{"id":385,"date":"2009-03-29T21:03:37","date_gmt":"2009-03-29T20:03:37","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cristella.it\/blog\/2009\/03\/29\/rimini-il-mare-dinverno-e-i-soldatini-in-fila\/"},"modified":"2009-03-30T15:29:25","modified_gmt":"2009-03-30T14:29:25","slug":"rimini-il-mare-dinverno-e-i-soldatini-in-fila","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cristella.it\/blog\/2009\/03\/29\/rimini-il-mare-dinverno-e-i-soldatini-in-fila\/","title":{"rendered":"Rimini: il mare d&#8217;inverno e i soldatini in fila"},"content":{"rendered":"<p>&#8220;&#8230;Pensare a Rimini. Rimini: una parola fatta di aste, di soldatini in fila. Non riesco a oggettivare. Rimini \u00e8 un pastrocchio, confuso, pauroso, tenero, con questo grande respiro, questo vuoto aperto del mare. L\u00ec la nostalgia si fa pi\u00f9 limpida, specie il mare d&#8217;inverno, le creste bianche, il gran vento, come l&#8217;ho visto la prima volta.&#8221;<\/p>\n<p>(<em>Federico Fellini, tratto da La mia Rimini, Cappelli, Bologna, 1967)<\/em><\/p>\n<p>  <img data-recalc-dims=\"1\" decoding=\"async\" loading=\"lazy\" height=\"296\" width=\"397\" title=\"il molo di Rimini in un giorno di burrasca. dicembre 2008\" alt=\"il molo di Rimini in un giorno di burrasca. dicembre 2008\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/farm4.static.flickr.com\/3557\/3396374918_d7dcf69e7d_m.jpg?resize=397%2C296\" \/><\/p>\n<p><strong>Esterno notte. <\/strong><\/p>\n<p>Sera d\u2018estate a Rimini. Terrazza del <strong>Grand Hotel<\/strong>. La facciata dell\u2019albergo \u00e8 illuminata a giorno. Musica di sottofondo affidata alla magica voce di una bella ragazza mora seduta al pianoforte. Numerosi ospiti in abito da sera ai grandi tavoli rotondi. Via-vai di camerieri in giacca bianca.<\/p>\n<p>E\u2019 il 13 luglio 2008.<br \/>\nPaolo ed io siamo fra gli invitati al <strong>Gran Gal\u00e0<\/strong> dello Ior, l\u2019<strong>Istituto Oncologico Romagnolo<\/strong>, di cui siamo volontari da diversi anni.<br \/>\nNon siamo ospiti di primaria importanza, ma \u2018gregari\u2019. Forse per questo il tavolo riservato a noi e ai nostri amici \u00e8 ai bordi della terrazza, l\u2019ultimo della fila.<\/p>\n<p>Per fortuna, penso ora.<\/p>\n<p>Da quella postazione non ho mancato di ammirare gli ospiti \u2018veri\u2019 del Grand Hotel: i clienti residenti che stavano cenando nella sala da pranzo le cui vetrate erano l\u00ec, a portata dei miei sguardi curiosi. <\/p>\n<p>Non vi dico l\u2019eleganza di signore e signori! Molti evidentemente erano stranieri. Li osservavo quando, di tanto in tanto, si alzavano per recarsi al bar o per uscire ad ascoltare il \u201cnostro\u201d concerto. <\/p>\n<p>La mia attenzione, a un certo punto, \u00e8 stata attirata da un bimbetto sui sette anni che aveva in mano un video-gioco (o forse era una pallina verde?). Biondo, capelli lisci e lunghi fino alle spalle, calzava un enorme cappello da marinaio e vestiva alla marinara.<\/p>\n<p>Mi dispiace solo di non aver avuto la prontezza di fotografarlo. Quindi, pur non essendo brava a disegnare, ho provato a fissarlo su carta con penna e pastelli.<br \/>\nEccolo.<\/p>\n<p><img data-recalc-dims=\"1\" decoding=\"async\" loading=\"lazy\" height=\"396\" width=\"193\" title=\"il marinaretto al Grand Hotel di Rimini\" alt=\"il marinaretto al Grand Hotel di Rimini\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/farm4.static.flickr.com\/3650\/3396348298_fb6e454e37_m.jpg?resize=193%2C396\" \/><\/p>\n<p>I genitori, giovani e biondi pure loro, magri e belli, potevano essere inglesi o russi. Comunque stranieri.