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L’ALBERO DEL PANE IN ROMAGNA

Son piccina, rotondetta;
son gustosa, son moretta;
son di razza montanina;
dell’autunno son regina;
son dei bimbi la cuccagna
e mi chiaman la…

Sì, avete indovinato. L’argomento di oggi, in linea col calendario, è la castagna.

Provvidenziale per i suoi frutti nutrienti, in luoghi impervi dove non era facile coltivare grano e mais, l’albero di castagno è denominato anche “Pane di legno” o “L’albero del pane”.
Pare che in Italia siano stati contati oltre trecento tipi di castagno, che danno frutti simili ma diversi: castagne pistolesi, castagne reggiolane, marroni… e via elencando. Continua a leggere

René Gruau, un riminese alla corte di Dior. L’eleganza in punta di pennello.

Mio articolo pubblicato sul settimanale riminese IL PONTE del 17 aprile 2016.

Con Gruau le conferenze della Fondazione Carim aprono al 19° secolo, con l’eleganza delle sue figure femminili raccontate dall’artista-poetessa Sabrina Foschini.

Per la rassegna “I Maestri e il Tempo”, organizzata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini a cura di Alessandro Giovanardi, venerdì 7 aprile Palazzo Buonadrata ha ospitato un incontro ricco di fascino, dove la figura femminile è stata esaltata ripercorrendo la carriera artistica di René Gruau, il noto illustratore di moda nato a Rimini nel 1909 e scomparso a Roma nel 2004.

Già il titolo di questo sesto appuntamento (“René Gruau, un riminese alla corte di Dior. Il disegno di moda e la grafica del fascino”) lasciava immaginare uno scenario raffinato ed elegante.

Renato Zavagli Ricciardelli delle Caminate, questo il suo nome all’anagrafe, apparteneva a una delle famiglie nobili riminesi: i conti Zavagli, con palazzo padronale nell’omonima piazzetta del centro storico recentemente restaurata.

piazzetta Zavagli

piazzetta Zavagli

 

 

 

 

 

Figlio di Alessandro e di Marie Gruau, giovanissima parigina amante della mondanità e all’avanguardia nei comportamenti per una donna di inizio novecento, Renato si approccia al disegno spontaneamente, frequentando lo studio del noto pittore riminese Gino Ravaioli, da cui riceve qualche insegnamento. Probabilmente influenzato dalla madre, che presto si separa dal padre e si trasferisce col ragazzo a Milano, inizia ad abbozzare i primi disegni. La raffinata Marie frequenta le case di moda e il figlio l’accompagna spesso. Qualche suo schizzo viene mostrato alle redattrici di moda, le quali, riconoscendone l’estro originale, suggeriscono a Renato di prestare il suo talento al settore, che a quei tempi non aveva ancora vissuto l’exploit della fotografia. Siamo agli inizi degli anni Venti, nella città della moda italiana. Come dire: al posto giusto e nel momento giusto. E’ così che il ragazzo inizia a disegnare figurini di moda, caratterizzati da una flessuosità unica, che diventerà il suo segno riconoscibile. Con l’assunzione da parte di prestigiose riviste di moda, come la “Lidel”, inizia la carriera folgorante di René, che inizierà a firmare con il cognome della madre: Gruau. Una firma che diviene presto famosa, con una stellina (asterisco, diremmo oggi) che la sovrasta. “Mi cadde una macchia di inchiostro sul foglio. – raccontava René –  Per rimediare, la trasformai in una stella.”gruau con firma

Inizi anni Trenta: periodo d’oro, con committenze per copertine di romanzi e pubblicità varie. Il trasferimento a Parigi è il passo successivo, quasi obbligato, per chi lavora nella moda. Qui Gruau collabora con diverse riviste ed atelier, disegnando in diretta i modelli indossati dalle mannequin. Anche il grande sarto Balenciaga si avvale del suo pennello. L’incontro fatale, quello che segna il suo destino personale e professionale, avviene alla redazione del Figaro, dove tiene una rubrica di moda. Qui c’è un altro disegnatore, quasi coetaneo: Christian Dior. I due diventano presto amici. E quando Dior esordisce come creatore di moda e produce la prima collezione, Gruau è con lui. Con le sue figure femminili dai tratti essenziali, gli inconfondibili sguardi dal taglio felino, i pieni e i vuoti che giocano coi colori preferiti: rosso, bianco, nero. Con Dior e con Gruau la donna diventa quasi un fiore: estremamente elegante, sontuosa, misteriosa.

