Quant che chènta al zghéli…

Tonino Guerra, “L’orto di Liseo”.

Agòst

D’agòst quant che cantéva al zghéli
u i ciapèva dal bòti ‘d sònn
ch’u s’indurmintèva se cucèr tal mèni
o sla faza apuzèda m’una cana dl’òrt.

ènca mé d’agòst a m’indurmént se cucèr tal mèni
e al zghèli al chènta, al chènta tòt e dé…
c’am vaga a lèt?

Quando la Magalotta conobbe noi rimignischi.

Era una signora elegante, fine, vestita di colori pastello. Sorridente ed aperta alle domande curiose della giornalistucola di provincia. Nell’ombra del salotto del Grand Hotel, alla richiesta di commentare la sua prima visita alla nostra città rispose: “Ma questa non è Rimini, è Cinecittà!”
Sì, ho intervistato e stretto la mano alla Gradisca felliniana, Magali Noel. Era il 26 giugno del 1998.
Mi disse che viveva in Svizzera col marito e che avevano adottato dei figli. Era una “signora”, anche perché non si dava assolutamente delle arie.
E’ triste sentire che è morta in una casa di riposo per anziani.

Oggi il Resto del Carlino ripubblica l’articolo uscito il 28 giugno 1998, frutto di quel bell’incontro.

MAGALI NOEL IL 26 GIUGNO DEL 1998 VENNE A RIMINI NEI LUOGHI DEL MAESTRO
«Che emozione vedere i luoghi cari a Federico»

Piazza San Marco, ore dodici: appuntamento con l’attrice Magali Noel all’ombra del Campanile. No, non è Venezia, ma la sua sorella minore (quella di Italia in Miniatura) ricostruita a Viserba da Ivo Rambaldi, in un certo senso emulo di Fellini. Un folto gruppo di curiosi e appassionati di cinema circonda l’elegante signora in tailleur verde-azzurro, che chiacchiera con tutti, disponibile. Il suo fascino viene anche da quel sorriso aperto, oltre che dai bellissimi occhi chiari e dal portamento ricco di classe.
Madame, che impressione le fa essere a Rimini? Lei risponde senza tentennamenti: «Sembra proprio di essere a Cinecittà!». Già perché Federico, come al solito, piuttosto che trasferire la troupe per girare ‘dal vivo’, ricreava i suoi sogni e i suoi ricordi a Roma. «L’emozione più grande? Dormire al Grand Hotel di Federico. Ma anche quella provata nel riconoscere le strade, la piazza, la fontana con la pigna sopra. Ho rivisto quei luoghi proprio come lui li aveva ricostruiti».
Il racconto della memoria, tra realtà e finzione cinematografica, è stato l’omaggio della Gradisca di Amarcord alla città del Maestro e continuerà questa sera al Novelli, in occasione della proiezione di Satyricon. «In fondo, voi ‘rimignischi’ siete molto simili a noi della Provenza interna: generosi, amanti della famiglia e del cibo buono, sarà anche per questo che con Federico c’era un bel feeling. Sono state tre feste, per me, i film girati con lui. Dico sempre che Fellini aveva un terzo occhio: quello che rideva sempre. Ho recitato con altri grandi registi come René Clair e Jean Renoir, ma lavorare con Federico era tutt’altra cosa: come stare in famiglia. Forse anche per questo, dai suoi attori riusciva a tirare fuori ciò che voleva».
Sull’onda dei ricordi la ‘Magalotta’ (così era soprannominata dal Maestro) non si ferma più: quanti episodi da raccontare. E sembra di vederli, quando lui cercava la protagonista per Amarcord. Lei, fasciata in una coperta rossa («perché Gradisca doveva assolutamente essere in rosso») che improvvisa un balletto fatto di moine e ‘sci-sci’. E lui, entusiasta per l’interpretazione della brava ‘commedienne’, che si gira e scrive sulla ‘lasagna’ (lapsus romagnol-freudiano della Noel): «E’ arrivata la Gradisca!».
Oppure le riprese nella piscina di Cinecittà trasformata per l’occasione nel mare Adriatico: passava il Rex e Gradisca doveva piangere dall’emozione. Solo che il fumo della nave andava sempre nel verso sbagliato e bisognava ripetere. «Ciak, si gira: piangere! Ciak, si rigira. E ripiangere!». E così di seguito per decine di volte. Per arrivare, finalmente alla scena col fumo giusto. E lui, tranquillo, che chiude la giornata di lavoro con una battuta che voleva essere affettuosa. «Che ragazza delicata. Dai, smetti di piangere, cara!».
E’ davvero affettuoso il ricordo che la Noel ha di Fellini, come potrebbe non esserlo?
«Più che positiva anche l’idea che si è fatta dei concittadini del Maestro. D’altronde, come detto da Silvia Rambaldi nella presentazione: «Alla Romagna e ai suoi abitanti è riconosciuta una dote in particolare. Quella di provare il piacere di far piacere». Come detto al principe ereditario (ma potrebbero essere i turisti o gli ospiti): «Gradisca!».