<\/p>\n<p>La visione di questo bambino mi ha colpito perch\u00e9 avevo appena letto, sulle pagine di un quotidiano locale, un articolo di <strong>Gianfranco Angelucci<\/strong>, ai tempi stretto collaboratore di <strong>Federico Fellini<\/strong>, che racconta la cronaca del 3 agosto 1993, quando il Maestro venne colpito da un ictus mentre si trovava qui, al Grand Hotel. <\/p>\n<p>\u201cQuel giorno &#8211; raccontava il regista &#8211; fui salvato da un angelo vestito da marinaretto\u201d. <\/p>\n<p>La figura del marinaretto ritorna spesso nella vita, reale e onirica, di Fellini. <\/p>\n<p>\u201c<em>Qualche volta mi capitano sotto gli occhi delle fotografie dove ci sono anch&#8217;io, col vestito da marinaretto, ritto in piedi con mio fratello, dietro a mio padre e mia madre seduti su due poltroncine di velluto; lo ricordo perch\u00e9 abbiamo dovuto portarle da casa fino allo studio del fotografo, socialista e sorvegliato dal Questore<\/em>\u201d. <\/p>\n<p>E in quasi tutti i suoi film il marinaretto appare, anche solo fugacemente. <\/p>\n<p>Un sogno divenuto ossessione, forse. O il contrario&#8230;<\/p>\n<p>In quel caldo marted\u00ec d\u2019agosto di quindici anni fa, dicevamo, quando l\u2019ictus colp\u00ec il regista alloggiato nel \u201csuo\u201d Grand Hotel, si disse che l\u2019allarme venne dato da un piccolo ospite straniero vestito da marinaretto. Il bambino, sentendo i lamenti provenienti dalla stanza 316, apr\u00ec la porta, trov\u00f2 il maestro riverso sul pavimento e corse a chiamare aiuto.<br \/>\nMa in quei giorni nessun bambino con quelle caratteristiche alloggiava al Grand Hotel. <\/p>\n<p>Realt\u00e0 o sogno? Solo Federico potrebbe dirlo.<\/p>\n<p>Sempre l&#8217;estate scorsa, a Bellaria, ho avuto l\u2019occasione di incontrare <strong>Sergio Zavoli<\/strong>, il grande giornalista amico di sempre di Fellini. Gli ho chiesto se avesse mai sentito parlare di questa versione dei fatti. Un sorriso malinconico ha accompagnato la sua risposta.<br \/>\n\u201cNo, cara. Non \u00e8 andata proprio cos\u00ec. Ma stai certa che Angelucci l\u2019ha saputo dal diretto interessato: una delle tante \u2018storie vere\u2019 raccontate dal fantasioso Federico.\u201d<\/p>\n<p>Mi sono divertita a scrivere un raccontino su questa strana coincidenza. Eccolo.<\/p>\n<p><!--more--><br \/>\nLa pallina verde del marinaretto<\/p>\n<p>Nel corridoio del terzo piano la moquette rossa attutiva il rumore dei passi dei clienti e del personale.<br \/>\nLa penombra dell\u2019ambiente, in quell\u2019afoso pomeriggio d\u2019agosto, suggeriva un\u2019idea di fresco, che per\u00f2 non corrispondeva del tutto alla sensazione reale.<br \/>\nEra l\u2019ora della pennichella.<br \/>\nLimpio, il facchino addetto al piano, lavorava al Grand Hotel da quasi quindici anni. Non solo valigie da portare su e gi\u00f9, ma anche lavori di piccola manutenzione, che in un albergo come questo non mancavano mai. Un rubinetto che sgocciola? Un interruttore bloccato? Una lampadina da sostituire?<br \/>\n\u201cMe la cavo un po\u2019 con tutto \u2013 stava spiegando Limpio all\u2019Eleonora, la cameriera brunetta intenta a sistemare il materiale della guardiola riservata al personale del piano &#8211; I miei capelli grigi la dicono lunga: da giovane ho fatto il muratore, l\u2019imbianchino, l\u2019idraulico, il fabbro, l\u2019autista, il cuoco&#8230; Chiamami pure, quando trovi qualcosa che non funziona. C\u2019\u00e8 un problema? Arriva Limpio, che tutto sistema!\u201d<br \/>\nSoddisfatto della rima e dell\u2019espressione di rispetto apparsa sul volto della donna, il facchino decise di riposare un po\u2019. Tra l\u2019altro, sedendosi al tavolino poteva sbirciare meglio le forme esuberanti della collega, a malapena contenute nella divisa bianca e rosa.<br \/>\nL\u2019uomo butt\u00f2 l\u2019occhio all\u2019orologio da polso.<br \/>\n\u201cSono solo le tre e un quarto &#8211; sbuff\u00f2 tra s\u00e9 e s\u00e9 &#8211; <em>Sa ste ch\u00e8ld, us star\u00e9bb mej a mar\u00e8ina<\/em> (con questo caldo, si starebbe meglio in riva al mare).\u201d<br \/>\nE, piegando la testa sul tavolino, quasi senza accorgersene, si appisol\u00f2&#8230;<\/p>\n<p>\u201cMa dai, non dirmi che ti disturbo, che non ti credo! Non sono mica le tre di notte!