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Grand Hotel 1908-1993-2018

Rimini si appresta a celebrare i 110 anni del Grand Hotel. Ne parlano oggi tutti i giornali.

Quale miglior occasione per rispolverare il mio breve racconto di qualche anno fa? Eccolo.
Buona lettura.

La pallina verde del marinaretto

Nel corridoio del terzo piano la moquette rossa attutiva il rumore dei passi dei clienti e del personale.

La penombra dell’ambiente, in quell’afoso pomeriggio d’agosto, suggeriva un’idea di fresco, che però non corrispondeva del tutto alla sensazione reale.

Era l’ora della pennichella.

Limpio, il facchino addetto al piano, lavorava al Grand Hotel da quasi quindici anni. Non solo valigie da portare su e giù, ma anche lavori di piccola manutenzione, che in un albergo come questo non mancavano mai. Un rubinetto che sgocciola? Un interruttore bloccato? Una lampadina da sostituire?

“Me la cavo un po’ con tutto – stava spiegando Limpio all’Eleonora, la cameriera brunetta intenta a sistemare il materiale della guardiola riservata al personale del piano – I miei capelli grigi la dicono lunga: da giovane ho fatto il muratore, l’imbianchino, l’idraulico, il fabbro, l’autista, il cuoco… Chiamami pure, quando trovi qualcosa che non funziona. C’è un problema? Arriva Limpio, che tutto sistema!”

Soddisfatto della rima e dell’espressione di rispetto apparsa sul volto della donna, il facchino decise di riposare un po’. Tra l’altro, sedendosi al tavolino poteva sbirciare meglio le forme esuberanti della collega, a malapena contenute nella divisa bianca e rosa.

L’uomo buttò l’occhio all’orologio da polso.

“Sono solo le tre e un quarto – sbuffò tra sé e sé – Sa ste chèld, us starébb mej a marèina (con questo caldo, si starebbe meglio in riva al mare).”

E, piegando la testa sul tavolino, quasi senza accorgersene, si appisolò…

“Ma dai, non dirmi che ti disturbo, che non ti credo! Non sono mica le tre di notte!”

Il Maestro era in canottiera. Con la schiena appoggiata a due cuscini parlava al telefono, steso sul letto della stanza 316. Il salottino e la camera della suite erano in penombra. Dalle porte finestra che si affacciavano sul grande parco giungevano pochi rumori: a Rimini anche le automobili e i motorini a quell’ora vanno a riposare.
Le persiane accostate lasciavano filtrare un sottile raggio di sole che, come una stilettata, andava a toccare la mano destra del maestro. L’indice piegato seguiva le curve dei ghirigori del copriletto damascato, quasi a volerli ridisegnare con un gessetto invisibile.

Sul tavolino accanto al letto, in fila come tanti soldatini, i flaconi e le scatole delle medicine: l’anticoagulante, la compressa per la pressione, l’antibiotico…

“Sì, sì, che sto bene, Gianna, sta’ tranquilla – continuava il Maestro – Lo sai che qui sono come a casa, no? Dormo, leggo, telefono, vedo gli amici. Giulietta è tornata a Roma questa mattina, sarà quasi arrivata, ormai. A pranzo sono stato da Maddalena. Questa sera, invece, viene a prendermi il Grosso: andiamo all’Osteria del Borgo, vicino al Ponte di Tiberio. Fanno dei galletti in umido da leccarsi le dita! Ora provo a dormire un po’: stanotte l’ho fatta quasi tutta in bianco, non riuscivo a prender sonno. La fatica più grande è star dietro a tutte queste medicine! Una la mattina, l’altra prima di pranzo, un’altra ancora alle quattro spaccate… Insomma, un s’capéss pròpri gnint, non si capisce proprio niente! Pensa che per organizzare questa specie di farmacia che mi ritrovo in camera, ieri ho dovuto chiedere a Limpio di spatacare con legno e chiodi per costruirmi un cassettino speciale. Adesso ho tutto qui, a portata di mano. Va bene, Gianna, ci sentiamo domani. Mi telefoni tu? Ciao, bella.”

