nello pr’andè te fòuran l’à sguilé.

La tachéva, mo cmè che la n nu n vléss,

la zénta la scapèva senza umbrèla.

Pu vérs al quatar l’aria la s’è mòsa,

ti véidar u s sintéa un furmigadézz,

u n’era fròffli, ormai l’era garlétt.

La avnéva zò, mo fétta, da céud i òcc,

la era sotta, sbrulèda, la raspèva,

la s’instichéva tal schèrpi, te cupètt,

la s’infiléva ti pòst dri ma la zénta.

Da Ganasa i scarghéva testa ‘d spuntéun

s’una bala a capocc cumpàgn di frè.

Mal Scalètti la Lèttra la rugéva:

stavòlta mò u n fa un créin!

…. continua…

 

La neve

Poi ha girato grecale, ed è stata neve, dapprincipio dei fiocchi grandi, come stracci, molli radici, dinoccolati, arrivavano a terra e cambiavano colore, erano tutt’acqua. Ma dopo un po’ le pozzanghere erano ferme, smerigliate,le panchine della piazza, le lettere blu della Cassa di Risparmio, i cavalletti della Bigia, agli orli cominciavano a diventare bianchi, Nello per andare al forno è scivolato. Attaccava,  ma come se non volesse, la gente usciva senza ombrello. Poi verso le quattro l’aria s’è mossa, ai vetri si sentiva un formicolio, non erano fiocchi, ormai erano chicchi. Veniva giù, ma fitta, da chiudere gli occhi, era asciutta, secca, raspava, si ficcava nelle scarpe, nel collo, s’infilava nei posti dietro la gente.  Da Ganasa scaricavano a testa bassa, con un sacco a cappuccio come i frati. Alle Scalette l’Elettra urlava: stavolta davvero ne fa una cesta!

29 gennaio, 2012

Murales felliniani in pericolo

Ecco un interessante articolo di Alberto Biondi pubblicato su La Piazza il 23 gennaio 2012

Borgo San Giuliano, c’è un museo da salvare.

Sulla sponda settentrionale del Marecchia, dove l’acqua dolce si mescola al sapore salmastro e rugginoso del mare, un piccolo museo a cielo aperto sta perdendo, nell’indifferenza generale, le sue opere più preziose. Chiunque abbia nostalgia della Rimini d’altri tempi sa bene che, per rivivere quelle atmosfere, basta attraversare il Ponte di Tiberio e tuffarsi nel gomitolo di vicoli e piazzette di Borgo San Giuliano. Qui però, diversamente da quanto succede in un museo tradizionale, non ci si mette in fila per entrare, non si paga alcun biglietto e l’orario di chiusura è così flessibile che il visitatore può placidamente attardarsi in una delle tante osterie senza che arrivi il sorvegliante per cacciarlo. La domanda sorge ora più che spontanea: ma cosa diavolo ci sarà mai da vedere nel Borgo? Come ogni gioiellino artistico, il Borgo offre scorci interessanti e opere di valore. Piccoli tesori che, da qualche anno, esigono un occhio di riguardo in più. Innanzi tutto, l’architettura! Anche dopo graziose ristrutturazioni, le case a schiera di San Giuliano conservano i segni di un’edilizia popolare, vagamente medievale, scomparsa sotto le bombe angloamericane nel resto della città.  Beh, tutto qui? Certo che no. I curatori del “museo” hanno pensato bene di offrire agli occhi del visitatore qualcosa in più rispetto ai semplici mattoni: il colore. Già, perché non esisterebbe il Borgo senza i suoi murales. Paesaggi marini, monumenti e creature felliniane fanno la loro comparsa sulle facciate delle abitazioni, accanto a una finestra, dietro una buchetta delle lettere. Le opere, che dalla prima edizione della “Festa de’ Bòrg” (1979) hanno cominciato a tappezzare le pareti di San Giuliano, sono opere di artisti fra cui, Luciano Maroncelli, Giacomo Foglietta, Maurizio Minarini. Il filo conduttore è il fortissimo legame con il folklore romagnolo, la tradizione marinara e i personaggi carnevaleschi che hanno ispirato i film di Federico Fellini, il “Riminese più famoso del mondo”. Quanto alla street-art, invece, il camminamento lungo l’invaso il Borgo offre sgargianti graffiti a bomboletta spray, anch’essi opera di talentuosi writers fra cui Davide Salvadei, in arte “Eron”. Insomma, colori in ogni stile e declinazione. Ma veniamo ora alla nota dolente. Complici il passare degli anni e la morsa degli agenti atmosferici, i murales sbiadiscono, si scrostano. Dei più vecchi s’intuiscono solo i contorni, qualche tinta che non si decide a scolorire e i borghigiani, insofferenti a tanta decadenza, rimbiancano, cancellando per sempre quelle rustiche pennellate dismesse. Anche i graffiti non se la passano bene. Ancora non esiste un progetto del Comune che regolamenti e stabilisca, in maniera definitiva, un piano di riqualificazione. Incentivare la produzione di graffiti (magari istituendo una gara con “Rimini” come tema) potrebbe rivelarsi un’ottima soluzione per attirare giovani artisti e aggiungere, al quartiere storico per antonomasia, un tocco di fantasia e modernità. San Giuliano, antica residenza di operai, lavandaie, vetturini e lupi di mare, è forse l’unico quartiere della città che vanti un retroterra culturale e bozzettistico così spettacolare. Sarebbe un peccato non valorizzarlo al meglio e preservarne lo spirito. Da anni la “Società de Borg” si occupa dell’organizzazione della celebre Festa che, a cadenza biennale, coinvolge l’intera cittadinanza (e non solo). Quest’anno il tema scelto dai giovani della Società è “Artorne me futur” (Ritorno al Futuro), una sorta di “spauracchio” alla famigerata profezia Maya: due notti in cui, per incanto, passato, presente e futuro coincideranno. Sarebbe bello che da questa unione scaturisca anche un progetto per salvaguardare le opere di tanti artisti per fare in modo che, una volta riportate a nuova gloria, possano colorare le vie del Borgo anche nei prossimi anni.