\u201d<br \/>\nIl Maestro era in canottiera. Con la schiena appoggiata a due cuscini parlava al telefono, steso sul letto della stanza 316. Il salottino e la camera della suite erano in penombra. Dalle porte-finestra che si affacciavano sul grande parco giungevano pochi rumori: a Rimini anche le automobili e i motorini a quell\u2019ora vanno a riposare.<br \/>\nLe persiane accostate lasciavano filtrare un sottile raggio di sole che, come una stilettata, andava a toccare la mano destra del maestro. L\u2019indice piegato seguiva le curve dei ghirigori del copriletto damascato, quasi a volerli ridisegnare con un gessetto invisibile.<br \/>\nSul tavolino accanto al letto, in fila come tanti soldatini, i flaconi e le scatole delle medicine: l\u2019anticoagulante, la compressa per la pressione, l\u2019antibiotico&#8230;<br \/>\n\u201cS\u00ec, s\u00ec, che sto bene, Gianna, sta\u2019 tranquilla &#8211; continuava il Maestro &#8211; Lo sai che qui sono come a casa, no? Dormo, leggo, telefono, vedo gli amici. Giulietta \u00e8 tornata a Roma questa mattina, sar\u00e0 quasi arrivata, ormai. A pranzo sono stato dalla Maddalena. Questa sera, invece, viene a prendermi il Grosso: andiamo all\u2019Osteria del Borgo, vicino al Ponte di Tiberio. Fanno dei galletti in umido da leccarsi le dita! Ora provo a dormire un po\u2019: stanotte l\u2019ho fatta quasi tutta in bianco, non riuscivo a prender sonno. La fatica pi\u00f9 grande \u00e8 star dietro a tutte queste medicine! Una la mattina, l\u2019altra prima di pranzo, un\u2019altra ancora alle quattro spaccate&#8230; Insomma, <em>un s\u2019cap\u00e9ss pr\u00f2pri gnint, <\/em>non si capisce proprio niente! Pensa che per organizzare questa specie di farmacia che mi ritrovo in camera, ieri ho dovuto chiedere a Limpio di <em>spatacare<\/em> con legno e chiodi per modificare il tavolino. Adesso ho tutto qui, a portata di mano. Va bene, Gianna, ci sentiamo domani. Mi telefoni tu? Ciao, bella.\u201d<br \/>\nIl Maestro pieg\u00f2 il busto e allung\u00f2 il braccio per riattaccare la cornetta del telefono.<br \/>\nMa, che strano, non si ricordava che il tavolino fosse cos\u00ec lontano dal letto. Qualcuno l\u2019aveva spostato? Un\u2019ombra nera gli pass\u00f2 davanti agli occhi. Poi, improvvisamente, un lampo.<br \/>\n\u201cChe succede? Cos\u2019\u00e8 questo silenzio improvviso?\u201d<br \/>\nAd un tratto, una sensazione mai provata prima.<br \/>\nSu e gi\u00f9&#8230; Come sbattuto da un uragano improvviso&#8230;  Di qua, di l\u00e0&#8230; La testa gira, gira&#8230;  La mano si apre, la cornetta cade a terra, sbatte sulla moquette senza far rumore&#8230;<br \/>\n\u201cOddio, sto male. Cosa mi succede? Devo chiamare qualcuno! Il telefono&#8230; Gianna, Gianna, hai gi\u00e0 chiuso? Aiuto, aiutatemi. <em>Help, help me<\/em>!\u201d<br \/>\n<em><span lang=\"DE\" style=\"font-size: 10pt; font-family: Verdana\">Tum- tum-tutum&#8230; <\/span><\/em><br \/>\n\u201cMa cos\u2019\u00e8 questo rumore soffocato nel corridoio? Sembra una palla che rimbalza&#8230; Qualcuno che viene a salvarmi?\u201d<br \/>\n<em><span lang=\"DE\" style=\"font-size: 10pt; font-family: Verdana\">Tum-tum-tutum&#8230;<\/span><\/em><br \/>\nUno spiraglio di luce inonda la stanza.<br \/>\nLa porta si apre quel tanto per far entrare un bambino sui sette anni vestito da marinaretto. Il cappello blu con la visiera, troppo grande per lui, gli copre le orecchie e lo rende molto buffo. Biondi e lisci come quelli di una bambola, i capelli gli arrivano alle spalle. Indossa una maglietta a righe e larghi pantaloni bianchi che arrivano al polpaccio.<br \/>\nNelle mani tiene una pallina verde. Quella del <em>tum-tum-tutum.<\/em><br \/>\nIl bambino guarda il vecchio caduto dal letto, senza capire le sue parole.<br \/>\n\u201cAiut&#8230; Chiama qualc&#8230;\u201d<br \/>\nPoi, finalmente, una parola conosciuta.<br \/>\n\u201c<em>Help me<\/em>!\u201d<br \/>\nIl marinaretto biondo corre nel corridoio.