Archivio mensile:Gennaio 2008

Castagnole di Cristella

Nel periodo di Carnevale in Romagna si preparano principalmente due tipi di dolci: le chiacchiere (dette anche sfrappe o fiocchetti) e le castagnole.

Di queste ultime ne esistono diverse versioni. Le più semplici non sono altro che palline (gnocchetti) di pasta frolla fritti. C’è chi le serve così, semplici, decorate al massimo con una spruzzatina di zucchero a velo. Altri le bagnano nell’Alkermes, per colorarle di rosso, e le passano nello zucchero semolato.

La versione più raffinata le vuole riempite, come fossero dei bigné, con crema pasticcera o nutella.

Sono comunque un inno alla golosità.

Personalmente preparo molto raramente qualcosa di fritto. Ma in questo periodo è lecito fare un’eccezione. Ecco dunque la ricetta delle “Castagnole di Cristella“, fotografate mezzora fa e già fatte sparire dal parentado.

Mi perdonino i lettori, approfitto delle castagnole carnevalesche per lanciare un messaggio personale: “Figlie care, che siete lontane, consolatevi con la fotografia e con la ricetta. Se seguirete le indicazioni di mammà, potrete farcela pure voi… a sentire profumo di casa.”

CastagnoleCastagnole di Cristella

(alla maniera di Romagna)

Ingredienti:

Farina 400 grammi, zucchero 100 grammi, 3 uova (1 intero e due tuorli), 1 bustina di lievito per dolci, un pizzico di sale, burro fuso 125 grammi, due cucchiai di liquore di anice, zucchero a velo. Olio per friggere.
Si prepara un impasto con tutti gli ingredienti (escluso lo zucchero a velo). Deve risultare morbido: prima lo si mescola in una terrina con una forchetta, poi sulla spianatoia lavorandolo bene con le mani.
Lo si lascia riposare una mezzoretta. Quindi si preparano dei rotolini che si tagliano poi a pezzetti (come per fare gli gnocchi).

Questi vanno versati un po’ alla volta in una padella con abbondante olio caldo, rigirando spesso.

Quando galleggiano e diventano di un bel colore dorato si raccolgono con la schiumarola e si fanno asciugare su carta assorbente.

Poste le castagnole nel piatto di portata, si spolverano con zucchero a velo.

Buon appetito!

Il suo sorriso

“I funerali si svolgeranno in forma civile al civico cimitero. Non fiori, ma offerte all’Istituto Oncologico Romagnolo”.

Oggi pomeriggio eravamo in centinaia a dare l’ultimo saluto a una cara amica.

P. ha sempre vissuto col sorriso sulle labbra. Anche negli anni della malattia. Serena e coraggiosa. Un faro sicuro per il marito, un esempio per i figli e per tutti coloro (tanti) che hanno avuto la fortuna di conoscerla.

P. ha scelto, coerentemente col suo laicismo, di non avere un funerale religioso.

Quando muore un personaggio famoso che fa la medesima scelta, spesso la cerimonia funebre si tiene in un luogo “ufficiale”, come una piazza, un teatro, una sala consiliare o qualcosa del genere. Per fortuna oggi c’era un tiepido sole a scaldare l’aria. Mi chiedo cosa sarebbe successo in caso di maltempo. Il piazzale all’ingresso del cimitero di Rimini era stracolmo di persone. Tutti in piedi, compresi gli anziani parenti di P. Qualcuno ha preso la parola per un breve e sentito ricordo. Ma così, senza amplificazione, tanto che non tutti i presenti hanno potuto ascoltare, tra l’altro, il bel saluto che P. stessa aveva preparato, consapevole del suo destino.

Mi chiedo: in una città come la nostra non dovremmo costruire un luogo che possa accogliere una dignitosa cerimonia funebre per chi, come sua libera scelta, non desidera entrare in una chiesa?

