Archivio mensile:Settembre 2008

L’orto di Liseo in settembre

Dalla raccolta “L’òrt ad liséo” di Tonino Guerra, dedico questa immagine settembrina agli amici blogger Luca (ortocentrista), Mitì (immersa in bucolica pace vegetale) e Princy (anzi, ai suoi Duchi dell’Orto).

Setémbar

U i è stè di temporèl
ch’i à céus l’instèda e Liséo
u s’è mèss datònda e’ còl una siarpina ‘d lèna.
A mità ‘d setémbar u s’è arvést e’ sòul
e léu l’a decéis da infilé dal bòci svòiti
tl’òrt, a tèsta d’inzò
tra mèz i sintìr di fasulòin
fina che ‘d fura un restéva
quatar dàidi, gnénca. Apéna la tòpa
la sintéva che i su segnèl,
te schéur dla tèra, i rimbalzéva indrì
piò grénd, pròima la s’è férma
e pu la s’è mèssa a rinculé fina ch’la è scapa.

La à ziràt dis dè sla sponda de Marèccia
e davènti e’ prè dla zlòina.
Tl’òrt la s’è fata vòiva da sècch
s’un ghirighoro ad strèdi ch’al ziréva
datònda mal bòci e la butéva pr’aria i fasuléin.
Alòura Liseo u s’è mess ad aspitèla
s’un bastòun ch’l’éva la péunta agòzza
par infilzéla. Di dè u i zcuréva:
“Vén fura s’t é curàg, fat avdài, vigliàca!”
E intént e’ paséva al stmèni e léu e’ stéva inguèrdia.
Dal vòlti u s’alzéva da sècch e l’instichéva
e’ bastòun purséa, dròinta e ‘d fura dl’òrt
par avdài s’u la ciapéva d’inzècch
e la tòpa in chi mumént l’era tòtta la tèra.
U i parléva sotavòusa par fèi capòi che léu
l’éva una vòita mal spali ch’la n finòiva mai
e u n’éva paéura gnénca de Padretéran.
L’à cmòinz a racuntè ad cla vòlta da burdèl
te méllanovzént e òng che badéva dò pigri
ch’al durméva sòtta un èlbar e l’è arivat te zil
una ròba tònda ch’la féva una bòba de dièval.

Una vècia la à tach a sunè al campèni
ch’l’era e’ segnèl dla foin de mònd
e sta nòvvla la rasentéva i chèmp
s’un’òmbra giaza ch’la sguiléva
dròinta la vala sòura la zénta
ch’la stéva d’inznòc e a tèsta basa.
Dop u s’è savéu che ma sta pala i l’éva numinè “e’ dirigébal”
e bsugnéva stéi dalòngh si furminènt,
che féva una fiambèda
cumé se fòss agli èli d’una farfala se fugh.

Settembre

Ci sono stati dei temporali che hanno spento l’estate e Eliseo si è messo attorno al collo una sciarpetta di lana. A metà settembre si è rivisto il sole e lui ha deciso di infilare delle bottiglie vuote nell’orto, a testa in giù in mezzo ai sentieri dei fagiolini, fintanto che fuori ne restavano quattro dita, neanche. Appena la talpa si è accorta che i suoi segnali nel buio della terra rimbalzavano indietro
più grandi, prima di tutto si è fermata poi si è messa a rinculare fino al’uscita.
Ha girato dieci giorni sulla sponda del Marecchia e davanti al prato della celletta.
Nell’orto si è rivista all’improvviso con un ghirigoro di strade che giravano attorno alle bottiglie, buttando all’aria i fagiolini. Allora Eliseo si è messo ad aspettarla con un bastone che aveva la punta aguzza per infilzarla. Certi giorni le parlava: “Vieni fuori, se hai il coraggio, fatti vedere, vigliacca!”
Intanto passavano le settimane e lui stava in guardia.
A volte si alzava di scatto e conficcava il bastone all’impazzata dentro e fuori dell’orto per caso per vedere di infilzarla, e la talpa, in quei momenti, era tutta la terra. Le parlava sottovoce per farle capire che lui aveva una vita alle spalle che non finiva mai e non aveva paura neanche del Padreterno.
Ha cominciato a raccontarle di quella volta da bambino, nel millenovecento undici, che badava due pecore addormentare sotto a un albero e è arrivata in cielo una cosa tonda che faceva un fracasso del diavolo.
Una vecchia ha cominciato a suonare le campane, che era il segnale della fine del mondo, e questa nuvola rasentava i campi con un’ombra ghiaccia che scivolava dentro la valle sopra la gente che stava in ginocchio e a testa bassa.
Dopo si è saputo che a questa palla l’avevano chiamata “il dirigibile” e bisognava stare lontano coi fiammiferi, altrimenti faceva una fiammata come se fossero ali di farfalla sul fuoco.