Il Maestro piegò il busto e allungò il braccio per riattaccare la cornetta del telefono.

Ma, che strano, non si ricordava che il tavolino fosse così lontano dal letto. Qualcuno l’aveva spostato? Un’ombra nera gli passò davanti agli occhi. Poi, improvvisamente, un lampo.

“Che succede? Cos’è questo silenzio improvviso?”

Ad un tratto, una sensazione mai provata prima.

Su e giù… Come sbattuto da un uragano improvviso… Di qua, di là… La testa gira, gira… La mano si apre, la cornetta cade a terra, sbatte sulla moquette senza far rumore…

“Oddio, sto male. Cosa mi succede? Devo chiamare qualcuno! Il telefono… Gianna, Gianna, hai già chiuso? Aiuto, aiutatemi. Help, help me!”

Tum-tum-tutum…

“Ma cos’è questo rumore soffocato nel corridoio? Sembra una palla che rimbalza… Qualcuno che viene a salvarmi?”

Tum-tum-tutum…

Uno spiraglio di luce inonda la stanza.

La porta si apre quel tanto per far entrare un bambino sui sette anni vestito da marinaretto. Il cappello blu con la visiera, troppo grande per lui, gli copre le orecchie e lo rende molto buffo. Biondi e lisci come quelli di una bambola, i capelli gli arrivano alle spalle. Indossa una maglietta a righe e larghi pantaloni bianchi che arrivano al polpaccio.
Nelle mani tiene una pallina verde. Quella del tum-tum-tutum.

Il bambino guarda il vecchio caduto dal letto, senza capire le sue parole.

“Aiut… Chiama qualc…”

Poi, finalmente, una parola conosciuta.

“Help me!”

Il marinaretto biondo corre nel corridoio.

E’ ormai grande, lui! Ha capito che quel signore sta male e ha bisogno di aiuto.

Si ricorda di aver visto il facchino e la cameriera, sullo stesso piano, e di esser sgattaiolato via per paura che lo rimproverassero. Mamy si era raccomandata di non fare rumore con la palla, che quello era un albergo di lusso e bisognava portare rispetto agli altri ospiti. “Be quiet, baby!”

Limpio sentì un venticello che gli spettinò i capelli brizzolati e si svegliò di colpo dal torpore della pennichella. Il silenzio era stato interrotto da un leggero rumore, un tum-tum-tutum mai sentito prima.

“C’è corrente. Che strano. Qualche porta rimasta aperta? Meglio dare un’occhiata.”

L’Eleonora, intanto stava spolverando lo specchio al lato opposto del corridoio.

Limpio si alzò per andare a fare il suo giro di controllo.

E subito si accorse di qualcosa di diverso: la porta della stanza 316 era socchiusa e a terra, proprio lì davanti, c’era una pallina verde non ancora ferma del tutto, come se qualcuno avesse appena finito di farla rimbalzare.
Non sapeva cosa pensare, Limpio, ma decise la sola cosa da fare: correre, correre il più velocemente possibile a vedere cosa succedeva. Guai, se a causa della sua distrazione qualche malintenzionato si fosse introdotto nelle stanze degli ospiti! Tanto più in quella del grande regista Federico Fellini, convalescente da un intervento chirurgico, che da qualche giorno alloggiava lì.

“Eleonora, vieni anche tu! Dev’essere successo qualcosa alla 316!”, chiamò mentre si dirigeva verso la stanza del Maestro.

La mezzora che seguì rimase fissata per sempre nella memoria di Limpio e di Eleonora e nei giorni seguenti riempì le pagine dei giornali di tutto il mondo.

“Fellini, brivido a Rimini nel suo Grand Hotel”, titolava la stampa del 4 agosto 1993.

