Archivio mensile:Aprile 2009

Giustiniano Villa e il terremoto di Avezzano del 1915

Giustiniano Villa (1842 – 1919) è noto come il “poeta ciabattino” di San Clemente, paese sulle colline alle spalle di Riccione. In tempi in cui la gente non leggeva e radio e tv non c’erano Villa girava per le piazze di paesi e città a declamare le sue zirudelle, forma poetica un tempo molto diffusa in Romagna. Ne scrisse a centinaia, stampate su foglietti che vendeva a un soldo l’uno (il prezzo era spesso indicato negli ultimi versi della composizione, diventandone la chiusura). Un giornalista ante litteram, attento al sociale e alla vita politica nazionale e internazionale. Oltre ai noti “dialoghi e contrasti fra padrone e contadino”, infatti, Villa portava alla gente poesie sociali e cronache vere e proprie.

Come quella scritta nel 1915, intitolata “Le calamità presenti”.
Il riferimento è al terribile terremoto che, alle 7.48 del 13 gennaio 1915, rase al suolo la città di Avezzano, in Abruzzo.

St’an lé l’an dla distruziun
di paeis e del persoun.
Dov la guera cla ne arriva
a fe la stragie più attiva
le arrivat un ent fastidie,
e nemigh d’S. Emidie
la ballè la padvanela
at tl’Italia i qua centrela
che at chi pòst Lou la distrutt
omne, don, paeis e tutt.

Questo è l’anno della distruzione
dei paesi e delle persone.
Dove la guerra non arriva
a far la strage più attiva
è arrivato un altro fastidio
il nemico di Sant’Emidio
ha ballato la pavanella (antico ballo romagnolo)
nell’Italia qua centrale
che in quei posti Lui ha distrutto
uomini, donne, paesi e tutto.
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Pensieri e parole

Prima di andare a dormire, non certo per conciliare sonni sereni e tranquilli, Cristella “cogita” sul senso delle righe scritte l’altro ieri su Face Book.
Chi bazzica da quelle parti sa che da un po’ di tempo la richiesta “Cosa stai facendo?” è stata sostituita da “A cosa stai pensando?”

Risposta di Cristella: “Ma perché, signor Facebook, mi chiedi ‘a cosa stai pensando’? Intanto, mentre lo scrivo è già passato… Quindi, eventualmente, chiedimi ‘a cosa stavi pensando’. Che patacata…”

Casualmente, proprio ieri, sull’inserto Nova de Il Sole 24 Ore è stato pubblicato un articolo intitolato “La tristezza del pensiero che sfocia in creatività”, che riporta un brano tratto dal libro “Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero”di George Steiner, Garzanti Milano, 2007.

Steiner conferma l’idea che frulla(va) in testa a Cristella: pensare al senso del pensiero pensando che non si finisce mai di pensare.

Non sappiamo effettivamente cosa sia “il pensiero”, in che cosa consista “il pensiero”. Quando tentiamo di pensare il pensiero, l’oggetto della nostra indagine è interiorizzato e disseminato nel momento stesso in cui lo facciamo. E’ sempre immediato e insieme fuori portata. Neppure nella logica o nel delirio dei sogni possiamo raggiunger un punto di vista esterno al pensiero, un punto archimedeo da cui circoscrivere o pesare la sua sostanza. Niente, nemmeno le sonde più profonde dell’epistemiologia o della neurofisiologia ci hanno condotto oltre l’identificazione parmenidea del pensiero con l’essere. Abbiamo prove che dimostrano come i processi del pensiero, dell’immaginare concettuale, persistano anche durante il sonno. Alcune modalità del pensiero resistono a qualsiasi tipo di interruzione, come accade con la respirazione. Possiamo, per breve tempo, trattenere il respiro. Non è affatto chiaro, invece, se possiamo trattenere il pensiero.”

Chiedere… che ne pensate è troppo?
Buona notte e sonni sereni 🙂

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Gli intraducibili: os-cia, ac bàgia!

Bàgia – occasione favorevole, affare, fortuna.

L’è na bàgia (è una baggia).

E anche in senso ironico, quando si viene imbrogliati, turlupinati: os-cia ac bàgia! (Osta, che baggia!).

Ta l’è vluda la bàgia! (L’hai voluta, la baggia!).

E’ prim e’ god la bàgia (il primo gode la baggia): chi è primo, chi giunge primo la fa da padrone, ha vantaggi.

Ma si dice anche l’utme e’ god la bàgia (l’ultimo gode la baggia)… se i primi son discreti..

In lingua c’è bazza: colpo fortunato, vantaggio, buona fortuna.

Si racconta di un postino riminese il cui terrore di dover soffrire molto, prima di morire, gli faceva beatamente sospirare – giunto il fatal momento – un ‘colpetto’ fulminante. Sicché un giorno, nel corso del suo normale giro di distribuzione, imbattutosi in un capannello di gente e saputo che un forestiero era rimasto stecchito per un colpo apoplettico, scoppiò a dire: Al savéva mé! S’u j è na bagia la tòca sempre m’un furistìr! (Lo sapevo, io! Se c’è una baggia tocca sempre a un forestiero!).

(testo tratto da Gianni Quondamatteo, Dizionario Romagnolo Ragionato)

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