Innanzitutto, leggete questa definizione scientifica della pianta di Papaver rhoeas (rosolaccio) che ho trovato in un libro di botanica. Ditemi se in alcuni passaggi non fa venire in mente qualcosa che ha a che fare con il sesso (della serie: le api che impollinano i fiorellini… eccetera eccetera).
“Pianta annua con una radice biancastra a fittone, da cui partono diverse radichette laterali; i fusti, alti fino a 80 cm, sono coperti da lunghi peli setolosi. Le foglie basali, che formano una fitta rosetta, sono pennato- o bipennatosette, hanno contorno lanceolato o ellittico-allungato, margine dentato, apice acuto, base che si restringe un lungo picciolo; le foglie del fusto sono più semplici, sessili, non amplessicauli; tutte le foglie sono coperte da peli setosi e morbidi, i fiori sono solitari, con lungo peduncolo, calice caduco composto da 2 sepali, corolla con 4 petali rosso vivo. Il frutto è una capsula ovale, oblunga contenente numerosi semi nero-brunastri.”
Ebbene, dovete sapere che le rosette delle foglie basali del papavero, pennato o bipennatosette che dir si voglia, in Romagna sono meglio conosciute come ròsli (rosole), pianta mangereccia che si raccoglie nei campi proprio in questo periodo.
Le rosole entrano di diritto, quasi una primogenitura, nei cassoni, le piade ripiegate e imbottite da crude che fino a qualche anno fa erano la povera cena di molte famiglie e che oggi occhieggiano sui banconi dei chioschi e dei negozi delle piadinare.
Ora va di moda il cassone con la Nutella, quello con patate e salsiccia, mozzarella e pomodoro o stracchino e rucola… Ma il primo e vero cassone era unicamente verde, riempito con le erbe racimolate nei campi dalle brave arzdore: radicchietti, scarpigni e, specialmente in primavera, “al ròsli”.
Quest’ampia premessa serve ad introdurre il mio post primaveril-romagnolo: ebbene sì, questa sera ho cenato con un bel cassone con le rosole. Non acquistato al negozio, ma completamente autoprodotto.
La prima fase è la raccolta nel campo: durante una gita nel vicino Montefeltro, qualche domenica fa, ho individuato una sola rosola (avvenimento documentato da questa fotografia scattata dall’amica Valeria Piccari, che ringrazio per la collaborazione).
Quindi, come fanno i pescatori che non vogliono tornare a casa a paniere vuoto e si fermano in pescheria, ho rimediato questa mattina, acquistando un chilo di rosole dal fidato fruttarolo poeta, al mercatino di Viserba.
Dopo averle pulite, lavate e scolate, le ho tritate finemente, salate e messe a cuocere brevemente in una larga padella con un filo d’olio e uno spicchio di aglio. Poi le ho strizzate bene per far perdere il liquido in eccesso. Nel frattempo ho preparato l’impasto della piada (ingredienti per 4 cassoni: ½ chilo di farina, un cucchiaino di sale, ½ bicchiere di olio extravergine di oliva, acqua tiepida q.b., un pizzico di bicarbonato). Ho ricavato 4 pagnottine che ho poi steso, abbastanza sottili, col matterello.
Ho quindi appoggiato su ogni piada un po’ di rosole, coprendo la metà della superficie; ripiegato in due e chiuso i bordi schiacciandoli con i rebbi di una forchetta. Sul testo (la piastra-teglia) caldissimo, ho poi cotto i cassoni, rigirandoli con attenzione, aiutandomi con un grande coltello a lama piatta.
Le fotografie, a parte la prima, non sono delle migliori, sorry, ma i cassoni di Cristella – parola di principe consorte – sono venuti abbastanza buoni.
“Si può sempre migliorare”…
Eventualmente, la prossima volta, li vado a comprare già pronti: bisognerà pur far lavorare anche le nostre brave piadinare, no?