Cronache dal passato

Rimini e dintorni in un articolo di sessant’anni fa, 20 giugno 1955. L’inviato del quotidiano torinese “La Stampa” racconta la nostra riviera in uno dei momenti più dinamici della sua storia: la ricostruzione postbellica legata al contemporaneo sviluppo del turismo di massa. Leggiamo di pensioni e alberghetti tirati su velocemente, di “alberghi interamente ricostruiti e modernizzati”, di prezzi alla portata di tutti. Immaginiamo i nostri nonni e i nostri genitori impegnati, e sicuramente frastornati, in questa epoca magica, quando intere famiglie scendevano alla marina, armi e bagagli, abbandonando campagne e colline. Nei mille cantieri della riviera in costruzione e in ricostruzione sappiamo impegnati i nostri pescatori o contadini che poi d’estate cambiavano giacchetta e diventavano albergatori, baristi, bagnini, commercianti.
E le loro donne, le arzdòre romagnole avvezze a s-ciadùr e parananza? Anche loro in prima fila, forse più dei compagni. Sicuramente loro, non solo in questi anni ma già da prima, alle origini del turismo sulle coste romagnole, ad inizio Novecento, erano il fulcro di ogni attività. Magari in inverno facevano da manovali, con badile e carriola, per ricostruire, abbellire, allargare, alzare la casa, poi pensione, poi albergo… In estate, quindi, regine della cucina, forti della loro esperienza con lasagne, tagliatelle e compagnia bella.
Queste donne e questi uomini hanno creato le strutture che oggi abbiamo in eredità, lasciandoci anche il loro modo di affrontare le difficoltà e i carichi di lavoro. Atteggiamenti e ritmi oggi insostenibili, che noi, seconda o terza generazione, non possiamo e non vogliamo più seguire (e questo è uno dei principali motivi della “crisi” del nostro modello turistico).
Ma una cosa è certa: tutto quello che oggi Rimini è (ma anche Cesenatico, Riccione, Bellaria, Gatteo a Mare e tutte le loro sorelle sulla costa romagnola) ha avuto origine in quei frenetici anni a metà del secolo scorso. Molti di noi non erano ancora nati, ma lì e allora ha avuto origine tutto ciò che oggi è la nostra città. Non solo il suo skyline, ma soprattutto il carattere e il modo di lavorare della sua gente.
Ecco l’articolo del 20 giugno 1955.
A Rimini i nuovi alberghi nascono ogni anno a centinaia

Bombardata 380 volte, Rimini uscì dalla guerra con un terrificante bilancio – Ma ben presto si ricostruì – Per Ferragosto l’arco riminese può ospitare 120 mila persone -I prezzi e le comunicazioni ferroviarie
(Dal nostro inviato speciale) Rimini, 20 giugno.

