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Viserbesi da non dimenticare. Quinto Sirotti: medico sempre in missione.

Tra le figure di intellettuali, patrioti e benefattori, Viserba annovera Quinto Sirotti, Croce al Merito di Guerra, medico e combattente di grande statura professionale e umana.
(articolo pubblicato alle pagine 16, 17, 18, 19 del numero 7, febbraio 2016, di “Vis a Vis”, giornale leggibile per intero dal sito dell’associazione Ippocampo Viserba leggi VIS a VIS n. 7)

Fotografie, documenti e certificati, lettere, libri, ritagli di giornale: come sempre le storie di vita raccontate su “Vis a Vis” prendono spunto da ricordi di famiglia che gli interessati, con generosità, mettono a disposizione dell’associazione e dei lettori.

La cartelletta della signora Maria Teresa Scardovi è come un piccolo scrigno del tesoro, custodito amorevolmente, che in un freddo pomeriggio di fine autunno scende con lei dall’Alta Valmarecchia (precisamente la casa di Soanne, nel comune di Pennabilli, dove si è trasferita da qualche anno) e, percorrendo la stessa strada del fiume, giunge fino al mare.

 

Si tratta di un ritorno a casa, visto che stiamo parlando di un personaggio molto noto, che a Viserba ha vissuto e lavorato dagli inizi degli anni Cinquanta fino alla sua morte, avvenuta il 26 maggio del 1985: Quinto Sirotti, marito di Maria Teresa, ma anche medico di famiglia di tanti viserbesi.

Ma non solo…

Mentre sfogliamo i libri che parlano di lui e stendiamo sul tavolo le fotografie che lo ritraggono nelle varie epoche, la moglie ci racconta la vicenda umana di Sirotti, sfoggiando una memoria puntale nonostante gli ottantacinque anni dichiarati, dato anagrafico che non corrisponde alla freschezza della persona e dei suoi argomenti.

Ascoltare le varie vicende che lo hanno visto protagonista ci dà conferma che, oltre ad essere stato “il medico di tutti”, Quinto Sirotti è stato “tanto altro”.

“Aveva una ricca personalità e la sua esistenza è stata preziosa, soprattutto ‘agli altri’. – leggiamo in un articolo del 28 giugno 1985, firmato dall’amico Leone Cilla – Uomo colto e sensibile, amico generoso, partigiano coraggioso, medico fraterno e sapiente. Personaggio dotato di grande spirito di avventura umana, in ogni caso totalmente privo di dimensioni medie e convenzionali.”

Nato a Ravenna il 26 febbraio 1921, a Sirotti venne imposto il nome di “Quinto”, poiché arrivato dopo quattro femmine. Coccolato e amato dai genitori e dalle sorelle maggiori, da subito divenne “Quintino”. Nome usato anche in seguito dai compagni di scuola, nonostante la “taglia vigorosa”.

Dopo aver frequentato ginnasio e liceo, si iscrisse alla facoltà di Medicina, a Bologna. Nel 1941 venne chiamato a prestare il servizio militare. L’8 settembre 1943, con lo sbandamento dell’esercito italiano, si ribellò e, insieme ad alcuni compagni romagnoli, in bicicletta, da Ravenna si recò fino a Lesina, sul Gargano, attraversando le linee nemiche, per dar vita all’ORI (Organizzazione per la resistenza italiana), prima organizzazione volontaria di combattimento a fianco degli alleati con compiti di sabotaggio, informazione e collegamento dietro le linee tedesche. Altri componenti dell’ORI, per dare un’idea, furono il futuro primo presidente della repubblica, Enrico De Nicola, e Ugo La Malfa.

Col suo gruppo Sirotti operò in azioni temerarie, in collegamento con la grande organizzazione segreta americana OSS (“Office of Strategic Service”). Nel novembre del 1943 decise di aggregarsi alla “28^ Brigata Garibaldi” di Arrigo Boldrini (“Bulow”), diventando “comandante di battaglione partigiano”.

Servirebbero molte pagine, per raccontare quei giorni di lotta contro il nemico. La signora Sirotti, che ai tempi era una ragazzina di tredici anni e ancora non conosceva il suo futuro marito, ne narra tanti particolari, citando luoghi, nomi e incarichi, lasciando trasparire grande affetto e gratitudine per il “suo combattente”.

Una vicenda fra le tante, come altre citata anche nel libro di Luigi Martini “Dalla bici al sommergibile. Le missioni ORI dirette dai romagnoli” (in possesso della signora Maria Teresa), si svolse proprio a Viserba. Forse un segno del destino, visto che la località non era ancora nei progetti del giovane studente-partigiano.

“Il 19 novembre 1943 Sirotti si imbarcò assieme a Boldrini, due aviatori alleati abbattuti dalla contraerea tedesca e altri nove partigiani, per raggiungere il comando dell’Ottava Armata al quale Bulow doveva tenere la conferenza illustrativa delle proposte di piano della liberazione di Ravenna. La spedizione raggiunse Viserba e venne condotta alla ‘Villa Cammeo’, sede del comando.” 