La Russa rimandato in storia. Mamma e babbo, invece, promossi

Sull’inserto Domenica de Il Sole 24 Ore di ieri, 14 settembre 2008, Riccardo Chiaberge propone il suo interessante Contrappunto, che trovo anche sul suo blog e riporto qui di seguito. Alla citazione era mia intenzione aggiungere, semplicemente, “no comment”…Poi ci ho ripensato: commentare SI DEVE. Il pericolo più grande, a distanza di appena 65 anni (un battito di ciglia, nell’orologio della Storia) è dimenticare. O, peggio, far passare versioni in qualche modo aggiustate dai posteri (1984 di Orwell dice qualcosa?)…

Dalla mia periferia storica e geografica posso solo riportare i ricordi di Martino Muccioli, classe 1917, che l’8 settembre 1943 era soldato in Yugoslavia. I tedeschi lo presero prigioniero e lo portarono in Polonia, dove rimase fino al termine della guerra a lavorare in una fattoria. “Trattato peggio di uno schiavo – raccontava – ma comunque privilegiato rispetto a tanti compagni. Almeno qualche volta mangiavo patate e cavoli. Dormivo nella stalla con le bestie.”

Martino, mio padre, è stato uno dei fortunati che sono riusciti a tornare a casa, trovando lutti e distruzioni. Nel frattempo la sua fidanzata Pierina, mia madre, ferita gravemente, aveva avuto la famiglia decimata da una granata degli alleati. Il 25 settembre 1944 a Gambettola morirono in un sol colpo, sepolti dalla terra del rifugio in cui avevano tentato di salvarsi, suo padre, suo nonno, tre fratelli adolescenti, quattro cugini (bimbi e adolescenti) unici figli di zii rimasti disperati. Grazie a Dio Martino e Pierina si sono ritrovati, si sono sposati nel 1945 con abiti neri in segno di lutto. Hanno avuto quattro figli, di cui io sono l’ultima, nove nipoti e, al momento, cinque pronipoti.

Come tanti altri che l’hanno vissuta, loro oggi non sono più qui a raccontare la loro verità. Posso solo testimoniare il terrore dei ricordi di quegli anni, il sobbalzare – anche dopo quarant’anni – quando passava un aereo a bassa quota, l’avversione per chi vestiva di nero. Anche loro, così “piccoli”, hanno fatto un pezzo di Storia.
Nella scuola di oggi e di domani, quella raccontata da Chiaberge, queste “favole” chi le racconterà più?

Ecco il suo testo:

Dal diario scolastico 2008-2009 di uno studente del liceo «Claretta Petacci» di Salò.

Lunedì 8 settembre

Caro diario, oggi è il primo giorno di scuola, e il nuovo prof di storia, un tipo barbuto di nome La Russa, ci ha spiegato l’armistizio del 1943 e la Repubblica sociale, che aveva stabilito la sua capitale proprio nella nostra città. L’Italia era spaccata in due. Il prof ha detto che dobbiamo ricordare non soltanto i partigiani, ma anche i repubblichini: «Altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell’esercito della Rsi, soggettivamente, dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli anglo-americani e meritando quindi il rispetto, pur nella differenza di posizioni, di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d’Italia». Gabsosia004bignaziolarussa Poi è venuto a trovarci il preside, Giorgio Napolitano, e ha parlato della speranza di libertà e di giustizia «che condusse tanti giovani a combattere nelle formazioni partigiane». E del senso del dovere, della fedeltà e della dignità «che animarono la partecipazione dei militari, compresa quella dei seicentomila deportati nei campi tedeschi, rifiutando l’adesione alla Repubblica di Salò». A chi dobbiamo dar retta? Il preside a me sta più simpatico, ma il professore è quello che ci interroga e ci dà i voti. Insomma, l’anno comincia maluccio…

Giovedì 11 settembre

Oggi è venuto in classe il vicepreside, prof Silvio Berlusconi, e ha fatto un elogio di Italo Balbo, il gerarca fascista con la passione del volo, spedito dal Duce a fare il governatore in Libia: «Balbo in quel Paese – ha detto – fece cose egregie, cose buone. La colonizzazione italiana ha avuto anche aspetti positivi». La più bella della classe, reduce dal concorso di miss Linea Gotica (giuria presieduta da Erik Priebke), ha alzato la mano: «Ma allora perché abbiamo dato tutti quei soldi di risarcimento a Gheddafi?». Con la scusa di una zanzara che lo infastidiva, il vicepreside se n’è andato sbattendo la porta.Italo20balbo_2

Sabato 13 settembre

Il prof La Russa è ammalato, e oggi è arrivato il supplente, uno spilungone che si chiama Gianfranco Fini. Per prima cosa ci ha fatto fare un tema: «Partigiani e ragazzi di Salò». Noi, diligentemente, abbiamo scritto che vanno onorati allo stesso modo. Lui si è infuriato e ha dato l’insufficienza a tutti: «Non bisogna equiparare chi sta da una parte e chi dall’altra – ha spiegato –. I resistenti stavano dalla parte giusta mentre i repubblichini combattevano per una causa sbagliata». Chi ci capisce qualcosa è bravo… Sapete che vi dico? Se continua così, quasi quasi cambio scuola.