 

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Una silhouette inconfondibile, sottolineata dall’immancabile presenza di cappello, guanti e collana di perle. Le figure si muovono flessuose ed eleganti.

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Nelle campagne pubblicitarie di abiti, profumi, accessori, spesso Gruau disegna solo particolari di un corpo che resta fuori scena, come una mano o una gamba che sbucano, ammiccanti, da un sipario appena scostato.

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Gli influssi di Toulouse Lautrec, nella produzione di Gruau, sono ben riconoscibili, così come quelli di Marcello Dudovich, Leonetto Cappiello e di altri grandi disegnatori.

Negli anni della maturità René Gruau si riavvicinerà alla città di origine, grazie anche ai contatti voluti dall’Amministrazione Comunale nel 1992. A Rimini l’artista ha donato un ampio fondo di disegni e documenti, ora conservato nel Museo della Città. A Rimini è sepolto, a due passi dalla tomba di Federico Fellini e Giulietta Masina.

tomba di Gruau al CImitero di Rimini

tomba di Gruau al CImitero di Rimini

Masha, Befana e Babushka

Sarà l’effetto “nonnitudine”, sarà che con Princess number one ha imparato qualcosa (non tanto, eh!) sull’animazione delle immagini in 3D, saranno le musiche incalzanti, di vario genere e coinvolgenti… insomma, Cristella da qualche mese è una grandissima fan della serie animata “Masha e Orso”.

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Il piccolo Federico si incanta davanti alla tv o al pc, non batte ciglio. Già da quando aveva otto/nove mesi le immagini colorate e le battute della piccola bimba russa lo affascinano. Spesso interagisce con una bella risata.

L’ideatore di Masha e Orso si è ispirato a una fiaba tradizionale russa, ma anche ad una bimba vera che durante una sua vacanza in Crimea era sua vicina di ombrellone: terribile, inarrestabile, dispettosa con tutti.

In occasione dell’ormai tradizionale uscita befanesca di Cristella (vedi foto in “Chi sono”), lo scorso 6 gennaio i bambini che hanno partecipato alla festa organizzata all’Oratorio Marvelli della parrocchia di Viserba Mare hanno saputo in esclusiva un segreto su Masha.

I loro occhi si spalancavano, mentre il racconto fantastico si sviluppava, come a dire “Sì, può essere vero; ma guarda un po’ com’è esperta di storie animate questa signora che ci vuol far credere di essere la Befana vera!”

In effetti è meno credibile la persona “fisica” di Cristella/Befana, con i suoi ottanta chili di peso, il naso senza gibbosità e il sorriso aperto e con tutti i denti, di quella raccontata nell’occasione.

Ebbene sì, diamo anche ai lettori di questo blog l’esclusiva sulla vera storia, vera vera,di Masha: la piccola bimba vestita di rosa e il suo amico Orso vivono nel bosco, così come vediamo in Tv, normalmente, tra mille avventure e dispetti e dolcezze da cucinare e pesci da pescare e case da ristrutturale una, due volte e forse ancor di più… Questa, però, è “solo” la vita quotidiana di quasi tutti i giorni. Infatti ci sono due giornate, il 5 e il 6 gennaio di ogni anno, in cui Masha e Orso fanno un salto nel tempo e… diventano ciò che sono in realtà: la Befana e il suo aiutante!

L’accostamento con la tradizione della Befana (tutta italiana) non è casuale, visto che una leggenda simile si riscontra in Russia, dove la vecchia Babushka pare essere imparentata con la nostra vecchina. E Babushka indossa gli abiti e i copricapo della tradizione, proprio come fa la piccola Masha.

babushka

Sì si! Questa è un’esclusiva che i bimbi viserbesi hanno avuto l’onore di conoscere per primi: Masha non è altri che la Befana quand’era piccola.

Sssst… Non ditelo a nessun altro, però!

Quando la Magalotta conobbe noi rimignischi.

Era una signora elegante, fine, vestita di colori pastello. Sorridente ed aperta alle domande curiose della giornalistucola di provincia. Nell’ombra del salotto del Grand Hotel, alla richiesta di commentare la sua prima visita alla nostra città rispose: “Ma questa non è Rimini, è Cinecittà!”
Sì, ho intervistato e stretto la mano alla Gradisca felliniana, Magali Noel. Era il 26 giugno del 1998.
Mi disse che viveva in Svizzera col marito e che avevano adottato dei figli. Era una “signora”, anche perché non si dava assolutamente delle arie.
E’ triste sentire che è morta in una casa di riposo per anziani.

Oggi il Resto del Carlino ripubblica l’articolo uscito il 28 giugno 1998, frutto di quel bell’incontro.

