Archivio mensile:Aprile 2009

Sardoncini in due modi

Sardoni, sardoncini, sardoun…  In Romagna le alici si chiamano così. Proprio qualche giorno fa in una pescheria riminese un commerciante è stato multato per aver scritto, nel cartellino, il nome dialettale e non quello italiano. Ma fatemi il piacere! Quando si dice “mi dia un chilo di sardoncini”, se ne sente già il profumo. Altra cosa è “un chilo di alici”.
In graticola, magari schiaffati dentro a due quadretti di piada calda insieme a radicchi e cipolla (ma com’è che solo a scriverlo viene l’acquolina in bocca?)…

Vabbé, con queste chiacchiere Cristella voleva solo introdurre le due ricettine facili facili, ma gustosissime, puntualmente registrate dalla nuova macchina fotografica di Dora, la principessa numero uno.

1. Sardoncini marinati.

Togliere testa, interiora e lisca ai pesci, lavarli con aceto bianco.

sardoncini puliti

Farli marinare in una ciotola, per almeno un’ora, con abbondante succo di limone. Sistemarli in un piatto di portata e irrorarli con un condimento preparato con succo di limone, olio extra-vergine di oliva, sale, pepe.

condimento per sardoncini

Cospargere con prezzemolo e aglio tritati finemente.

sardoncini marinati

Si possono conservare a lungo: buoni anche dopo qualche giorno.

2. Sardoncini impanati al forno.

L’altra versione super veloce è una variante casalinga della tipica  “rustida” che spesso viene offerta nelle sagre romagnole. Non avendo sempre griglia e carbone a portata di mano, va bene anche il forno.

Tolte le teste e le interiora ai pesci, li si sciacqua e li si asciuga bene. Si condiscono con pangrattato, prezzemolo e aglio tritati, sale, pepe, olio. Si dispongono a raggiera in una teglia (un solo strato) e si spruzza sopra un altro po’ di olio.
In forno a 150 gradi per 15 minuti.

(Nella foto ci sono delle triglie: il procedimento è lo stesso).

triglie gratinate

Da mangiare caldi, a scottadito o, come detto, con vera piada riminese.
Buon appetito!

Che ci vorrà mai, a gestire un pozzo di petrolio in Dubai?

“Cerco lavoro. Un lavoro qualsiasi.”

“Che sa fare?”

“Tutto.”

Questo è il dialogo che ormai quotidianamente si ripete allo sportello dell’ufficio dove Cristella cerca di guadagnarsi onestamente lo stipendio, nonostante il ministro anti-fannulloni.

Quando va bene, invece che “tutto” l’interlocutore risponde “mi adatto a fare qualsiasi lavoro”. Vallo a raccontare agli imprenditori che, sempre più, puntano su qualità e professionalità… Come succede in tanti settori, l’esperto di tutto non esiste. Tuttologo e nientologo, dove il confine?

Ci sono giornate, però, che propongono situazioni quasi comiche. Della serie: “se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere”.

Un esempio? La signora meridionale che negli anni passati arrivava sempre in questo periodo per un lavoro come addetta alle pulizie negli alberghi di Rimini. Piccoletta, capelli grigi, senza trucco, un dente mancante a rovinarle il sorriso…

Visto che allo sportello c’è l’insegna “Informazione”, la signora ha ben pensato di chiedere: “Ma come posso fare per andare in Dubai a gestire un pozzo di petrolio?”

La disponibilità di Cristella e delle colleghe è sempre ampia e il motto è: “se non lo sai, cerca, semmai prendi tempo e forse poi potrai rispondere”. Però il Dubai, i pozzi… Insomma, questa è una domanda proprio spiazzante. Magari si inizia approfondendo la motivazione della richiesta.

“Signora, lei che esperienze ha? Parla l’inglese?”

“No, no. Ho sempre fatto le pulizie e ho lavorato in campagna con i miei, giù in Puglia.”

“Ma perché vorrebbe andare in Dubai a gestire un pozzo di petrolio?”

“Come, perché? Secondo voi è giusto che quelli là si arricchiscano così tanto mentre milioni di persone nel mondo muoiono di fame? Se io riuscirò a gestire un pozzo di petrolio in Dubai, giuro che redistribuirò la ricchezza fra i poveri. Che ci vorrà mai, a gestire un pozzo di petrolio?”