Gli esami non finiscono mai

Gli esami non finiscono mai… E quando si viene promossi è sempre una gran soddisfazione.

Oltre che dai lettori e commentatori (sempre più numerosi, pare) il blog di Cristella ultimamente è stato apprezzato da un nuovo aggregatore di blog, segnalato dall’amica Placida.

Funziona così: si richiede di far parte della comunità di Bloghissimo, per un determinato periodo si viene tenuti sotto controllo per la valutazione della qualità dei contenuti e, se tutto va bene, si viene promossi.

Almeno questo è quanto successo a Cristella: dopo l’esame, è stata iscritta nella categoria “Sapere e cultura/Viaggiare”. La categoria “patacate varie” non esiste ancora, peccato…

E’ un servizio decisamente importante, quello di Bloghissimo, visto che consente di divulgare i post pubblicati nel blog attraverso un canale aggiuntivo, permettendo una maggiore pubblicità e un incremento di lettori.

Perché… è vero che si scrive innanzitutto per sé stessi, ma chi decide di esibirsi lo fa anche per essere apprezzato da un pubblico possibilmente sempre più ampio.

Av salut!

Caccia minaccia, butta laggù laggiù!

Nella memoria musicale ed affettiva di Cristella (parliamo di oltre quarantacinque anni fa!) ci sono un paio di “dondoline”.

Avanti e indietro, in un’altalena ritmata che finiva con un “giù giù giù”… Un piccolo brivido di pericolo, mitigato dal senso di sicurezza dato dalle mani che la tengono salda e la trattengono dalla caduta. Qualcuno (il babbo, la mamma, i nonni?) la teneva in braccio guardandola negli occhi e sorridendo.

E cantava:

Caccia minaccia
il babbo è andato a caccia
alla caccia del bubù
butta laggiù laggiù

Oppure, in dialetto, la prima lingua imparata (fino all’età di cinque anni lingua madre di Cristella):

Bèl burdèl
fat a canèl
magna luvéin
chiga stupéin

Bel bambino
fatto a cannello,
mangia lupini,
caga stoppini.

Solo tanti anni dopo, ho scoperto la spiegazione di quest’ultima dondolina. Una piccola storia legata all’arte molto diffusa della tessitura casalinga: quando le donne filavano la canapa, per facilitare l’operazione il filo doveva venire inumidito di continuo. Si usava sputacchiarci sopra. Ma presto la salivazione doveva essere stimolata masticando qualcosa di piccolo. In mancanza di chewingum c’erano castagne secche (i cuciaròl), piccole mele o lupini. Respirando poi le fibre rilasciate dalla canapa, i bambini (“fatti come il cannello” su cui si avvolgeva il filo) e le donne stesse avrebbero defecato degli “stoppini”.

Un’altra dondolina, simile alla prima, è quella che la bisnonna Mina, riminese, cantava alle piccole principesse Dora e Cinzia:

Caccia minaccia
farém la pida in piazza
a la farém ben dura
passerà la mura
la mura e la porta
la chiave dell’orto
la chiave del giardino
butta giù a quel bambino!

Perché non cercate anche voi nella vostra memoria le dondoline legate al ricordo dei nonni? Se in dialetto (qualsiasi, anche siciliano o piemontese) ancora meglio!

Via libera, dunque, ai commenti nostalgici di blogger “ex bambini”.



Zughé s’al paroli

Il libriccino di Fabio e Gianfranco

Louona storta” (luna storta) è un libriccino piccolo-piccolo, che riesce a stare in un taschino.

Gli autori sono due, non nuovi a collaborazioni a quattro mani. Fabio Molari ci mette le parole, Gianfranco Zavalloni i disegni.

Fabio è nato nel 1958 a Montenovo, sulle colline cesenati che si affacciano sulla pianura e sul mare. Maestro elementare, insegna in una micro-scuola a Rontagnano, nel cesenate. Da circa dieci anni agli amici invia gli auguri di Buon Natale e Anno Nuovo con un micro-libro in versi romagnoli e disegni di Gianfranco Zavalloni. “Louna storta” è il suo biglietto d’auguri del 2007.

Anche Gianfranco è del 1958 (ambedue coetanei di Cristella, dunque!). Dopo esser stato maestro di scuola materna per 16 anni, da 12 è dirigente scolastico, oggi titolare a Sogliano al Rubicone, in provincia di Forlì-Cesena. E’ stato direttore scolastico anche a Rimini.

Per approfondire la sua conoscenza, consiglio una capatina nel suo sito: “La scuola creativa” (per una pedagogia della lumaca).

Intanto, vi lascio con una breve poesia sul pane quotidiano di poeti e scrittori.

Al paroli

Al paroli l’é zug.

Tè ta li cièp

ta li mudel cmè che fos tèra.

Ta li pù fae tondi, courti, longhi.

Al paroli al rimbaelza, al saelta

an sta zeti un minud.

le parole

Le parole sono giochi.

Tu le prendi

le modelli come fossero terra.

Le puoi fare rotonde, corte, lunghe.

Le parole rimbalzano, saltano

non stanno zitte un minuto.