“Parla ed è cosciente. Da poco era stato operato al cuore in gran segreto a Zurigo. Il maestro, convalescente dopo l’applicazione di un bypass, era solo in camera quando ha perso i sensi. Soccorso da una cameriera e da un facchino. La moglie è tornata subito da Roma. Fellini si è sentito male nella sua camera d’albergo, verso le 15.30. Era solo e un improvviso svenimento l’ha fatto cadere battendo la testa. Una cameriera e un facchino che passavano per il corridoio hanno sentito qualcosa, sono entrati nella stanza e hanno dato l’allarme.”

Fellini morì a Roma il 31 ottobre 1993.

E’ stato sepolto nel cimitero di Rimini, subito dopo l’ingresso, nei pressi della zona monumentale e antica.

In una delle vecchissime tombe dai decori scrostati che circondano l’ultima dimora di Federico, di Giulietta e di Federichino, è sepolto un bimbo dal nome straniero morto “in circostanze drammatiche”, all’età di sette anni, nel lontano 1908, mentre coi genitori era in vacanza a Rimini.

La fotografia è appannata e confusa: un grande berretto blu copre a malapena i suoi lunghi capelli biondi.

Il bimbo dell’immagine sorride ammiccante, con lo sguardo rivolto alla scultura dell’artista Arnaldo Pomodoro posta sulla tomba dei Fellini.

Al bambino quella prua di nave ricorda le onde, il vestito da marinaretto, la sua pallina verde.

La stessa che aveva trovato sulla spiaggia il giorno dell’incidente, quando con mamy e daddy era fra i primi ospiti del Grand Hotel appena inaugurato.

Lo ricorda benissimo: erano alloggiati nella stanza 316, al terzo piano.

Cachi o kaki? Dolci o salati? Comunque buoni!

Coi lori frutti colorati addobbano le piante, dai rami ormai privi di foglie, tanto da farle sembrare alberi di Natale nei giorni di festa. Li vediamo nei campi e ai lati delle strade, spesso anche in città. Sembrano sentinelle solitarie di una natura altrimenti grigia.
Crescono senza bisogno di qualcuno che li curi. Chiedono solo che qualcuno si ricordi di cogliere i loro pomi al momento giusto. Altrimenti, se ignorati, passato un po’ di tempo, si arrangiano e… plaf… li lasciano cadere ai loro piedi.

Parliamo di frutti veramente di stagione, abbondanti, dalle nostre parti: i cachi (Diospyros kaki), detti anche kaki.

Originari dell’Asia, vennero introdotti in Europa alla fine del diciannovesimo secolo. Si raccolgono, in ottobre e novembre, quando non sono ancora maturi: la polpa è dura e il sapore astringente (i làpa, cioè allappano e allegano i denti).

Maturano completamente, diventando dolcissimi e gustosi, una volta staccati dalla pianta. Per accellerare la maturazione, vanno conservati insieme ad alcune mele, distesi in una cassetta bassa, possibilmente al buio.

Oltre che come frutto per una sostanziosa merenda o a fine pasto, i cachi si prestano come base per diverse preparazioni dolci.

Ma la versione più intrigante, assaggiata alla tavola di un’amica appassionata di cucina, li vuole conservati in agrodolce, proposti come saporito contorno a carni o pesci.

Fanno bella figura anche come antipasto, adatti a stuzzicare l’appetito… se qualcuno ne avesse bisogno.

Ecco la ricetta.

Cachi in agrodole.

Ingredienti: 1 Kg di cachi acerbi (di colore giallo e dal frutto ancora duro), 1/2 litro di aceto di mele, 2 decilitri di olio di oliva, 100 grammi di zucchero, 5 grammi di sale, uno spicchio d’aglio, una foglia di alloro.

