T’a’t arcòrd l’uragano?

Altroché, se me lo ricordo!
Avevo appena sei anni, ma quel pomeriggio di inizio giugno non lo dimenticherò di certo!
Abitavo a Gatteo a Mare e nell’orario in cui il cielo cominciò a minacciare burrasca e poi a rovesciare il finimondo ero con mia sorella e mia mamma nel “bassocomodo”, quella specie di garage (che oggi chiameremmo ‘dépendance’) in cui la famiglia si trasferiva nei mesi estivi per affittare la ‘casa bella’ ai bagnanti.
Il babbo, più pauroso di noi, era andato a rintanarsi da Nicio, il vicino di là dalla strada… Forse noi non avevamo fatto in tempo? Ricordo che ci stringevamo fra di noi, terrorizzate dai rumori che arrivavano da fuori.
Poi… il racconto dei disastri che erano avvenuti. Anche qui il ricordo di me bimbetta è nelle parole degli adulti: “…è volato via il tetto al condominio in fondo alla strada!”. E questo è ancora il pensiero che mi viene, spontaneo, ogni volta che passo davanti a quel palazzo, all’incrocio tra via Primo maggio e via Trieste.
Sono già passati cinquant’anni! Osta, però!

Ecco la cronaca di quel giorno tremendo in un articolo che ho trovato nell’archivio storico del quotidiano torinese “La Stampa.

Terrore e devastazioni sulle spiagge della elegante riviera di Romagna.
Spazzate le attrezzature balneari di Rimini, Riccione, Cattolica
Le riparazioni però sono già cominciate – Ore drammatiche nei «campings» allagati
(Dal nostro corrispondente) – Rimini, 9 giugno 1964.
Il tremendo nubifragio, che ha sconvolto ieri sera gran parte dell’Italia centro-settentrionale, ha colpito la riviera adriatica di Romagna verso le 19,30: a quell’ora violenti nembi cumuliformi provenienti dal nord si sono precipitati dal mare verso la costa alla velocità oraria di 104 chilometri, portandosi dietro una gigantesca ondata alta circa due metri. Così, mentre le raffiche di vento devastavano la costa abbattendo tronchi ad alto fusto, distruggendo insegne luminose, frantumando vetri e scoperchiando tetti, la furia della mareggiata si scagliava contro l’arenile, spazzandolo completamente da ogni attrezzatura balneare mobile, e si andava ad infrangere contro i lungomare, allagando scantinati di alberghi e sommergendo interamente tre accampamenti internazionali eretti sulla riva del mare a S. Giuliano di Rimini, a Fontanelle di Riccione ed a Misano. In queste ultime tre località sono stati sorpresi dalle acque vorticose circa due migliaia di turisti stranieri che giunti sulla nostra riviera con auto-roulottes, si erano attendati fra le pinete proprio ai bordi della riviera: la situazione si faceva quindi subito altamente drammatica per loro poiché la gigantesca ondata marina ha sommerso i campi sotto un metro e mezzo d’acqua, ponendo in grave pericolo la loro stessa vita. E’ stato allora un precipitarsi di soccorsi per salvare i campeggiatori: a S. Giuliano i carabinieri di Rimini, al comando del cap. Ennio Cicioni, han dovuto richiedere l’aiuto di alcuni automezzi speciali del 18° reggimento artiglieria, che si sono spinti nell’acqua fino ad una decina di metri dalla palazzina di cemento sita al centro dell’accampamento, dove si erano rifugiati più di cento turisti fra uomini donne e bambini; il salvataggio di questi ultimi al lume dei riflettori è stato quanto mai drammatico e solo l’abnegazione dei nostri carabinieri ha permesso che tutto finisse bene. Infatti, quando hanno visto che per gli automezzi era impossibile avanzare oltre, il cap. Cicioni ed i suoi uomini non hanno esitato a buttarsi nell’acqua. A Misano Adriatico i campeggiatori in pericolo erano più di mille ed anch’essi si erano ridotti intorno alla palazzina della direzione, verso cui si sono concentrati gli sforzi congiunti dei carabinieri di Rimini, coadiuvati da una compagnia di quelli bolognesi, e dei pompieri di Rimini, Forlì, Cesena e Pesaro; fortunatamente tutti hanno potuto essere salvati. Diverse decine di persone sono rimaste ferite per lesioni e contusioni procurate loro dai vetri rotti negli alberghi e pensioni: a Cesenatico il cinquantanovenne Dino Severi è stato colpito al capo nel crollo d’un capanno da pesca travolto dal vento ed è morto poco dopo all’ospedale; a Sant’Arcangelo di Romagna, in località Canonica, il quarantunenne Antonio rimaneva fulminato da un cavo ad alta tensione spezzato dal vento. A Rimini era dato per disperso il trentacinquenne Giuliano Drudi, scomparso durante il nubifragio, mentre a Cattolica, nelle operazioni di salvataggio di tre persone rimaste isolate in un bar sulla cima del molo, scompariva tra i flutti il sedicenne Fernando Cermaria, di S. Giovanni in Marignano, che aveva prestato la sua preziosa opera in aiuto ai carabinieri ed ai bagnini per salvare i tre pericolanti. Complessivamente i danni riportati fra Bellaria, Igea Marina, Viserba, Rimini, Miramare, Riccione, Misano e Cattolica, cioè i principali centri della riviera romagnola, si fanno ascendere a circa due miliardi di lire. Poiché però fortunatamente per la maggior parte ha subito danni l’attrezzatura mobile che può venire restaurata e sostituita in breve tempo, a Riccione il presidente dell’azienda di soggiorno, Carlo D’Orazio, ha dichiarato che in tre giorni le ferite potranno essere rimarginate.