MAGALI NOEL IL 26 GIUGNO DEL 1998 VENNE A RIMINI NEI LUOGHI DEL MAESTRO
«Che emozione vedere i luoghi cari a Federico»

Piazza San Marco, ore dodici: appuntamento con l’attrice Magali Noel all’ombra del Campanile. No, non è Venezia, ma la sua sorella minore (quella di Italia in Miniatura) ricostruita a Viserba da Ivo Rambaldi, in un certo senso emulo di Fellini. Un folto gruppo di curiosi e appassionati di cinema circonda l’elegante signora in tailleur verde-azzurro, che chiacchiera con tutti, disponibile. Il suo fascino viene anche da quel sorriso aperto, oltre che dai bellissimi occhi chiari e dal portamento ricco di classe.
Madame, che impressione le fa essere a Rimini? Lei risponde senza tentennamenti: «Sembra proprio di essere a Cinecittà!». Già perché Federico, come al solito, piuttosto che trasferire la troupe per girare ‘dal vivo’, ricreava i suoi sogni e i suoi ricordi a Roma. «L’emozione più grande? Dormire al Grand Hotel di Federico. Ma anche quella provata nel riconoscere le strade, la piazza, la fontana con la pigna sopra. Ho rivisto quei luoghi proprio come lui li aveva ricostruiti».
Il racconto della memoria, tra realtà e finzione cinematografica, è stato l’omaggio della Gradisca di Amarcord alla città del Maestro e continuerà questa sera al Novelli, in occasione della proiezione di Satyricon. «In fondo, voi ‘rimignischi’ siete molto simili a noi della Provenza interna: generosi, amanti della famiglia e del cibo buono, sarà anche per questo che con Federico c’era un bel feeling. Sono state tre feste, per me, i film girati con lui. Dico sempre che Fellini aveva un terzo occhio: quello che rideva sempre. Ho recitato con altri grandi registi come René Clair e Jean Renoir, ma lavorare con Federico era tutt’altra cosa: come stare in famiglia. Forse anche per questo, dai suoi attori riusciva a tirare fuori ciò che voleva».
Sull’onda dei ricordi la ‘Magalotta’ (così era soprannominata dal Maestro) non si ferma più: quanti episodi da raccontare. E sembra di vederli, quando lui cercava la protagonista per Amarcord. Lei, fasciata in una coperta rossa («perché Gradisca doveva assolutamente essere in rosso») che improvvisa un balletto fatto di moine e ‘sci-sci’. E lui, entusiasta per l’interpretazione della brava ‘commedienne’, che si gira e scrive sulla ‘lasagna’ (lapsus romagnol-freudiano della Noel): «E’ arrivata la Gradisca!».
Oppure le riprese nella piscina di Cinecittà trasformata per l’occasione nel mare Adriatico: passava il Rex e Gradisca doveva piangere dall’emozione. Solo che il fumo della nave andava sempre nel verso sbagliato e bisognava ripetere. «Ciak, si gira: piangere! Ciak, si rigira. E ripiangere!». E così di seguito per decine di volte. Per arrivare, finalmente alla scena col fumo giusto. E lui, tranquillo, che chiude la giornata di lavoro con una battuta che voleva essere affettuosa. «Che ragazza delicata. Dai, smetti di piangere, cara!».
E’ davvero affettuoso il ricordo che la Noel ha di Fellini, come potrebbe non esserlo?
«Più che positiva anche l’idea che si è fatta dei concittadini del Maestro. D’altronde, come detto da Silvia Rambaldi nella presentazione: «Alla Romagna e ai suoi abitanti è riconosciuta una dote in particolare. Quella di provare il piacere di far piacere». Come detto al principe ereditario (ma potrebbero essere i turisti o gli ospiti): «Gradisca!».