<br \/>\nE\u2019 ormai grande, lui! Ha capito che quel signore sta male ed ha bisogno di aiuto.<br \/>\nSi ricorda di aver visto il facchino e la cameriera, sullo stesso piano, e di esser sgattaiolato via per paura che lo rimproverassero. <em>Mamy <\/em>si era raccomandata di non fare rumore con la palla, che quello era un albergo di lusso e bisognava portare rispetto agli altri ospiti. \u201c<em>Be quiet, baby<\/em>!\u201d<\/p>\n<p>Limpio sent\u00ec un venticello che gli spettin\u00f2 i capelli brizzolati e si svegli\u00f2 di colpo dal torpore della pennichella. Il silenzio era stato interrotto da un leggero rumore, un <em>tum-tum-tutum<\/em> mai sentito prima.<br \/>\n\u201cC\u2019\u00e8 corrente. Che strano. Qualche porta rimasta aperta? Meglio dare un\u2019occhiata.\u201d<br \/>\nL\u2019Eleonora, intanto stava spolverando lo specchio al lato opposto del corridoio.<br \/>\nLimpio si alz\u00f2 per andare a fare il suo giro di controllo.<br \/>\nE subito si accorse di qualcosa di diverso: la porta della stanza 316 era socchiusa e a terra, proprio l\u00ec davanti, c\u2019era una pallina verde non ancora ferma del tutto, come se qualcuno avesse appena finito di farla rimbalzare.<br \/>\nNon sapeva cosa pensare, Limpio, ma decise la sola cosa da fare: correre, correre il pi\u00f9 velocemente possibile a vedere cosa succedeva. Guai, se a causa della sua distrazione qualche malintenzionato si fosse introdotto nelle stanze degli ospiti! Tanto pi\u00f9 in quella del grande regista Federico Fellini, convalescente da un intervento chirurgico, che da qualche giorno alloggiava l\u00ec.<br \/>\n\u201cEleonora, vieni anche tu! Dev\u2019essere successo qualcosa alla 316!\u201d, chiam\u00f2 mentre si dirigeva verso la stanza del Maestro. <\/p>\n<p>La mezzora che segu\u00ec rimase fissata per sempre nella memoria di Limpio e di Eleonora e nei giorni seguenti riemp\u00ec le pagine dei giornali di tutto il mondo.<br \/>\n\u201cFellini, brivido a Rimini nel suo Grand Hotel\u201d, titolava il Corriere della Sera del 4 agosto 1993.<br \/>\n\u201cParla ed \u00e8 cosciente. Da poco era stato operato al cuore in gran segreto a Zurigo. Il maestro, convalescente dopo l\u2019applicazione di un bypass, era solo in camera quando ha perso i sensi. Soccorso da una cameriera e da un facchino. La moglie \u00e8 tornata subito da Roma. Fellini si \u00e8 sentito male nella sua camera d\u2019albergo, verso le 15.30. Era solo e un improvviso svenimento l\u2019ha fatto cadere battendo la testa. Una cameriera e un facchino che passavano per il corridoio hanno sentito qualcosa, sono entrati nella stanza e hanno dato l\u2019allarme.\u201d<\/p>\n<p>Fellini mor\u00ec a Roma il 31 ottobre 1993. <\/p>\n<p>E\u2019 stato sepolto nel cimitero di Rimini, subito dopo l\u2019ingresso, nei pressi della zona  monumentale e antica. <\/p>\n<p>In una delle vecchissime tombe dai decori scrostati che circondano l\u2019ultima dimora di Federico, di Giulietta e di Federichino, \u00e8 sepolto un bimbo dal nome straniero morto \u201cin circostanze drammatiche\u201d, all\u2019et\u00e0 di sette anni, nel lontano 1908, mentre coi genitori era in vacanza a Rimini.<br \/>\nLa fotografia \u00e8 appannata e confusa: un grande berretto blu copre a malapena i suoi lunghi capelli biondi.<br \/>\nIl bimbo della fotografia sorride ammiccante, con lo sguardo rivolto alla <strong>scultura<\/strong> dell\u2019artista Arnaldo Pomodoro posta sulla tomba dei Fellini.<br \/>\nAl bambino quella prua di nave ricorda le onde, il vestito da marinaretto, la sua pallina verde.<br \/>\nLa stessa che aveva trovato sulla spiaggia il giorno dell\u2019incidente, quando con <em>mamy<\/em> e <em>daddy <\/em>era fra i primi ospiti del Grand Hotel appena inaugurato.<br \/>\nLo ricorda benissimo: erano alloggiati nella stanza 316, al terzo piano.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8220;&#8230;Pensare a Rimini. 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