La fortuna di Rimini è nel suo incomparabile arco di 25 chilometri di spiaggia, che abbraccia Miramare, Viserba, Viserbella, Torre Pedrera, Bellaria, Rivabella, Igea Marina, Marebello, S. Mauro Pascoli; in questa sabbia finissima e dolce che si stende in una striscia larga oltre cento metri, nella quale s’incrociano tutti i dialetti d’Italia e le principali lingue europee; in questo ampio e festoso Lungomare sul quale si affacciano alberghi e ville, profumato di pini e di oleandri; nella opulenza del suo retroterra, nella bonomia della sua gente e del suo clima. Ma non è soltanto in questo, è anche nella tenacia e nella grandiosità con le quali ha saputo risorgere dalle macerie. Rimini uscì dalla guerra con un terrificante bilancio. I 380 bombardamenti – aerei, navali e terrestri – avevano arrecato distruzioni o danni per il 98 per cento. Cercate di farvi un’immagine di ciò che poteva essere Rimini, con quell’esiguo, con quel trascurabilissimo due per cento di case intatte. Abitazioni, chiese, ospedali, edifici pubblici, monumenti, non erano che rovine. Quasi del tutto inesistente era l’attrezzatura alberghiera, principale risorsa della città. Sulla eco delle ultime cannonate, tutti coraggiosamente si sono buttati a ricostruire. Per un decennio Rimini è stata il più imponente cantiere edilizio d’Italia. Oggi essa può presentare questo consolante bilancio. Le sue case, i suoi edifici monumentali, sono risorti; rinnovata e potenziata è la sua attrezzatura alberghiera. Oltre settecento fra alberghi e pensioni sono a disposizione dei villeggianti italiani e stranieri tutti nuovi o rimessi a nuovo, e tali da appagare i gusti d’ogni categoria di turisti. Dalla sventura, Rimini ha tratto forza e vitalità. Alberghi interamente ricostruiti, altri modernizzati; altri ancora si sono aggiunti a quelli che già esistevano prima della guerra. Una settantina ne furono edificati nel ’53, un centinaio l’anno scorso; parecchie diecine sono in corso di costruzione, e verranno aperti nell’attuale stagione. I suoi settecento esercizi alberghieri, di grande e piccola capacità, rappresentano un totale di oltre ventimila posti letto. Altri venticinquemila posti letto sono disponibili in villa e appartamenti privati. Nel periodo di ferragosto su tutto l’arco riminese la capacità di dilatazione, con gli occasionali adattamenti, sale a cifre iperboliche, si quintuplica addirittura: raggiunge infatti le centoventimila persone. Un altro fattore gioca a favore di Rimini, ed è il noto fenomeno della costiera adriatica, dalla quale il mare si ritira d’un metro e mezzo per anno. Dal ’40 a oggi la sua fascia sabbiosa si è dunque allargata di oltre ventidue metri, altrettanto spazio offerto ai bagnanti per l’elioterapia, per il riposo, per i giochi. Con un apporto così sensibile e costante si parla già di costituire un secondo Lungomare, un Lungomare d’arroccamento, per altri alberghi e ville, per altri negozi e cinema e caffè. Ai vantaggi del clima e dell’attrezzatura si aggiunge quello, non meno seducente, dei prezzi, tradizionalmente modici in rapporto al trattamento. La spiegazione è nell’abbondanza di risorse locali: pesce gustosissimo, frutta squisita, vino eccellente. I prezzi sono quelli dell’alta stagione, che