E vai col sorriso sdentato…

Il dialogo è vero. Questa mattina, Centro per l’impiego di Rimini.

Nessuno ha riso. Però, che malinconia…

Il vaff… di Cava: quando cevvò, cevvò!

Quando Cristella si presentò a Osvaldo Cavandoli per intervistarlo, il noto disegnatore era in costume da bagno e stava giocando con un nipotino sotto all’ombrellone. Era il 23 agosto 2000, sulla spiaggia di Torre Pedrera. La sera seguente il Comitato Turistico della cittadina dove Cava passava le vacanze da tanto tempo gli avrebbe reso omaggio pubblicamente con una festa in piazza, festeggiando così anche i suoi 80 anni portati alla grande.
Cava fu molto gentile e disponibile e l’articolo per il Resto del Carlino venne piuttosto bene.

Durante l’intervista arrivò una telefonata del direttore del giornale che sollecitava la spedizione del pezzo entro mezzora. Vedendo sul volto di Cristella il disappunto – tenendo presente che quella conversazione era molto piacevole e la giornalista non aveva affatto voglia di concluderla – il disegnatore commentò a modo suo: prese il foglio bianco e il pennarello furbescamente portati dall’intervistatrice e, in un attimo,  tratteggiò il suo personalissimo saluto al direttore rompiscatole.
il vaff.... di Cava

Da quel giorno la vignetta è appesa nello studio di Cristella, a ricordare che… quando cevvò, cevvò.
Comunque, per chi voglia ammirare da vicino il “vaff…” di Cava, una copia è in mostra anche alla redazione del Carlino, al tavolo di lavoro della collega Monica R.

Il lunedì di Pasqua, a Rimini, c’è il Somar Lungo

Il Somar Lungo è un’antichissima tradizione di Rimini riportata in uso da qualche anno grazie all’organizzazione del coordinamento dei Comitati dei borghi.
Il Somar Lungo rappresenta l’occasione della “gita di Pasquetta fuori porta” dei riminesi.
Si parte con ogni mezzo, purché non motorizzato, in corteo da Borgo Marina (zona Porto), per raggiungere il Santuario della Madonna delle Grazie dopo aver attraversato tutta la città.
Al Santuario delle Grazie, a Covignano, dopo la Messa, saranno offerti spuntini e intrattenimenti vari, con premi per i partecipanti.
La scampagnata del lunedì di Pasqua alle Grazie è una vecchia tradizione riminese che ancora sopravvive, anche se l’espansione della città, i moderni mezzi di trasporto, l’attrazione esercitata da località ben più lontane e la dissoluzione dei rituali familiari l’hanno privata di gran parte del suo fascino. Un’usanza che pare abbia qualche secolo: i riminesi si recavano a Covignano per salutare l’arrivo della bella stagione.
Salire a piedi sul colle di Covignano era considerato una mezza impresa, a cui ci si preparava coscienziosamente. Le donne si levavano all’alba per cucinare il galletto, il coniglio o l’agnello; si riempivano i cesti e le sporte di cibo (d’obbligo le uova sode, la piada sfogliata, la ciambella e il vino bianco); poi le famiglie, di buon’ora e di buon passo, si avviavano verso le Grazie. Là sceglievano un prato, vi stendevano le tovaglie e facevano fuori tutti i viveri. Dopo pranzo, mentre le mamme e le nonne, armate di coltello, raccoglievano le erbe mangerecce, ai bambini era concesso di rincorrersi nei prati. Alle tre del pomeriggio si riprendeva la strada del ritorno.
La popolarità di questa tradizione crebbe rapidamente a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento. In origine il pellegrinaggio al santuario era una devozione marinara. Giuseppe Malatesta Garuffi, nel 1702, accenna per l’appunto alla “grande divozione” di cui godeva l’immagine della Vergine delle Grazie e aggiunge che “non v’è marinaio nel porto di Rimino che a Lei non ricorra qualora si trovi agitato da’ pericoli del mare, portandosi poi a sciogliere il voto a’ piè del di Lei sacro altare”. Nel santuario si conservano tuttora sette dipinti votivi marinari, modesta rappresentanza dei molti che vi saranno stati appesi. Il legame dei marinai e dei pescatori con un santuario di collina sembra strano; la spiegazione  è che Covignano è un punto dell’allineamento, chiamato dai naviganti “tre-monti-assieme”, che preannunciava loro il porto, e ve li guidava.
Il corteo delle persone a piedi e dei pochi privilegiati in carrozza che salivano la stretta strada bianca delle Grazie era detto, un tempo, “somar lungo”. La spiegazione di questa espressione si trova nelle cronache manoscritte di Filippo Giangi (primi decenni del 1800) dove si parla del Palio degli Asini che il lunedì e il martedì di Pasqua i marinai correvano intorno alla chiesa di San Nicolò. Davanti alle loro innamorate vestite a festa, in groppa a somari, i marinai si sfidavano, ma poichè non erano abituati a cavalcare questi animali cadevano e facevano ridere chi li osservava.  Il Giangi annota anche che  i marinai in carrozza o a cavallo di somari giravano sul porto e dopo pranzo alle Grazie.
Agli inizi dell’Ottocento l’antico pellegrinaggio marinaro al santuario delle Grazie si è già trasformato in scampagnata: dei marinai soprattutto, che vi si recano volentieri a dorso d’asino (il “somar lungo”), ma anche del popolo minuto del centro storico. Intorno al 1830  la partecipazione si fa massiccia e l’affluenza attira numerosi ambulanti, che vendono ”maiali nel forno (porchetta), pane, piadoni, pollame cotto e vino”: di mediocre qualità, questo, e spacciato al prezzo esoso di quattro o cinque baiocchi al boccale (quando in città costa, al massimo, due vili baiocchi). Ciononostante – commenta Giangi – “v’è di tutto uno smercio considerevolissimo”. Come ancora succede, a più di un secolo e mezzo di distanza, in tutte le sagre del Riminese.