Gli intraducibili: ‘na savarnèda ad….

Un tuffo nella lingua madre, che fa bene al cuore e alla pancia.

Dopo un pomeriggio di calore familiare con un folto gruppo di rappresentanti della Tenera Età (più di sessanta!) al primo compleanno degli incontri organizzati settimanalmente all’Oratorio Marvelli di Viserba Mare, sento l’esigenza di cercare fra le pagine del Dizionario Romagnolo Ragionato di Quondamatteo alcune delle parole “intraducibili” che ogni tanto fanno capolino nella mia memoria.

La prima, “savarnèda”, non è mai stata diretta a me, ma l’ho sentita più volte come minaccia a qualcun altro: “at dàg ‘na savarnèda ad bòti!” oppure “l’à ciapè ‘na savarnèdaad bòti“. Il Dizionario recita: “colpo violento, percossa. Dù savarnèdi. Ho ciap na savarnèda ch’à sò arvènz intramurtìd“.

La radanèda, invece, è l’aggiustatura, la rabberciata. Dat ‘na radanèda! datti un’aggiustata, mettiti in ordine! Radàna c’la cambra! Riordina quella camera!

Rungaja, mar.: pesce piccolo, misto, messo insieme, talora, con pesce ‘buono’ rovinato, morsicato nel travaglio della pesca; pesce da poveri, quindi: Ho tòlt mèz chel d’rungaja (ho comprato mezzo chilo di rungaia). Fig: si dice per bambini piccoli, gente di poco conto: cus èl sta rungaja! (cos’è questa rungaia?)

Quindi, morale della questione: par dè ‘na radanèda ma tòta c’la rungaja, u i vréb ‘na savarnèda ad bès :)

T’è capì?

La Befana di 35 anni fa…

Era una notte buia e tempestosa…

No, non è il solito incipit di una banale storia da brividi. Si tratta di una storia vera, che ha provocato i brividi ai suoi protagonisti per vari motivi.

Innanzitutto quelli atmosferici. La notte fra il 5 e il 6 gennaio del 1979, infatti, era veramente gelida: aveva nevicato per giorni interi e le temperature molto gelide avevano creato una lastra di ghiaccio spessa una decina di centimetri sulle strade di Gatteo a Mare e Cesenatico.

Mia sorella Teresa era all’ottavo mese di gravidanza e, a differenza della prima volta, nove anni prima quando nacque Omar, si era ingrassata quasi venti chili. Inspiegabilmente. Va precisato che in quei tempi le ecografie, anche se esistevano, non andavano di moda, si effettuavano solamente per casi a rischio. E la gravidanza di Teresa, a parte il forte aumento di peso, era sempre stata perfetta: ad ogni visita di controllo l’ostetrico la trovava in piena forma e così diceva anche per il bimbo che aveva in grembo.