Preparazione: togliere i noccioli ai cachi e tagliarli a fettine alte 3 mm circa.
Portare a bollore l’aceto con lo zucchero, sbollentare i cachi per un paio di minuti, scolarli e disternderli sopra ad un canovaccio per farli asciugare (per circa un paio di ore).

Una volta asciutti, condirli in una terrina con sale e aglio e alloro tritati.

Quindi disporli a strati ben pressati in vasetti sterilizzati e condire ogni strato con un trito di aglio e alloro (qualcuno preferisce l’origano). Alla fine coprire tutto con l’olio. Chiudere ermeticamente e conservarli in luogo fresco e asciutto.

Alla prima occasione tirateli fuori e… buon appetito!

I sogni si dimenticano?

L’ho sempre detto: “Bisogna che tutti questi sogni me li scriva”. Poi non lo faccio, presa dagli impegni del risveglio e della successiva carburazione per la nuova giornata. E pensare che ci sarebbero storie per riempire enciclopedie intere e per girare migliaia di film in puro stile felliniano. Proprio il mio concittadino illustre sarebbe da seguire: il suo “Libro dei sogni”, compilato e disegnato su suggerimento dello psicanalista, ha un posto d’onore nella mia libreria ed è ricco di stramberie, complicazioni, progetti, desideri, paure, persone amate e temute, visioni, viaggi..

Poche volte sono riuscita a scrivere il sogno prima di dimenticarlo. Eccone un esempio di due anni fa, con il pensiero alla mia amica Fulvia che era scomparsa da un anno e mezzo.

Sogno del 15 aprile 2015.
Dovevo portare via la Fulvia, non farci intercettare da persone cattive che stavano giù, vicino al porticciolo di Miramare, nella spiaggia sotto alla collina dove noi eravamo. Da lì si vedeva il mare, sotto allo strapiombo su cui ci potevamo affacciare.
Avevo dato appuntamento alla Fulvia in un punto preciso, ma poi mi ero dovuta spostare e mi preoccupavo di non potermi mettere in contatto con lei.
Intanto incontro due bimbe (sui 10 anni) di Gatteo a Mare (ex mie lupette, mi sembra la Saragoni e la Cavaleri) e dico loro, mostrando il babbo della Fulvia: “Conoscete la figlia di questo signore, la mia amica? Se la incontrate, ditele che deve venire nel tal posto, dove sto andando anch’io.”
Vado su per una salita, entro in una casa-ufficio isolata, quasi un faro. Nel corridoio faccio anticamera, si apre una porta, alcune persone vanno avanti e indietro e non mi degnano di attenzione.
Il signore dell’ufficio affitta elicotteri. Entro anch’io, mi dice che non ha più posto per il prossimo volo, non c’è niente da fare.
Ma poi Paolo (c’era anche lui vicino a me, ma non me ne ero ancora accorta!) gli parla e lo convince che deve assolutamente aiutarci per trasportare la nostra amica fuori dall’Italia. Quindi lui accetta e insieme a Paolo, aiutandosi con una riga che girano in tondo, segnano su una mappa le possibili destinazioni in base all’autonomia di volo del suo elicottero. Sulla cartina dell’Europa, con l’Italia nel mezzo, segnano come possibili traguardi Casablanca, e un paese (non ricordo quale) dove si può andare tranquillamente. Io chiedo, preoccupata “ma si può andare anche senza passaporto? Io con me ho solo la patente”.
E lui ripete: “Sì sì, tanto lì sono tutti fascisti”.
Ed ecco che finalmente arriva la Fulvia, ha un fagotto grande come bagaglio. E’ trafelata, sorridente e felice perché ha incontrato le bambine che le hanno detto dove trovarmi. Ci abbracciamo strette strette. Un abbraccio morbido e caldo, che ricordo al risveglio…

Nonnitudine acuta e persistente

Ci sono oggetti che…

Non si possono pagare, perché nessuno avrebbe denaro sufficiente.

Si creano con mani e testa, ma soprattutto con cuore.