Senza fronzoli e orpelli: basterebbe uno spazio al coperto, caldo d’inverno e fresco d’estate; qualche sedia; posto dove poter appoggiare un mazzo di fiori accanto alla bara; la possibilità di fare un discorso per l’ultimo saluto, magari con l’accompagnamento di un violino.

“Sala del commiato”, si potrebbe chiamarla.

Non so se esista già qualche progetto in tal senso. In caso positivo, mi auguro che venga realizzato in fretta.

I sogni di Fellini finiscono in prigione

Inaugurazione con ressa, oggi pomeriggio, della mostra sul Libro dei sogni di Fellini “Fellini Oniricon”).

Meglio così, dirà qualcuno, segno di affetto per il Maestro da parte della città di Rimini.

Secondo me la cosa si poteva organizzare meglio: c’era così tanta gente che non si è riusciti neppure ad ascoltare le parole di saluto delle autorità e dei curatori, Kezich e Boarini. Tutti in piedi, fatti entrare in massa dopo un discreto tempo d’attesa all’aperto nell’umidità della nebbiolina serale, il sindaco ha iniziato a parlare quando molti invitati erano ancora all’ingresso.

Peccato.

Oltre ai ringraziamenti di rito, uguali in ogni circostanza, poteva starci una breve spiegazione, con il pubblico comodamente seduto. Se non altro poteva essere utile per tutti coloro che non avevano seguito il convegno di novembre e per i quali questi in mostra sono “solo” dei disegni di Fellini. Una mia amica, docente universitaria, guardando gli originali dei libri dei sogni custoditi in una bacheca, mi chiedeva se fossero le idee per i film.

“Sì e no – ho risposto – sono i disegni che Fellini tracciava ogni mattina, al risveglio, come compito quotidiano affidatogli dal suo psicanalista. Ci sono sì anche i film, spesso in forma di incubo per la paura che non piacessero. Ma ci sono decenni di vita, di speranze, di lavoro, di amori, di sogni realizzati e da realizzare…”

Comunque, come è accaduto altre volte, la mostra sarà da visitare, con calma e tranquillità, da domani in poi. Rimarrà aperta fino al 16 marzo.

La location è Castel Sismondo, la rocca cinquecentesca che fino agli anni Settanta era sede delle carceri cittadine e che Fellini ha immortalato, fra l’altro, nella scena iniziale del film “I clowns”, quella dove il bambino si affaccia alla finestra, di notte, e scopre che nella piazza delle prigioni si sta montando un tendone da circo.

“La Rocca, la prigione di Francesca, era, allora, piena di ladruncoli di sacchi di cemento e di ubriachi. Quel tozzo e tetro edificio m’è sempre rimasto in testa come una presenza nera, nel ricordo della mia città.”

Così scriveva Fellini in “La mia Rimini”.

Ora quell’edificio “nero e tetro” resterà colorato, per un po’ di tempo, proprio grazie ai disegni dei suoi sogni.

Chi l’avrebbe mai immaginato?

Lui, di sicuro, no.

Le nozze del maiale

Il mese di gennaio, con le sue giornate dal clima rigido favorevoli alla conservazione delle carni, era considerato il tempo ideale per la macellazione casalinga del maiale.

Nel mio ricordo di bambina di campagna la “festa del maiale” evoca alcune sbiadite immagini visive e olfattive: enormi cortili pieni di gente indaffarata attorno alla carcassa della bestia che emana nuvole di vapori. Ma il ricordo più immediato, che dopo più di quarant’anni torna alla mente spaventando ancora i miei sogni, è quello degli orribili strilli del “sacrificato” che riempivano l’aria.

Scrive Vittorio Tonelli nel suo libro “La festa del maiale grasso in Romagna”, Edit Faenza 1998:
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Saluto febbricitante…

Questo è un post influenzato…

Dai e dai, arriva un momento che ti fermi per forza!

Febbre alta e forti dolori alla schiena e alle gambe.

Neanche la forza di stare al Pc (sintomo ben grave, per chi mi conosce!).

Al prossimo post, dunque, sperando sia il prima possibile.