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2 marzo, 2010

Dedicato a Regina, la bis-nipote di Giustiniano Villa

Giustiniano Villa, 1910 ca.

Con molta sorpresa ed emozione Cristella ha trovato sul blog i commenti di Regina, una discendente diretta del poeta-ciabattino Giustiniano Villa che, nata e cresciuta lontana dalla Romagna, non conosce bene la storia del suo bisnonno. Però ne è curiosa, e per questo, evidentemente, è arrivata al blog di Cristella, essendo probabilmente l’unico luogo in rete dove qualcuno ha avuto la pazienza di copiare dalla versione stampata una zirudèla scritta in dialetto.

Ho promesso a Regina che la metterò in contatto con un amico studioso/scrittore che, da anni, si occupa della figura di Giustiniano Villa. Presto riceverà un messaggio in tal senso.

Ma oggi voglio farle dono di un altro pezzettino della saggezza del suo bisnonno: una zirudèla scritta nel 1895, ma che stimola più di una riflessione sulla situazione sociale di oggi del nostro Paese.

Bisogna immaginarsi la scena.

Esterno giorno; fine Ottocento, inizi Novecento.

Niente radio e tv, pochi giornali (che comunque in pochi avrebbero potuto leggere). Nei giorni di mercato e durante le fiere personaggi come Villa, in piedi sul loro banchetto in mezzo alla piazza del paese o del borgo della città, aggiornavano a gran voce sui fatti del mondo. Alla fine della “cantata” chiedevano una moneta.

Cantastorie, poeti, zirudellari, o come volete chiamarli. Io li definirei giornalisti ante litteram (chissà se anche a quei tempi c’era la par condicio?).

L’EMIGRAZIONE dall’Italia in America

GLI ITALIANI NEL BRASILE

Narrazione poetica in dialetto romagnolo

In Italia ac sem ardutt

in miseria più di tutt (continua…)

25 febbraio, 2010

La rivincita del dialetto? In teatro (con gli appuntamenti dal 26 al 28 febbraio)

Dodici serate alla parrocchia della Riconciliazione di Rimini, dieci al Teatro Rosaspina di Montescudo, cinque al Tiberio, quattro alla Sacramora… e via dialettando.

Sui palchi romagnoli è in piena effervescenza la stagione di teatro in vernacolo, settore che non sente la crisi e che riempie le platee tra l’invidia delle compagnie che recitano in italiano. Ultimo baluardo della lingua dei nonni, secondo i linguisti. Eppure, a differenza del teatro veneto, napoletano e milanese – che hanno una tradizione consolidata da secoli anche fra gli intellettuali più raffinati – il romagnolo viene ancora guardato con un po’ di distacco. Ma i numeri parlano chiaro: solo in provincia di Rimini decine di compagnie, da quelle storiche che superano i trent’anni di attività, alle più giovani con soltanto qualche stagione alle spalle. Diversa anche l’età di chi le compone (sebbene ci sia sempre più carenza di giovani) e la provenienza sociale: professionisti, pensionati, studenti, casalinghe… Fra registi, autori, attori, sarti, truccatori, suggeritori e tecnici vari la ruota del teatro in vernacolo, solo in provincia, fa girare centinaia di persone sui palcoscenici e dietro le quinte e migliaia di appassionati nelle platee. Pubblico composto per lo più da persone di mezza età, ma con un risveglio di interesse anche da parte di giovani, forse figli e nipoti di chi sta sul palco, felici di applaudire i propri familiari diventati attori.

Personaggi come la prorompente Ilde del “Teatre Rimnes” (che i riminesi conoscono anche per la sua inimitabile piada, al Colle di Covignano) o Lidia e Alfiero che recitano con Francesco Bianchi o Adriano e Maurizio degli “Jarmidied” strappano l’applauso solo entrando in scena. Come loro, tanti altri: impossibile nominarli tutti. Così come prolifici sono gli autori, spesso anche registi e fondatori delle loro compagnie: Guido Lucchini, Francesco Bianchi, Pier Paolo Gabrielli, Fiorenzo Sanchi, Giovanni Spagnoli, Mario Bassi, Giuseppe Ciavatta.