ha inizio il 1° luglio; e ad essi sono da aggiungere le solite tasse e imposte: servizio, IGE, soggiorno, una maggiorazione che si avvicina al 20 per cento. Categoria di lusso: 4600-5600; 1^ categoria, 2900-3200; 2^ cat. 2100-2450; 3^ cat. 950-1600. C’è poi un gran numero di pensioni, i cui prezzi vanno da 1200-1950 per la 2^ cat. a 1100-1600 per la terza. Con 5000 lire si può avere per un mese una cabina, con 3500 un ombrellone, con 3000 una tenda. Ma quasi ogni albergo o pensione dispone di una propria attrezzatura da spiaggia messa a disposizione della clientela. Sia quelli che queste promettono non trascurabili riduzioni per famiglie e per lunghi soggiorni. In quanto a ville o case private, i fitti per l’intera stagione d’un appartamento di cinque stanze variano da 80-100 mila lire a 200-250 mila a 300-350 mila, man mano che ci si avvicina all’ideale della “vista sul mare”. In netta e costante ascesa è l’affluenza turistica lungo tutta la costiera riminese. Centoquattromila furono i villeggianti Italiani nel ’53, e ventiduemila gli stranieri; nel ’54 salirono a centotredicimila gli italiani e a trentamila gli stranieri. Fra questi, al primo posto sono gli svizzeri con 8261 nel ’53 e 9122 nel ’54. Seguono i tedeschi con 4307 e 7222 rispettivamente (ma con gli arrivi di quest’anno i tedeschi sono passati in testa); gli austriaci con 4099 e 5177; i francesi con 2138 e 2416; gli statunitensi con 1017 e 1148. Da segnalare il balzo dei belgi, che da 398 nel ’53 son saliti a 1276 nel ’54, grazie all’aggiunta di alcune vetture per turisti al treno Transalpino che ogni domenica porta in patria i minatori italiani occupati nel Belgio. Comodità ferroviarie: si tenga presente quanto accade ai belgi riferito ai piemontesi. Alla tradizionale Liguria essi hanno aggiunto la Riviera riminese, alla quale si vanno affezionando sempre più. Sono stati 3347 nel ’51; 4391 nel ’52; 4994 nel ’53; 7112 nel ’54. Essi occupano il terzo posto nella composizione regionale dei villeggianti: li precedono lombardi ed emiliano-romagnoli. Ma potrebbero essere di più. Un serio ostacolo è rappresentato dalle scarse e lente comunicazioni ferroviarie. Non c’è che un treno con vetture dirette Torino-Rimini e uno Rimini-Torino. Ma così lento e scomodo che scoraggia a servirsene. Quasi nove ore per percorrere 447 chilometri: velocità media, 50 l’ora. Le stesse considerazioni – attrezzatura, prezzi, affluenza – valgono per il resto dell’arco adriatico, che comprende a nord Cesenatico e Cervia, a sud Riccione e Cattolica. Alberghi e pensioni per ogni esigenza, prezzi accessibili a tutti, trattamento accurato. E comunicazioni ferroviarie che non tengono conto delle necessità e dei desideri del pubblico e degli orientamenti dei suoi gusti. Vi sopperisce però l’iniziativa privata. Dal 15 luglio al 31 agosto la Sadem infatti attuerà un servizio diretto quotidiano di pullman Torino-Cattolica, con partenza alle 13,30 da Torino e arrivo a Cattolica alle 23,30, e con gli stessi orari per il percorso inverso. Per il periodo estivo verrà inoltre intensificato il già esistente servizio Torino-Bologna, assicurando all’arrivo in quella città la coincidenza con le linee per la riviera riminese e per Cattolica.
(Giuseppe Faraci)

