Archivi annuali: 2010

Sghétul e gatòzli

Essere o non essere, this is the question.

Si, vabbé, lo so che i problemi del mondo sono ben altri, lo so. Se guardo i notiziari di oggi, poi, inorridisco ascoltando notizie di violenze urbane e familiari…

Ma io ora, in questo preciso momento, qui, medito su un dilemma fondamentale… E non so dire perché mi son fissata su tale “question” . Che sia proprio per non pensare ai mali del mondo?…

Dunque: a Rimini/Viserba, luogo in cui abito da 27 anni, il solletico è detto “e’ sghétul” (usato per lo più al singolare), mentre a Gatteo a Mare/Cesenatico, dove ho vissuto prima, si chiama “al gatòzli” (usato più spesso così, plurale femminile). Eppure ci sono solo una ventina di chilometri di distanza… Boh, chissà?

“T’an me fé gnènca un sghétul” (non mi fai neanche un solletico), si dice all’amico o nemico che ti stuzzica.

Allora? Av salùt!

Donne, rompete il silenzio!

Il prossimo 8 marzo io la mimosa non la voglio proprio! Capito?

Leggete questa lettera pubblicata sul sito Il paese delle donne e sul Corriere Romagna di ieri, 10 ottobre. L’ha scritta la mia amica Elvira, dell’Associazione riminese “Rompi il silenzio”..

Racconto viserbese del maestro Carlo Ardini. Una Lady Chatterley in riva all’Adriatico

“Carlo Ardini nato e sempre vissuto a Viserba, ha insegnato nella scuola elementare per trentotto anni.

Non c’è altro da esibire nel curricolo della sua vita”, scriveva nel risvolto del suo romanzo “La pesca reale”, pubblicato nel 2001.

Una prosa decisamente piacevole e curata, la sua, con molti riferimenti, più o meno velati, a personaggi, luoghi e avvenimenti della nostra Viserba.

Il racconto “Sic transit”, ad esempio, ci porta indietro di diversi decenni, forse un secolo. La spiaggia, le ville, i loro ricchi ed eleganti proprietari, la servitù, i pescatori…

Due personaggi di questo racconto, la signora e la giovane cameriera, potrebbero benissimo essere le due figure che camminano sulla spiaggia viserbese in una delle tante fotografie d’epoca presenti nell’archivio de l’Ippocampo.  Viste di spalle: la padrona in accappatoio chiaro e lunghi capelli sciolti sulle spalle, la ragazza al suo servizio con la divisa nera, il grembiulino bianco e l’involto con le cose della signora.

Sì, sono proprio loro: la spregiudicata “femme fatale”, emule di Lady Chatterley,che va incontro al suo Olinto e la ragazzotta “agghindata con grembiule di satin nero, crestina e pettorina”.

Buona lettura!

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Il Tiramisù del Direttore

INTERNO NOTTE

Un venerdì sera di fine estate, dopo cena.

Finito di lavare i piatti, verificato che in Tv non ci sono programmi di suo gradimento, Cristella si siede al Pc per dare un’occhiata al blog, alla posta e a Face Book.

Lo studio è nella penombra. Dal salotto giunge, in sottofondo, a tratti surreale, la voce della Tv: dialoghi da thrilling intervallati dai jingles delle pubblicità.

Si apre la finestrella della chat di FB. L’amico che richiama l’attenzione di Cristella è un aitante giovane Direttore di Giornale, tale Marco.

Marco. Ehi, ci sei?

Cristella. Sì, eccomi. Come va?

Marco. Mhhh. Sono molto giù. Ma quando mi mandi il nuovo pezzo?

Cristella. Ah, vero. Mi ero dimenticata di questo impegno per il tuo giornale.

Marco. Dai, pensa a qualcosa.

Cristella. Visto che sei giù, potrei cucinarti un bel “Tiramisù!”

Marco. ???

Cristella. Hai presente? Crema morbida, biscotti imbevuti nel caffè, pezzetti di cioccolato che scrocchiano fra i denti…

Marco. Gasp! Tu sì, che capisci gli uomini. Ho già l’acquolina in bocca. Non vedo l’ora!

SCENA SUCCESSIVA

Leggermente preoccupati, la moglie di Marco e il marito di Cristella si affacciano alle rispettive porte dei rispettivi studi dei rispettivi coniugi…

Tutto a posto, tranquilli. Il Tiramisù era proprio quello famoso in tutto il mondo. Preparato nel week end in una versione leggermente più “light” della classica, cioè sostituendo metà del mascarpone previsto con buona ricotta. Rimane sempre un dolce poco adatto alle diete dimagranti, è vero, ma molto indicato per le diete contro la malinconia.

Vero, signor Direttore?

Mi dispiace solo, per te, che il cioccolato che scrocchia sotto i denti e i sapori che c’erano attorno ce li siamo goduti noi due: Paolo e Cristella (e si vede, direbbero i maligni valutando le nostre taglie “pluri ics”…).

Vabbè, anche questi sono i piaceri della vita, no?

Ricetta per il Tiramisù light.

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Basta con l’asfalto: lastrichiamo le strade con le poveracce

Letta su Il Sole 24 Ore di fine agosto, la notizia che negli USA diversi Stati hanno deciso, per risparmiare sulle manutenzioni, di rimuovere l’asfalto dal suolo per tornare alle vecchie piste in terra battuta m’ha fatto pensare all’uso che c’era qui da noi, sulla Riviera Romagnola, di riempire le buche delle strade e delle piazze (di asfaltarle, in pratica) usando le conchiglie vuote delle “poveracce”.

Tornare indietro di qualche decennio? Perché no? Dopo ogni acquazzone (per non dire del ghiaccio dello scorso inverno) le strade viserbesi si trasformano in crateri lunari. La soluzione dei nostri nonni sarebbe pure ecocompatibile, oltre che economica.

Asfalto a chilometro e costo zero. Infatti si dice, delle poveracce: “Puràz chi li ciàpa, puràz chi li vend, puràz chi li compra, puràz chi li magna”  (poveraccio chi le pesca, poveraccio chi le vende, poveraccio chi le compra, poveraccio chi le mangia).

Forse meglio precisare che “si diceva”: basta guardare i prezzi delle poveracce in pescheria o al ristorante…

In ogni caso, ecco una ricetta antica e semplice, che fa gustare appieno il sapore del mare: al puràzi t ‘e stràz, cioè  nello straccio (dal Dizionario Romagnolo Ragionato di Gianni Quondamatteo).

“Si avvolgano e si stringano bene, in uno straccio bianco, delle poveracce fresche, e si immergano ripetutamente in acqua bollente. Tolti da questo bagno – la legatura impedisce che si aprano – questi gustosi molluschi, ancora ripieni della loro acqua, si offriranno in una fragranza profumata di mare.”

Naturalmente (è il caso di dirlo) se le acque in cui le nostre “poveracce nello straccio” sono state pescate non sono inquinate…