Ognuno col suo stile: dal più ridanciano a quello che infila qua e là perle di saggezza; chi ambienta nel passato, chi preferisce i tempi attuali. Tutti, comunque, propongono una morale positiva, come nelle più belle storie a lieto fine che piacciono al pubblico.

Diversi anche gli accenti e le inflessioni della lingua, che, si sa, cambiano da una parrocchia all’altra: fra dittonghi o vocali aperte o chiuse, la differenza si nota già dai titoli delle commedie, dove l’orecchio attento riconosce l’autore di Riccione, di Rimini, della Valconca, di Santarcangelo o Bellaria.

Meglio parlare, quindi, di “dialetti” romagnoli. Tutti, comunque, da applauso!

(mio articolo pubblicato su Il Resto del Carlino il 5 febbraio 2010)

Teatro dialettale a Rimini e dintorni: appuntamenti dal 26 al 28 febbraio 2010 (continua…)

16 febbraio, 2010

Questa di Marinella è la ricetta vera…

Cristella usa spesso il copia-incolla anche in cucina.

Come raccontato nel post I sapori dell’Adriatico, la scorsa settimana la famiglia s’è riunita attorno al tavolo imbandito dello chef M. M., c’est à dire la cognata Marinella.

La creatività di Marinella e la sua attenzione per le cose belle si esprimono soprattutto nella decorazione di meravigliosi oggetti di porcellana, riservati solo agli amici più cari e ai clienti fedeli dell’Hotel Sporting di Cesenatico.

Ma M.M. si dà da fare pure in cucina e durante l’inverno usa noi parenti (poverini!) come “cavie” per le sperimentazioni culinarie da proporre poi allo chef vero dell’albergo: il bravissimo Sebastiano.

Insomma: ieri nella Reggia di Cristella è andato in onda il tentativo di copia-incolla della cena offerta da Marinella.

Il risultato? Sulle lasagne al ragù di mazzole bisognerà lavorarci ancora: quelle originali erano davvero molto migliori.

Il filetto di branzino, invece, è stato un vero successo! Da ripetere il prima possibile, direi.

Un grazie speciale ai consigli della cognata e al pescivendolo del Mercato Coperto di Rimini che ha sfilettato i branzini…

Ecco la ricetta. (continua…)

7 febbraio, 2010

I sapori dell’Adriatico

Antipasto: cannocchie lessate, alici marinate con cipolla, alici in aceto balsamico, baccalà lessato su letto di soncino, involtino di triglia tiepido con lardo pancettato.

Primo: lasagne delicate al ragù di mazzola.

Secondi: filetto di branzino agli agrumi su letto di verdure croccanti; brodetto dell’Adriatico.

Dolci: cheese cake al mascarpone e frutti di bosco, castagnole all’uvetta.

Eh, sì. Per una sera la dieta è stata accantonata. D’altronde siamo a Carnevale, giusto?

In ogni caso: il menù sopra descritto (preparato con passione e professionalità), degno di un ristorante pluristellato, è stato molto, molto apprezzato. Cosa? Volete sapere il nome del ristorante e dello chef?

(continua…)

3 febbraio, 2010

Vecchia Romagna: la stmèna lòva

Da “Romagna civiltà” – vol I. Cultura contadina e marinara, Gianni Quondamatteo e Giueppe Bellosi, Grafiche Galeati  Imola 1977.

Il ciclo di Carnevale si apriva con la dménga galinèra (la domenica gallinaia): la domenica precedente la settimana grassa (stmèna lòva); galinèra, in quanto si doveva uccidere una gallina vecchia per avere un buon andamento del pollaio (acsé cagli ètar al faséva bén, così le altre facevano bene).

Nei giorni grassi (i dé lòv) (continua…)

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