Cronache dal passato

Rimini e dintorni in un articolo di sessant’anni fa, 20 giugno 1955. L’inviato del quotidiano torinese “La Stampa” racconta la nostra riviera in uno dei momenti più dinamici della sua storia: la ricostruzione postbellica legata al contemporaneo sviluppo del turismo di massa. Leggiamo di pensioni e alberghetti tirati su velocemente, di “alberghi interamente ricostruiti e modernizzati”, di prezzi alla portata di tutti. Immaginiamo i nostri nonni e i nostri genitori impegnati, e sicuramente frastornati, in questa epoca magica, quando intere famiglie scendevano alla marina, armi e bagagli, abbandonando campagne e colline. Nei mille cantieri della riviera in costruzione e in ricostruzione sappiamo impegnati i nostri pescatori o contadini che poi d’estate cambiavano giacchetta e diventavano albergatori, baristi, bagnini, commercianti.
E le loro donne, le arzdòre romagnole avvezze a s-ciadùr e parananza? Anche loro in prima fila, forse più dei compagni. Sicuramente loro, non solo in questi anni ma già da prima, alle origini del turismo sulle coste romagnole, ad inizio Novecento, erano il fulcro di ogni attività. Magari in inverno facevano da manovali, con badile e carriola, per ricostruire, abbellire, allargare, alzare la casa, poi pensione, poi albergo… In estate, quindi, regine della cucina, forti della loro esperienza con lasagne, tagliatelle e compagnia bella.
Queste donne e questi uomini hanno creato le strutture che oggi abbiamo in eredità, lasciandoci anche il loro modo di affrontare le difficoltà e i carichi di lavoro. Atteggiamenti e ritmi oggi insostenibili, che noi, seconda o terza generazione, non possiamo e non vogliamo più seguire (e questo è uno dei principali motivi della “crisi” del nostro modello turistico).
Ma una cosa è certa: tutto quello che oggi Rimini è (ma anche Cesenatico, Riccione, Bellaria, Gatteo a Mare e tutte le loro sorelle sulla costa romagnola) ha avuto origine in quei frenetici anni a metà del secolo scorso. Molti di noi non erano ancora nati, ma lì e allora ha avuto origine tutto ciò che oggi è la nostra città. Non solo il suo skyline, ma soprattutto il carattere e il modo di lavorare della sua gente.
Ecco l’articolo del 20 giugno 1955.
A Rimini i nuovi alberghi nascono ogni anno a centinaia

Bombardata 380 volte, Rimini uscì dalla guerra con un terrificante bilancio – Ma ben presto si ricostruì – Per Ferragosto l’arco riminese può ospitare 120 mila persone -I prezzi e le comunicazioni ferroviarie
(Dal nostro inviato speciale) Rimini, 20 giugno.

