Archivi annuali: 2008

I have a dream

Chi frequenta questo blog e la sua autrice sa che Cristella e il Re consorte sono attivi da diversi anni, come volontari, all’interno della dinamica realtà dello Ior, l’Istituto Oncologico Romagnolo.

“Perché si diventa volontari? – ci viene chiesto spesso – Chi ve lo fa fare, di ‘perdere’ del tempo a vendere azalee, organizzare eventi, impegnarvi per la promozione e l’informazione quando potreste andare a spasso per i fatti vostri?”

Il punto è proprio questo: anche se non per esperienza direttissima (chi non ha avuto in famiglia un caso di malattia grave?), tutta l’attività di promozione e informazione che sia possibile fare in questo campo è un “fatto nostro”, eccome!

Proprio in questi giorni sto anche curando l’uscita di RiminiAil Notizie, il periodico dell’Ail (Associazione contro le Leucemie, Sezione di Rimini). Un’altra realtà locale che rappresenta un fiore all’occhiello per il supporto che dà alla macchina della sanità pubblica.

Sono amica dell’Arop, Associazione Riminese Oncologia Pediatrica, fondata, tra gli altri, da genitori che hanno avuto bambini con malattie oncologiche.

E’ un mondo con cui di solito si viene a contatto all’improvviso, incontri che non chiedi, tegole che arrivano in testa. Nello sbandamento e disorientamento dei malati e delle loro famiglie il ruolo delle realtà associative come queste è fondamentale, prezioso, insostituibile.
Forse la Romagna è un’isola felice, in questo senso. E quando scrivo questo penso alla blogger Anonima Mente, che non ha mai rivelato da dove scrive, ma racconta esperienze personali di abbandono sanitario specificando solo che sono vissute in una regione del Sud Italia.

“I have a dream”: quando compro un’azalea della ricerca per 12 euro, immagino che quei soldi, proprio quei 12 euro, saranno gli stessi che domani o dopodomani serviranno a finanziare con una borsa di studio un’ora di ricerca scientifica. La stessa ora in cui un giovane medico o biologo, forse oggi ancora sui banchi di liceo, scoprirà la cura risolutiva per tumori e leucemie.

“I have a dream”: che la buona sanità possa varcare i confini di poche regioni e andare oltre, in tutt’Italia, in Europa, nei paesi più sperduti del globo. E, chissà, è forse proprio là, nel Congo martoriato dalle guerre, in India, in Cina, in Ucraina, che si nasconde il “mio” ricercatore, quello che aspetta i miei 12 euro.

Confesso che questo post è scritto di getto e senza alcuna premeditazione: mi è stato ispirato da una “lettera al direttore” apparsa qualche minuto fa sul quotidiano on-line Newsrimini.it.

E’ la storia vera di un giovane assessore della città di Rimini, mio conoscente, papà di 7 figli, uno dei quali caro amico ed ex compagno di scuola di una delle mie figliole.

Stefano Vitali e la sua testimonianza: leggete anche voi! E sorridete con lui e con Cristella.

Un abbraccio a Stefano, un abbraccio a Mentina, un abbraccio a Princy.

Un grazie alla sanità riminese, allo Ior, a RiminiAil, all’Arop.

Visérba: e’ ghèt ad Rémin

“Variante ghetti”: se ne sente parlare abbastanza spesso, da queste parti. Sempre, tanto per cambiare, con riferimento a nuove case da costruire.

Ma lasciando da parte per un attimo piani regolatori, delibere e mattoni (sfido gli amministratori riminesi a fare altrettanto, immaginando che la materia affolli persino i loro sonni notturni), sono andata a cercare sull’insostituibile Dizionario Romagnolo Ragionato di Gianni Quondamatteo il significato della parola “ghét”.

… e ho trovato un bellissimo trattatino storico-sociologico-geografico sul territorio riminese.

“Ghèt: aggregato di casupole, alla periferia, spesso sinonimo di miseria, abbandono.
I ghetti erano numerosi a Rimini fin dall’antichità; e sono chiamati ghetti anche gli abitati rurali dei casanoli, cioè dei braccianti agricoli, e i campi di raccolta dei prigionieri di guerra. Nel passato v’erano i ghetti “dei pirati”, “dei saraceni”, che sbarcando a predare sulla costa, vi restavano prigionieri. Il ghetto degli ebrei era nel borgo XX Settembre: alcune case esistono ancora nel vicolo S. Giovami.
A Rimini si ricordano e’ ghèt d’la Zinganéina (S. Aquilina), dì Pirata (prima della Barafonda), di Turc (Villaggio Nuovo), di Casét (sotto Covignano), ad Pitini (a Spadarolo), ad Picinèli (sempre sulla strada di Verucchio, oltre il precedente), dla Zunèra (a Vergiano), dla Gajufèna, ad Filòn (via Marecchiese),  ad Tamagnìn (S. Salvatore), ad Masìr (S. Maria in Cerreto), ad Casali (sulla strada di Montescudo), dla Furnèsa ad Marchesini (Cerasolo), dla Zarbajola (sulla vecchia strda di San Marino), ad Randòz (Spadarolo), ad Varièn (S. Giustina), ad Mavòs e de Castlàz (entrambi sulla vecchia strada di S. Marino), dla Brusèda e ad Tombanova (sulla strada di Coriano) e, più vicino a noi ricordiamo ancora e’ ghèt ad Patagnac (via Tripoli) e quello dla Cansouna (via Pascoli).