 

14 gennaio, 2012

Da chi Zuclòn: il perché e il percome della nuova insegna sulla via Sacramora

Avere una pizzeria-ristorante praticamente in casa? Certo che per una che è in dieta perenne questa non è proprio la situazione migliore!

Ad ogni modo, l’apertura del nuovo locale, avvenuta in queste settimane, ha il significato di una “botta d’orgoglio” – a dirla con le parole del maestro Silvano – per Viserba e per la zona Sacramora in particolare.

via Sacramora 47 - Viserba di Rimini - tel. 0541 734737

 

 

 

 

 

 

 

Non è per interesse personale che racconto la storia dell’avventura imprenditoriale che parte praticamente da casa mia, ma proprio perché penso che in questi tempi in cui la gente guarda al futuro con incertezza e grigio negli occhi, sia veramente importante trovare chi invece ci mette del suo e si rimbocca le maniche.

Vediamo , allora, di conoscere meglio questi Zuclòn, che hanno acceso una nuova luce sulla via Sacramora. (continua…)

30 dicembre, 2011

Bon dé, bon an, ch’avìva dla furtona par tot l’an!

Filed under: Anziani,Dialetto,Donne,Romagna,Tradizioni — mcm @ 23:28

A grande richiesta… ri-ecco a voi le antiche usanze romagnole del 31 dicembre e del primo gennaio.
Da notare, nelle ultime righe di questo post, l’origine della poca considerazione per le donne che esiste tuttora.

Vabbè, Buon Anno a tutti. Alle donne in particolare!

Testo tratto da Gianni Quondamatteo e Giuseppe Bellosi, Romagna Civiltà. Vol. I – Cultura contadina e marinara, Grafiche Galeati Imola, 1977.

L’ultimo giorno dell’anno le donne si guardavano  dal lasciare incompiuto un lavoro già intrapreso. Si traevano ora gli auspici per l’anno venturo. Così ne descrive uno il Bagli: L’ultimo giorno dell’anno prendono tre fagioli. Ne tengono uno colla buccia, ne pelano un altro a metà, e l’ultimo per intero, poi lo chiudono in un cartoccio, e li mettono la sera sotto il capezzale del capo di casa. La mattina del primo giorno dell’anno riprendono  il cartoccio, poi fanno estrarre da un bambino uno dei tre fagioli. Se esce quello colla buccia è segno di fortuna per tutto l’anno, se quello con metà buccia significa mediocre fortuna, se esce quello senza buccia affatto significa disgrazia”.

