Archivio mensile:Maggio 2009

Don Mauro, prete di frontiera

Cristella ci sarà.

Sabato 9 maggio, alle 18, nella Sala Snaporaz di Cattolica verrà presentato il libro dedicato a don Mauro Ercoles, sacerdote scomparso all’età di 52 anni in un incidente stradale all’alba del 24 febbraio 1998, mentre era diretto al porto per imbarcarsi con gli amici pescatori. In quell’occasione Cristella firmò un articolo di cronaca su Il Resto del Carlino, pezzo che è stato incluso nel libro insieme a tante testimonianze e ricordi di chi lo ha conosciuto.

  • copertina libro su don Mauro

“Prete di frontiera”, viene definito già sulla copertina. Sicuramente fuori dall’ordinario. Don Piergiorgio Terenzi e Caio Golfieri, i due curatori più impegnati nella realizzazione del volume (che significativamente viene firmato “i suoi amici”) hanno saputo descrivere la personalità di don Mauro tramite le parole di chi gli ha voluto bene. I familiari, i ragazzi della Gioc, i compagni di seminario, i confratelli che hanno collaborato con lui nelle varie parrocchie presso cui ha prestato servizio.

“Questo volumetto rievocativo – spiega don Piergiorgio – è nato dall’esigenza di un ‘ritorno’. Abbiamo sentito la necessità di restituire in qualche modo a don Mauro quanto egli abbondantemente – spesso senza rendersene conto – ci ha donato.”

“Don Mauro seguiva in particolare ‘le bande’ e in questo era molto bravo – scrive don Renzo Gradara – Con la sua cinquecento bianca con il muso nero andava dappertutto e a tutte le ore del giorno e della notte. In macchina con lui non ti addormentavi, nemmeno a tarda notte dopo un lungo incontro con i ragazzi. Era di carattere spontaneo e dal comportamento molto creativo ed estroso, ma era molto meticoloso nel prendere i contatti e nel mantenerli, attento alle piccole cose. Non attendeva il grosso gruppo per muoversi, ogni occasione era buona per incontrare qualcuno, i suoi approcci non erano sempre legati ai momenti liturgici.”

Volete la prova di questa ultima affermazione?

Eccola:
Dora sul cavallo di don Mauro

Cristella, le principesse e il Re consorte (quest’ultimo decisamente ateo) hanno conosciuto don Mauro nel suo regno, la casa colonica di Carbognano, a Gemmano, che il prete aveva trasformato in agriturismo. Questa fotografia, scattata il 28 luglio 1996, descrive la situazione: un prete senza tonaca (ma pur sempre prete) insegna fiducia in sé stessa alla principessa Dora. Sta dicendo: “Abbi fiducia nella cavallina, non ha la sella e la sua pelle ha sentito che tu sei una brava bambina e quindi non ti farà cadere. Puoi anche aprire le braccia. Non aver paura!”
Approcci non sempre legati ai momenti liturgici: come volevasi dimostrare…

Grazie, don Mauro!

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Dop un sonn c’u n’ fneva mai… (sperémma!)

La majè: cioè la maggiolata. Festa di calendimaggio, cantar maggio.

Festa pagana, forse, convertitasi col tempo in festa cristiana. Poiché majo, nell’antichità, significava sia maggio, sia ramo fiorito e ramo d’albero in genere, è difficile stabilire se la nostra majè sia la versione dialettale di majata derivante da majo mese o da majo ramo fiorito.

La majè durava a Ravenna una o due settimane, e vedeva scendere in città, nei vecchi tempi, brigate di ragazze a dire la ventura e a cantare la primavera che sbocciava: il “ben venga maggio”.

La superstizione voleva anche che il rito di adornare di rame di betulla i davanzali impedisse alle formiche di entrare in casa e cagionar danno. La Majè (La Maggiolata) è anche un notissimo componimento di Aldo Spallicci, musicato da Cesare Martuzzi, eseguito per la prima volta al Trebbo di Monte Maggio nel 1910. Si tratta della prima “canta” su testo d’autore composta in Romagna.
Dop un sonn c’u n’ fneva mai

la campagna la j è ‘d fèsta

E e’ mi gal alzend la cresta

l’à cantè: chirichichì!

Dopo un sonno che non finiva mai, la campagna è in festa, e il mio gallo alzando la cresta, ha cantato chirichichì!
Tu la rama la piò bèla,

strapa i fiùr ch’it piis a te

Spiana come par un re

al finestar dla mi cà.

Tu la bdòla la piò bèla

strapa i fiur ch’it piis a te

che al furmigh al n’à d’antrè

a magnèr int la mi cà…

Prendi il ramo, il più bello, strappa i fiori che piacciono a te, sistema come per un re, le finestre della mia casa. Prendi il pioppo, il più bello, strappa i fiori che piacciono a te, che le formiche non devono entrare a mangiare in casa mia…
Da “Agenda storica 1999” a cura di Maurizio Matteini Palmerini:

I nostri contadini si sono tramandati un originale metodo di lotta contro le formiche: nella giornata del 1° maggio, al mattino di buon’ora, raccoglievano ramoscelli di pioppo, ma anche di biancospino, di gelso, di olmo ed i fiori più diversi che poi legavano insieme alle porte e alle finestre e persino sul tetto della casa. Questa consuetudine, molto probabilmente residuo di un antichissimo culto agreste, aveva lo scopo di propiziare ed assicurare l’abbondanza dei raccolti e, contemporaneamente, di impedire l’ingresso in casa delle formiche o di nasconder loro la via della dispensa. Questo straordinario potere era attribuito in modo particolare ai rami di pioppo, poiché, sempre secondo la tradizione popolare romagnola, con questo legno era stata costruita la croce sulla quale morì Gesù Cristo.