T’créd che Roma e’ sia un ghèt? (credi che Roma sia un ghetto?), è l’interrogativo che si pone – a mo’ di risposta – all’amico che esprime meraviglia ingiustificata, o ritenuta tale.
Dico all’amico: “Accidenti che bel vestito, che bella macchina!” E lui mi risponde in quel modo, come a dire: “Ma è del tutto naturale! Perché ti meravigli?”
Ricordiamo qui anche e’ ghèt d’Bastèla, in quel di Misano, e il singolare modo dire l’èlba de ghèt d’Bastèla. Questa alba pare sorgesse, per quegli abitanti, fra le undici e mezzogiorno, perché quella brava gente solo allora si levava, tutta la notte essendo impegnata a rubare. Un ghèt ad putèni (un ghetto di puttane): un paio di abitazioni ravvicinate, ospitanti ragazze allegre, e il marchio era indelebile.
Se di una zona diciamo ch’la s’è ardòta un ghèt (che si è ridotta un ghetto) vogliamo con ciò significare l’infittirsi delle costruzioni edili, coi relativi aumenti di popolazione, traffico, numeri, ecc.”

Ecco, capito ora il significato del titolo di questo post?

Nido vuoto

Un nido vuoto
di Franca Fabbri
da “Il re fioraio” Longo Editore Ravenna, 1997

nido vuoto raccolto sotto casa

Dal tetto,
strappato dal vento,
è volato via
un nido vuoto.

Nelle mie mani
e nei miei occhi
stupore
per la fragilità
e la forza
dell’intreccio
di paglia e fili d’erba.

Se mi chiedi ora
che cos’è la tristezza
ti rispondo
– un nido vuoto -.

Per i Santi, i guanti. Per i Morti, le fave.

Quest’anno coi proverbi proprio non ci siamo: domani, 31 ottobre, è la vigilia di Ognissanti e, secondo la saggezza popolare, si dovrebbe essere già alle porte dell’inverno. Infatti “per i Sént, i guènt” (per i Santi, i guanti) e “per i Sént l’invérni l’è ma chèsa su” (per i Santi l’inverno è a casa sua) stonano alquanto col clima attuale.
Qui a Rimini si sta ancora a braccia scoperte e l’aria è calda come in primavera avanzata (magari non lo dico troppo forte, per scaramanzia…).
Proverbi o non proverbi, comunque, una cosa è certa: abbiamo già risparmiato un “tot” nelle spese per il riscaldamento. Il che non è poco, vista l’aria di crisi che tira.
Un altro vecchio proverbio riferito alla giornata di Ognissanti è il seguente:

Inféna ai Sént
us porta a cà al smént
e dai Sént in zò
un s’in porta a cà piò.

Cioè: fino ai Santi si portano a casa le sementi e dai Santi in giù non se ne portano a casa più (perché secondo il calendario della campagna, frutto di chissà quali e quanti insegnamenti degli avi, si poteva seminare i campi o la settimana prima dei Santi o la settimana dopo).

Per quanto riguarda i cibi che per tradizione si preparano “per i Morti”, riporto la ricetta n. 622 dalla Bibbia dei cuochi: “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi. Non ci sono solo ingredienti e modalità di preparazione.
Leggere per credere. Continua a leggere

Buttare il pane? Non si fa! Specialmente in tempi di crisi.

Schiacciato e nascosto da altri libri del reparto “Romagna” della mia libreria, in questi giorni è saltato fuori un opuscoletto di 48 pagine edito da Il Ponte nel 1992. Forse avrei dovuto riporlo nello scaffale “Cucina e ricette”, visto che si intitola “Pane al pane. Ricette regionali italiane per utilizzare il pane vecchio”.

Il titolo, ne sono certa, più di altri incuriosirà Danda e la sua amica d’Oltremanica Mrs Average, ambedue attente all’ecologia e al riciclo, nonché nemiche dichiarate degli sprechi di qualsiasi tipo.

pane al pane

Il libretto, per la cronaca, ha una prefazione dell’allora direttore del Ponte: il prete-giornalista don Piergiorgio Terenzi, già noto ai lettori di Cristella come maestro di scrittura. Lo stesso che ogni tanto collabora attraverso la rubrica “Lettera 22” in “Romagna e dintorni”del sito (a proposito: è ora che gli chieda un pezzo nuovo…).

“Un segno da rivalutare – scrive Piergiorgio – Nelle pattumiere delle nostre case si getta tanto pane; in Italia sono tonnellate ogni giorno. Eppure, non si può ignorare che al mondo ci sono milioni di persone che cercherebbero il pane anche nella spazzatura, pur di non morire di fame. Buttare il pane è un’offesa a chi non ne ha neppure per sopravvivere, ed è un atto economicamente sconsiderato. Per evitarlo basterebbe pensare che ci sono mille maniere per utilizzare il pane vecchio.”

Fra le tante ricette, che comprendono primi piatti, antipasti, polpette, crocchette, frittelle, dolci, piatti unici, ne riporto una che mi sembra promettere bene. E, particolare da non sottovalutare, è facile da preparare.

Torta di pane grattugiato

Ingredienti:

½ chilo di pane grattugiato, 3 etti di zucchero, 2 uova, ½ etto di burro (piuttosto scarso che abbondante), un cucchiaio di cioccolato amaro in polvere, un bicchierino di grappa, buccia di un limone grattugiata, cannella e chiodi di garofano, un pugno di farina, una bustina di lievito.

Mettere il pane in una zuppiera, aggiungere la farina, il cioccolato, gli aromi, il lievito, lo zucchero, il burro sciolto a bagnomaria, la grappa. Mescolare bene.
Alla fine aggiungere le uova sbattute.
Imburrare una teglia da torte e cospargerla di pane grattugiato.
Versare nella teglia l’impasto precedentemente preparato e cuocere in forno, a 180°, circa mezzora.

Buon appetito!