I figli dei signori e gli indigeni “pigliatutto”: giochi di ragazzi sulla spiaggia di Viserba

ESTERNO GIORNO.
La scena si apre sulla spiaggia assolata di Viserba in una calda giornata d’estate.
Siamo negli anni Trenta del secolo scorso, quando la “Regina delle Acque” era méta di un turismo d’élite grazie alla ricchezza di acque sorgive e alla bellezza del suo litorale. Alberghi di lusso e ville eleganti, famiglie di ricchi villeggianti che si trasferivano per tutta l’estate con la servitù al seguito, rigorosamente in divisa: chauffer, cuochi, governanti, bambinaie…
Ad accogliere i proprietari delle ville, c’erano donne e uomini del posto, sorridenti e servizievoli: le prime impegnate nei lavori di pulizia,in cucina e come lavandaie, i secondi come custodi e giardinieri.
All’inizio della stagione i figli dei “bagnanti” trovavano la spiaggia, enorme campo di gioco, già occupata dai ragazzi del posto, figli di quei viserbesi che erano a servizio dai signori…
Burdél asciutti, smaliziati, selvatici, già abbronzati, campioni in tutti gli sport all’aria aperta e anche per questo ammirati dalle ragazze.
Ma poi si diventava amici e si passava l’estate insieme, sfidandosi in gare e tornei, dove comunque i “nostri” risultavano quasi sempre vincenti.
Affido la cronaca di quei giorni spensierati a un ragazzino nato e vissuto qui: Elio Biagini (9.7.1923 – 10.9.2005), che nel libro “Racconti viserbesi” ha saputo tramandare questa e tante altre immagini della Viserba della sua infanzia e giovinezza.

“D’estate – scrive Biagini – veniva sistemato a circa duecento metri dalla riva un grande castello di legno che serviva da trampolino per tuffarsi e anche per fare la cura del sole. Questo era di fronte all’Hotel Lido. Quando era ora del bagno, si faceva una bella nuotata e si passavano diverse ore fra il tuffarsi e fare la cura del sole.”
“A Viserba la spiaggia partiva dalla Fossa dei mulini e arrivava alla via Pallotta. I bagnini erano: i Bologna “saibadoun”, i Betti “palmarì”, gli Ardini “piretta”, i Conti “zacarì” i Bernabe “Martini”, i Cevoli, i Belletti, i Botteghi “turain”, Morolli Adelmo “cul bas”, ed infine Finein e Attilio “pià”.
La zona che frequentavo io con gli amici Silvano, Enea, Bibi, Mario, Eros e tanti altri, andava dal canale alla via Milano.
Questo tratto di spiaggia era per noi: palestra, campo di calcio, campo di pallavolo, e si svolgevano delle gare a pallone che davano tanto fastidio ai gruppi di bagnanti.
Il più accanito contro di noi era il gruppo dei Meloncelli; durante la gara della partita di calcio, se il pallone arrivava in mezzo a loro, puntualmente con le forbici lo mettevano fuori uso e noi rimediavamo subito facendo un pallone con carta, stracci e tutto legato con dello spago. Finita la partita, di corsa all’ombra delle cabine, “i capan”, che ogni inizio stagione ogni famiglia di Viserba installava dove ora sorgono le cabine di cemento.
Ogni tanto in riva al mare si costruiva un circuito, tipo circuito automobilistico, e dentro di esso si facevano le gare, facendo correre delle palline colorate, che noi chiamavamo “i zizli”, e anche in queste gare noi Viserbesi eravamo sempre i più bravi rispetto ai figli dei signori.
Per fare correre le palline imprimevamo ad esse un “sbargnocli”: si appoggiava il dito medio contro il pollice e con forza si imprimeva la velocità alla pallina; il più forte di tutti noi era Pierino Betti, il bagnino; qualche volta tagliavo per primo anch’io il traguardo; ma mai permettevamo che vincesse un bagnante.
Quando, a forza di correre, ci veniva sete, di corsa si andava in via Milano angolo via Bezzecca, dove ora sorge un condominio, lì c’era un pozzo artesiano dove fuoriusciva un getto d’acqua lungo alcuni metri e dopo aver fatto una bella bevuta ristoratrice, si faceva anche la doccia.
Quando al mattino era ora di fare il bagno si andava dalla Esterina Betti per avere in prestito le zucche fiasche per imparare a nuotare. Allora non esistevano i materassini, canotti e bracciali per stare a galla; ma due zucche legate con una corda che ci mettevamo attorno alla vita e con quelle si stava a galla e si imparava a nuotare. Mi ricordo che in casa Betti nel giardino, vi erano tante di queste zucche! In settembre si raccoglievano, in inverno perdevano tutto il loro peso e in primavera rimaneva solo il guscio con dentro le semenze.
Questa trasformazione le rendeva così leggere che permettevano a una persona di stare a galla.
(…)
Noi ragazzini, i “burdell” di Viserba, eravamo i galli della spiaggia. Quando arrivavano i primi bagnanti, noi eravamo già color cioccolata e i nostri coetanei ci guardavano con un po’ di invidia. Sapevamo nuotare, remare, andavamo sopra le cabine e ci gettavamo a terra facendo il salto mortale riscuotendo ammirazione e rispetto. Avevamo per amici Giorgio e Nico, formidabile giocatore di pallone, Piovesan; Carlo e Luciano Antinori, i fratelli Gavioli e i fratelli Zanfi di Modena, i Fabbri, i fratelli Rossi di Carpi, i Mantegazza di Milano, i Cremonini di Modena, formidabili giocatori di Tamburello, che mettevano a dura prova Bibi, Silvano, Enea e Silvano Torri. Il campo da gioco andava dalla Fossa dei mulini alla via Piacenza e per delle ore si sentiva il ritmo della palla che batteva sul tamburello e a fine gara, con una stretta di mano, si rimandava ad un’altra partita al giorno dopo.
Ogni tanto si organizzava una scappatella oltre i confini di Viserba, per confini si intendeva la Fossa dei mulini, si faceva un bel gruppo e, via, verso “e Surcioun”, le sabbie mobili di Viserbella, che erano recintate a cerchio da un muretto di cemento. Su queste sabbie mobili si raccontava che avessero inghiottito un carro con dei buoi. Noi ci divertivamo a gettare sassi e questi venivano inghiottiti dal ribollire delle acque; la nostra fantasia correva con i sassi che venivano inghiottiti credendo di trovare negli abissi il carro di buoi. …