La fortuna di Rimini è nel suo incomparabile arco di 25 chilometri di spiaggia, che abbraccia Miramare, Viserba, Viserbella, Torre Pedrera, Bellaria, Rivabella, Igea Marina, Marebello, S. Mauro Pascoli; in questa sabbia finissima e dolce che si stende in una striscia larga oltre cento metri, nella quale s’incrociano tutti i dialetti d’Italia e le principali lingue europee; in questo ampio e festoso Lungomare sul quale si affacciano alberghi e ville, profumato di pini e di oleandri; nella opulenza del suo retroterra, nella bonomia della sua gente e del suo clima. Ma non è soltanto in questo, è anche nella tenacia e nella grandiosità con le quali ha saputo risorgere dalle macerie. Rimini uscì dalla guerra con un terrificante bilancio. I 380 bombardamenti – aerei, navali e terrestri – avevano arrecato distruzioni o danni per il 98 per cento. Cercate di farvi un’immagine di ciò che poteva essere Rimini, con quell’esiguo, con quel trascurabilissimo due per cento di case intatte. Abitazioni, chiese, ospedali, edifici pubblici, monumenti, non erano che rovine. Quasi del tutto inesistente era l’attrezzatura alberghiera, principale risorsa della città. Sulla eco delle ultime cannonate, tutti coraggiosamente si sono buttati a ricostruire. Per un decennio Rimini è stata il più imponente cantiere edilizio d’Italia. Oggi essa può presentare questo consolante bilancio. Le sue case, i suoi edifici monumentali, sono risorti; rinnovata e potenziata è la sua attrezzatura alberghiera. Oltre settecento fra alberghi e pensioni sono a disposizione dei villeggianti italiani e stranieri tutti nuovi o rimessi a nuovo, e tali da appagare i gusti d’ogni categoria di turisti. Dalla sventura, Rimini ha tratto forza e vitalità. Alberghi interamente ricostruiti, altri modernizzati; altri ancora si sono aggiunti a quelli che già esistevano prima della guerra. Una settantina ne furono edificati nel ’53, un centinaio l’anno scorso; parecchie diecine sono in corso di costruzione, e verranno aperti nell’attuale stagione. I suoi settecento esercizi alberghieri, di grande e piccola capacità, rappresentano un totale di oltre ventimila posti letto. Altri venticinquemila posti letto sono disponibili in villa e appartamenti privati. Nel periodo di ferragosto su tutto l’arco riminese la capacità di dilatazione, con gli occasionali adattamenti, sale a cifre iperboliche, si quintuplica addirittura: raggiunge infatti le centoventimila persone. Un altro fattore gioca a favore di Rimini, ed è il noto fenomeno della costiera adriatica, dalla quale il mare si ritira d’un metro e mezzo per anno. Dal ’40 a oggi la sua fascia sabbiosa si è dunque allargata di oltre ventidue metri, altrettanto spazio offerto ai bagnanti per l’elioterapia, per il riposo, per i giochi. Con un apporto così sensibile e costante si parla già di costituire un secondo Lungomare, un Lungomare d’arroccamento, per altri alberghi e ville, per altri negozi e cinema e caffè. Ai vantaggi del clima e dell’attrezzatura si aggiunge quello, non meno seducente, dei prezzi, tradizionalmente modici in rapporto al trattamento. La spiegazione è nell’abbondanza di risorse locali: pesce gustosissimo, frutta squisita, vino eccellente. I prezzi sono quelli dell’alta stagione, che ha inizio il 1° luglio; e ad essi sono da aggiungere le solite tasse e imposte: servizio, IGE, soggiorno, una maggiorazione che si avvicina al 20 per cento. Categoria di lusso: 4600-5600; 1^ categoria, 2900-3200; 2^ cat. 2100-2450; 3^ cat. 950-1600. C’è poi un gran numero di pensioni, i cui prezzi vanno da 1200-1950 per la 2^ cat. a 1100-1600 per la terza. Con 5000 lire si può avere per un mese una cabina, con 3500 un ombrellone, con 3000 una tenda. Ma quasi ogni albergo o pensione dispone di una propria attrezzatura da spiaggia messa a disposizione della clientela. Sia quelli che queste promettono non trascurabili riduzioni per famiglie e per lunghi soggiorni. In quanto a ville o case private, i fitti per l’intera stagione d’un appartamento di cinque stanze variano da 80-100 mila lire a 200-250 mila a 300-350 mila, man mano che ci si avvicina all’ideale della “vista sul mare”. In netta e costante ascesa è l’affluenza turistica lungo tutta la costiera riminese. Centoquattromila furono i villeggianti Italiani nel ’53, e ventiduemila gli stranieri; nel ’54 salirono a centotredicimila gli italiani e a trentamila gli stranieri. Fra questi, al primo posto sono gli svizzeri con 8261 nel ’53 e 9122 nel ’54. Seguono i tedeschi con 4307 e 7222 rispettivamente (ma con gli arrivi di quest’anno i tedeschi sono passati in testa); gli austriaci con 4099 e 5177; i francesi con 2138 e 2416; gli statunitensi con 1017 e 1148. Da segnalare il balzo dei belgi, che da 398 nel ’53 son saliti a 1276 nel ’54, grazie all’aggiunta di alcune vetture per turisti al treno Transalpino che ogni domenica porta in patria i minatori italiani occupati nel Belgio. Comodità ferroviarie: si tenga presente quanto accade ai belgi riferito ai piemontesi. Alla tradizionale Liguria essi hanno aggiunto la Riviera riminese, alla quale si vanno affezionando sempre più. Sono stati 3347 nel ’51; 4391 nel ’52; 4994 nel ’53; 7112 nel ’54. Essi occupano il terzo posto nella composizione regionale dei villeggianti: li precedono lombardi ed emiliano-romagnoli. Ma potrebbero essere di più. Un serio ostacolo è rappresentato dalle scarse e lente comunicazioni ferroviarie. Non c’è che un treno con vetture dirette Torino-Rimini e uno Rimini-Torino. Ma così lento e scomodo che scoraggia a servirsene. Quasi nove ore per percorrere 447 chilometri: velocità media, 50 l’ora. Le stesse considerazioni – attrezzatura, prezzi, affluenza – valgono per il resto dell’arco adriatico, che comprende a nord Cesenatico e Cervia, a sud Riccione e Cattolica. Alberghi e pensioni per ogni esigenza, prezzi accessibili a tutti, trattamento accurato. E comunicazioni ferroviarie che non tengono conto delle necessità e dei desideri del pubblico e degli orientamenti dei suoi gusti. Vi sopperisce però l’iniziativa privata. Dal 15 luglio al 31 agosto la Sadem infatti attuerà un servizio diretto quotidiano di pullman Torino-Cattolica, con partenza alle 13,30 da Torino e arrivo a Cattolica alle 23,30, e con gli stessi orari per il percorso inverso. Per il periodo estivo verrà inoltre intensificato il già esistente servizio Torino-Bologna, assicurando all’arrivo in quella città la coincidenza con le linee per la riviera riminese e per Cattolica.
(Giuseppe Faraci)