Buona Pasqua con le uova benedette

Ci sono tradizioni dure a morire…

Quest’anno Cristella ha deciso solo all’ultimo momento di andare in chiesa a portare a benedire le uova per la colazione del giorno di Pasqua.

E’ un gesto che in Romagna si ripete, da chissà quanto, nel pomeriggio del Sabato Santo. Ogni famiglia porta sull’altare il suo cestino di uova – crude o già rassodate – avvolte in un bel tovagliolino ricamato. E’ quasi una gara a chi ha il pizzo o il cestino più bello e delicato… Ai bambini, di solito, viene dato il compito di dipingere le uova o decorare il cestino stesso.

Don Giuliano, il parroco di Viserba, ha posto un bel cartello accanto all’altare: “Benedizione uova dalle 14.30, ogni mezz’ora”.

Cristella negli ultimi anni – da quando le principesse sono cresciute e non dipingono più il loro ovetto – aveva incaricato delle benedizione la sorella. Oggi, invece, ha voluto riprovare… Forse è anche un percorso suggerito da questi giorni così angoscianti.
Insomma, per farla breve: nella piccola chiesa di Viserba fra le 14.30 e le 15.00 è stato un continuo arrivare. Signore anziane, giovani donne e qualche papà coi figli tutti emozionati, alcuni uomini adulti… Molte persone che non frequentano spesso la chiesa… L’altare non è bastato. E si trattava solo della prima “mandata” di benedizioni! Don Giuliano ha dovuto aggiungere due panche per far posto ai cestini che continuavano ad arrivare.
Uno spettacolo commovente, che fa capire quanto le nostre tradizioni siano dure a morire.

Una bimba sui quattro anni accompagnava la nonna e, fiera, portava il suo mini-cestino.

“Ti posso fare una foto?”

Domani mattina, dunque, uovo sodo e una fetta di ciambella. Come da tradizione.

Ecco cosa scrive Vittorio Tonelli, noto scrittore folclorista, nel suo libro “Il diavolo e l’acqua Santa in Romagna”.

Le uova, che un tempo non si mangiavano durante la quaresima, si accumulavano in cucina per gli impasti delle pagnotte e dei passatelli, per essere cotte sode (quelle benedette) e servite a colazione al mattino di Pasqua, con la pagnotta.

Prima di mangiare si baciava l’uovo, si diceva un Pater-Ave-Gloria e si provvedeva a buttar il guscio nel fuoco, manifestando lo stesso rispetto usato dalla massaia per l’acqua di bollitura, che, considerata benedetta, si conservava come detergente prodigioso della pelle o si buttava, propizia, nell’orto o sulle siepi (o, comunque, dove non poteva essere calpestata).

Buona Pasqua a tutti!