Altri auspici si traevano il primo dell’anno con questo gioco, pure raccolto dal Bagli:

“Nascondono una chiave, dell’acqua, della cenere e un anello; poi quegli che ha nascosto la roba manda gli altri a cercarla, e chi trova la chiave  sarà fortunato tutto l’anno; chi l’anello dovrà farsi lo sposo nel corso dell’anno; chi trova l’acqua piangerà tutto l’anno; e finalmente chi trova la cenere dovrà morire”:

E sempre in tema di pronostici scriveva il Placucci:

“Sono vigilanti li contadini, tanto uomini che donne, nel sortire di casa nel primo giorno dell’anno a rimarcare il soggetto che incontrano per il primo, desumendo da tale incontro un preludio o fausto o funesto per le vicende dell’anno intero.

- Se incontrano un povero, è un augurio cattivo.

- Se incontrano un benestante, e dabbene, presagisce un buon anno.

- Incontrandosi in un vecchio significa morte di qualcuno della famiglia entro l’anno; quale presagio si ha incontrandosi in un prete da uomini, fanciulli, o donne maritate.

- All’opposto, se una giovane nubile, od una vedova s’incontra in un prete, è segno che in quell’anno deve unirsi in matrimonio.”

Oltre che trarre auspici si cercava di propiziarsi a Capodanno l’anno nuovo, iniziandolo bene. Si mangiava l’uva appassita bianca perché portava denari, si facevano un po’ tutti i lavori soliti perché poi riuscissero bene nel corso dell’anno.

Il Placucci ricorda anche l’usanza di dare il buon anno e afferma che al suo tempo questo augurio si costumava ‘solo fra fra gli anziani ed i capi delle ville’, i quali, incontrandosi tra loro, dicevano ‘Bon dé, bon an‘ e si rispondevano a vicenda ‘Dì u z’e cunzéda‘ (Dio ce lo conceda).

Ma ancora fino a pochi anni fa nelle nostre campagne i bambini maschi usavano portare il buon anno a tutte le famiglie dei propri dintorni ricevendo in cambio denari e zuccherini: cominciavano a far dell’alba, spesso a gruppi, per poter visitare il maggior numero di case possibile e racimolare un gruzzolo consistente.

E l’augurio veniva espresso con una strofetta, diversa a secondo delle località. Eccone una raccolta nella Romagna bassa:

Bon dé, bon an, bona furtona,

int la stala, int e’ stalèt,

int la bisaca de curpèt.

(Buon giorno, buon anno, buona fortuna, nella stalla e nello stabbiuolo, nella tasca del corpetto).

Non mancavano i versi ai contadini oppressi dal padrone:

Bon dé, bon an,

ch’avìva dla furtona par tot l’an

ch’aviva de grèn, de furmintòn,

e pu ch’avìva ch’uv mura e padron!

(Buon giorno, buon anno, abbiate della fortuna per tutto l’anno, abbiate del grano, del formentone, e poi vi muoia il padrone!).

Se poi non ricevevano nulla in cambio delle loro prestazioni, i bambini si allontanavano gridando:

Bon dé, bon an,

ch’uv mura la sumara int e’ capàn!

(Buon giorno, buon anno, che vi muoia la somara nel capanno!).

Abbiamo detto che soltanto i maschietti portavano il buon anno. Infatti le donne evitavano, il primo gennaio, d’andare in casa d’altri, perché avrebbero portato disgrazia e quindi, per prevenire un cattivo inizio dell’anno che avrebbe avuto ripercussioni malefiche su tutto il suo corso, non sarebbero state accolte.

Questa usanza è tuttora osservata presso molte famiglie.

13 novembre, 2011

Scanzonata filosofia riminese. “Par piasér: ch’la m ne màza un chél!”

INTERNO GIORNO

Viserba di Rimini. Pomeriggio d’autunno nella sala d’aspetto del medico di famiglia. Stanza in ombra, dal soffitto basso. Aria stantia e pesante. Scomode seggiole addossate ai muri. Scaffaletto con vecchie riviste.

Tutti i posti occupati: tre o quattro signore di mezza età, due anziani con la cartella delle lastre in mano, un ragazzo di colore, un rappresentante del farmaco con la borsa di pelle d’ordinanza.

Cristella entra. (continua…)

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