Caccia minaccia… Quando “butta laggiù laggiù!” non fa più paura…

Mamma,

Sono passati otto anni. Era caldo come oggi, con le rose fiorite e i piumini dei pioppi che entrano ovunque e mi fanno tossire. Per la strada piangevo, grossi lacrimoni scendevano da soli, non riuscivo a trattenerli. Guidavo così, per il tragitto da casa all’ospedale. Tu eri lì, in quel letto, tranquilla e serena, come sempre… La testa appoggiata sul cuscino, un po’ piegata. Le belle mani operose, con lenti movimenti delle dita accarezzavano il risvolto del lenzuolo.

“Non dare fastidio”… questo il tuo impegno anche nella sofferenza.

“Non ti preoccupare, vai a casa che s’è fatto tardi, va’ piano, metti la cintura, tratta bene il marito e le figlie, sii puntuale, rispetta l’impegno, non essere maleducata, non alzare la voce, chiedi permesso…”

Mamma, ci hai plasmati con queste raccomandazioni, dando l’esempio tu per prima.

“Fai fè quèl c’la vò, ma c’la burdèla. – mi dicesti il penultimo giorno della tua vita – C’l a n’épa da piènz par còlpa tua!”

Mamma, ti ho ascoltato: “al burdèli” oggi sono grandi, affidabili, indipendenti.

Una gira il mondo da sola ed è più adulta di me. L’altra è qui vicino e mi aiuta a “tenere botta”. L’an piènz, mamma: ride ed è felice con la sua famigliola. Sì, mamma, la piccola ci ha regalato un nipotino bellissimo e simpaticissimo, che sarebbe un’altra grandissima gioia per te.

Guardo loro e penso a te. Nei sorrisi aperti e puliti rivedo te. Nelle parole mai urlate e responsabili risento te. 
Il piccolo ride, se lo dondolo sulle ginocchia e gli canto “caccia minaccia…” si lascia andare indietro senza paura, nell’attesa del “butta laggiù laggiù!”, sicuro che le mie mani non lo lasceranno.Così come facevi tu con me bambina.

Mamma, stringimi ancora le mani… Così continuerò a non avere paura del “butta laggiù laggiù!”

Per chi non conoscesse ancora “caccia minaccia”, ripropongo un post del 2008:

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