Ma a quella visita dell’ottavo mese, il cinque di gennaio, finalmente, forse, si accorse che qualcosa non andava. “Il bambino è piccolissimo, rispetto al volume della pancia!”, sentenziò. E così, per effettuare altri controlli, la trattenne in ospedale, a Cesenatico.

Non avevamo il telefono a casa. Di fronte a noi e a Teresa abitava Vitaliana, l’unica del vicinato ad avere l’apparecchio e che quindi fungeva anche da telefono pubblico per tutti i casi di emergenza.

Verso le undici di quella notte gelida si sentì scalpicciare su via Primo Maggio. Era Vitaliana che andava a bussare alla finestra di Piero (marito di Teresa) per dirgli che avevano telefonato dall’ospedale per avvisare che stavano portando sua moglie in sala parto, visto che aveva “rotto le acque”.

Con le catene montate Piero partì. Pochi chilometri, ma fatti con quel tempo e con quel pensiero in testa parevano interminabili.

Noi, tutti svegli, a guardare dalla finestra quel paesaggio irreale, col pensiero alla figlia e sorella che stava partorendo. Magari una femminuccia, come lei desiderava, visto che il maschio l’aveva già.

Poco dopo la mezzanotte, ecco di nuovo la vicina del telefono, Vitaliana, che esce da casa sua col cappotto buttato addosso. Attraversa la strada sotto le luci dei lampioni e le sfruffole di neve che cadevano silenziosamente e viene a bussare. “Ha telefonato Piero: è nato un maschio!”

Evviva! Dai, è andato tutto bene… Domani andremo a trovarli.Vabbé, pazienza se è un altro maschio, l’importante è che stia bene.

L’adrenalina era già a mille: non doveva nascere quella notte, mancava ancora un mese… Ma quando la vicina ri-attraversò la strada per la terza volta, una mezzoretta dopo, non sapevamo proprio cosa aspettarci.

“Un altro maschio!”

Impazziti dalla gioia, confusi, storditi… “E adesso? Abbiamo solo una culla!”

Ricordo, di quelle ore, un guazzabuglio di sentimenti, di paura per il futuro, di preoccupazione mescolata ad una grande felicità. Tremavamo letteralmente dal brivido che le notizie che arrivavano da Cesenatico ci avevano procurato.

Altra telefonata: “Chi vuole vedere i bambini deve andare subito, perché sono troppo piccoli e li stanno preparando per portarli all’ospedale di Cesena, dove c’è il reparto di Terapia Neonatale.”

Ci voleva del coraggio, a partire con quel tempo. Era ancora buio. Alvaro, il fratello di Piero, disse: “Io vado! Vuoi venire con me, Cristina?”

“Sì, sì!”

Trentacinque anni, ma sembra ieri. Rivedo la scena: le luci soffuse del pronto soccorso dell’ospedale immerso nel silenzio della notte… I gemellini erano già nelle culle termiche, pronti per essere caricati sull’ambulanza. Li vedemmo solo passare, ma erano bellissimi! Andammo su da Teresa e la rassicurammo, come già aveva fatto il marito.La nostra conferma, ci raccontò poi, le fece molto bene.  “Li abbiamo visti: Stanno bene, sono vivi, si muovevano!”

“Dopo il parto del primo bimbo, – raccontò – cercavano di farmi espellere la placenta, che stranamente non fuoriusciva. E, invece, si sono trovati la testa del secondo bambino. Solo in quel momento medici ed operatori (e mamma!) si sono accorti che si trattava di una gravidanza doppia. Anzi, “unica”, perché Simone e Gianni sono veri gemelli omozigoti e anche adesso che sono dei giganti, mariti e papà, la zia fatica a riconoscere uno dall’altro.

Buon compleanno, nipotini portati dalla Befana…

Nati sotto una buona stella, nonostante gli ostetrici poco lungimiranti…

 

 

I cappelletti? Un rito sacro.

Non è Natale senza cappelletti.

E’ tradizione, in Romagna, che la vigilia di Natale la famiglia si ritrovi per preparare questo tipo di pasta. Ognuno fa qualcosa. E, come succede sempre con le preparazioni tipiche, le ricette, seppur simili, sono differenti da famiglia in famiglia.