Richiedono tempo su tempo, col pensiero sempre rivolto a qualcuno.

La nonnitudine è anche questo: andare su Goggle Street per fotografare la facciata dell’asilo e i giochi del cortile,  munirsi di uncinetto, ago e fili colorati presi dal cestone degli avanzi, raccogliendo anche ritagli di stoffa, nastri e cordoncini…

E poi, ricordando che, dopo tutto, la nonna è anche un po’ scrittrice e favolista, buttar giù una storiella. Con qualche rima, che così è ancor più bella, da regalare al nipotino, ai compagni di asilo e alle maestre.

Fatto! Perché, appunto, la nonnitudine vuole il suo sfogo…

Tempo impiegato: circa due settimane di pomeriggi e serate distolti dalla tv e dal pc (sai, che perdita!).

Costo di produzione: un paio di euro per il feltro giallo. Possibile prezzo di vendita: non calcolabile, come detto sopra. Effettivo prezzo di vendita: “agratis”.

E, magari, come compenso, solo un bacino e un battito di mani… che un’altra storia, la racconterò domani.

Ecco la storia di Bruchino Brucò e Farfalla Farfallina  Continua a leggere

Estate 1939. La Riviera Romagnola raccontata da Michele Campana.

Estate 1936. Il quotidiano torinese LA STAMPA pubblica, a puntate, un itinerario vacanziero che tocca le principali località della Riviera Romagnola, con qualche sosta anche nell’entroterra.
Lo stile narrativo è proprio di quel periodo. L’autore, Michele Campana, biografia, è figlio del suo tempo.
Lo “storico balneare” riminese Ferruccio Farina così descrive il contributo di Campana alla rappresentazione della nostra Riviera (dal saggio “DONNE, VIRTU’ E PECCATI TRA TERRA E MARE DI ROMAGNA, Tipi e stereotipi nei racconti di Michele Campana”, Ras n. 81, a. XXVII, 2007, che si può leggere completo in Romagna Arte e Storia:

S’è già citato anche Michele Campana che, con il suo “Danze di fronte al mare” del 1931, aveva costruito una sorta di guida eroico/poetica di quella Riviera romagnola sentita e descritta come tempio della lussuria ai cui tentacoli anche un uomo temprato dalla salda fede fascista avrebbe faticato a resistere. Una Riviera che, comunque, per la sua romagnolità e per essere stata scelta dal Duce per i riposi marini della sua famiglia e della sua amante, aveva in sé anche il gene della rigenerazione e del riscatto.

Una Riviera che Campana riprende a descrivere nel suo racconto “Sotto il sole di Rimini” del 1939, ambientandovi tutti i luoghi comuni possibili in fatto di etica e di retorica fascista, di sentimento popolare, di fede politica e religiosa. Facendone il terreno di incontro e di scontro dei suoi personaggi e delle contraddizioni loro e dei tempi. Personaggi e sentimenti ai quali Campana non esita a dare ben definita collocazione, anche geografica: il buono e il sano hanno le loro radici nella terra, nel rude appennino che ha dato i natali al Duce; il cattivo, il peccato e la lussuria allignano là, sulla Riviera dagli ammalianti e perfidi bagliori.
Ma, oltre ad offrirci gustosissimi quadretti romagnol-fascisti scritti con buona penna, il racconto di Campana, a distanza di quasi un secolo, diventa un documento prezioso per comprendere lo stato della fama di un luogo che, in quegli anni, stava mutando profondamente e sempre più velocemente la sua dimensione geografica, economica, culturale e sociale, e che stava per dare l’avvio a quell’esplosione quantitativa che caratterizzerà gli anni Cinquanta e Sessanta nei quali diventerà, nella percezione dei vacanzieri europei, la grande metropoli della divertimento.
Una Riviera della quale Michele Campana aveva già capito le due anime e la sua capacità di rinnovare il suo miracolo due volte all’anno…”
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