Quelli che fa mia suocera, ad esempio, sono i cappelletti della Romagna del sud, col ripieno di carne macinata e formaggio grattugiato, più somiglianti ai tortellini bolognesi.

Quelli della mia infanzia, invece, sono più tipici della zona di Cesena e del Rubicone: più morbidi, col ripieno di formaggi, a cui si aggiunge solo una piccola parte di carne (solitamente petto di cappone). Sono i cappelletti della mia mamma, che li faceva seguendo la ricetta di Pellegrino Artusi.

Il mio “Buon Natale” ai lettori passa quindi attraverso questo piatto della tradizione, così come lo racconta il gastronomo di Forlimpopoli.
Peccato che attraverso Internet non si possano ancora inviare profumi e sapori. Chissà, forse in un futuro neanche tanto lontano questo sarà possibile…

Intanto, godetevi la lettura in “stile Artusi”.
cappelletti
Da “La Scienza in Cucina e l’Arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi

Ricetta n. 7 – CAPPELLETTI ALL’USO DI ROMAGNA
Sono così chiamati per la loro forma a cappello. Ecco il modo più semplice di farli onde riescano meno gravi allo stomaco.
Ricotta, oppure metà ricotta e metà cacio raviggiolo, grammi 180.
Mezzo petto di cappone cotto nel burro, condito con sale e pepe, e tritato fine fine colla lunetta.
Parmigiano grattato, grammi 30.
Uova, uno intero e un rosso.
Odore di noce moscata, poche spezie, scorza di limone a chi piace.
Un pizzico di sale.
Assaggiate il composto per poterlo al caso correggere, perché gl’ingredienti non corrispondono sempre a un modo. Mancando il petto di cappone, supplite con grammi 100 di magro di maiale nella lombata, cotto e condizionato nella stessa maniera.
Se la ricotta o il raviggiolo fossero troppo morbidi, lasciate addietro la chiara d’uovo oppure aggiungete un altro rosso se il composto riescisse troppo sodo. Per chiuderlo fate una sfoglia piuttosto tenera di farina spenta con sole uova servendovi anche di qualche chiara rimasta, e tagliatela con un disco rotondo della grandezza come quello segnato. Ponete il composto in mezzo ai dischi e piegateli in due formando così una mezza luna; poi prendete le due estremità della medesima, riunitele insieme ed avrete il cappelletto compito.
Se la sfoglia vi si risecca fra mano, bagnate, con un dito intinto nell’acqua, gli orli dei dischi. Questa minestra per rendersi più grata al gusto richiede il brodo di cappone; di quel rimminchionito animale che per sua bontà si offre nella solennità di Natale in olocausto agli uomini. Cuocete dunque i cappelletti nel suo brodo come si usa in Romagna, ove trovereste nel citato giorno degli eroi che si vantano di averne mangiati cento; ma c’è il caso però di crepare, come avvenne ad un mio conoscente. A un mangiatore discreto bastano due dozzine.

Attenti, Cristella s’è messa La Parananza!

Ecco, si cominciano a vedere i frutti di un bel lavoro di squadra.
Innanzitutto va specificato che per me si è trattato di un gioco, più che di un lavoro. E’ stato possibile grazie alla disponibilità degli operatori e tecnici Tv di trasferirsi nella mia cucina, visto che per qualche mese sono stata agli “arresti domiciliari” in quanto convalescente dalla mia originale e unica avventura sanitaria.
La squadra è un incontro di tre generazioni: i giovanissimi (video di Gianmarco Zannoni, musica di Francesco Fonti e Luca Urbinati, professionali e “precisini”; due ragazze organizzatrici (Simona Mulazzani. direttore di Icaro Tv, che ha avuto l’idea, nonché Francesca Magnoni, segretaria di produzione). E, infine, la vecchietta del gruppo, cioè la sottoscritta, che “strolga” sempre robe di questo genere. E si diverte.
Come diceva una pubblicità di qualche tempo fa: “Una Parananza allunga la vita…”    http://www.youtube.com/watch?v=M5IxKK_B0c0

Ne vedrete delle belle! Anche pasticci vari, quasi come la Parodi, eh eh!