Al termine del conflitto Quinto Sirotti venne insignito della Croce al Merito di Guerra, con il riconoscimento della qualifica di “partigiano combattente”.

Con l’aiuto e il sostegno delle sorelle riprese gli studi di medicina, laureandosi nel 1950. Lo stesso anno in cui, ad una festa del Partito Comunista a Ravenna, conobbe Maria Teresa, giovane maestra di Lugo, figlia di un capostazione.

L’arrivo in territorio riminese è del 1952, quando il medico di famiglia di Quinto, il tisiologo Enrico Bedeschi, ottenne un incarico alla casa di cura Villa Salus e portò con sé due aiutanti, il dottor Glauco Vallerini e lo stesso Sirotti. Inizialmente i due giovani medici abitarono nella clinica (li raggiunse presto anche il collega Fernando Morigi), poi, in seguito al matrimonio di Quinto e Maria Teresa, avvenuto il 12 settembre del 1953, si trasferirono a Viserba. Qui presero in affitto un appartamento sopra all’ufficio postale, di fronte all’hotel Lido: una camera per gli sposini, un’altra per Glauco, la cucina in comune. Inoltre, il primo ambulatorio, condiviso dai due dottori.

Intanto, già il primo ottobre di quell’anno, la signora Sirotti iniziò ad insegnare in provincia di Chieti, per un anno scolastico che prevedeva incontri periodici dei due piccioncini a metà strada, in quel di Pescara.

In seguito, la stessa situazione professionale dei due medici (e “condominiale”) si ripeté con l’affitto della villetta di proprietà dei De Deminicis, in via Milano.

Maria Teresa continuò ad insegnare alle elementari, spostandosi in varie sedi della Romagna (in totale saranno sedici anni), trovando anche il tempo per laurearsi in pedagogia e passare così alle scuole medie, dove insegnerà per altri ventiquattro anni (a Bellaria e a Viserba), fino al 1988.

Nel frattempo, la nascita dei primi due figli (Claudio nel 1955 e Marina nel 1956) e l’acquisto della casa di via don Minzoni (nel 1958), dove Quinto aprirà un ambulatorio tutto suo, con ingresso su via Dati. Il terzo figlio, Roberto, che oggi ha quarantotto anni, arrivò quando la famiglia era già stabilita in questa abitazione più spaziosa.

Oltre all’attività di medico di famiglia, con la specializzazione in pediatria conseguita nel 1971, Quinto ottenne l’incarico di direttore sanitario all’istituto per bambini handicappati “Luce sul Mare” di Igea Marina, che allora era una società a responsabilità limitata. Quando, nel 1980, la proprietà mise in liquidazione la società (“volevano farne un condominio!”, spiega Maria Teresa), lui, da vero combattente, si oppose fermamente e organizzò la protesta dei dipendenti. Una lotta vincente: il 25 luglio del 1980, infatti, si costituì la Cooperativa Luce sul Mare, nella quale Sirotti continuò a ricoprire il ruolo di direttore sanitario e assunse quella di presidente. Per l’impegno attivo sempre dimostrato, che portò ad un grande sviluppo della cooperativa sia nell’assicurazione ai ragazzi di una degna qualità di vita, sia nella garanzia di occupazione dei lavoratori, nel 1993 a Quinto Sirotti è stato intitolato un reparto di riabilitazione.

L’attività a tutto campo del dottor Sirotti non mancò di toccare la politica attiva: per vent’anni, infatti, fu consigliere per il partito comunista al Comune di Rimini.

Definirlo “dottore di tutti”, quindi, pur essendo verità, non basta.

 Le parole dell’amico Leone Cilia descrivono l’uomo Sirotti meglio di altre: “Ha sempre perseguito elevate ldealità, laiche e razionali. Un idealista, che ebbe il dono di continuare a sognare, sapendo di sognare.”

 

 

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La mia coperta multicolore

Favola scritta nel 2002, quando la vecchia lira lasciò il posto all’euro. Le monetine si raccoglievano per beneficienza: tanti spiccioli come piccole gocce che diventavano oceano…

A Rimini in questi giorni c’è un’iniziativa intitolata “La lana scalda il cuore”, a favore dell’associazione “Rompi il silenzio” che opera contro la violenza sulle donne. Che siano stati ispirati dalla mia favola?????
LaLana
La Befana e la coperta che scioglie il ghiaccio.
Era un venerdì diciassette quando Gertrude, la vecchia Strega del Nord, lanciò sul paese di Mercandé l’incantesimo peggiore che c’è: tutte le persone che incontravano il suo sguardo incominciavano subito a tremare e nel giro di poche ore si trasformavano in statue di ghiaccio.
Nessuno riuscì a scoprire il motivo della sua malvagità; qualcuno pensò ad una delusione d’amore, ricordando che Gertrude, in gioventù, era stata fidanzata con Merlino, che l’aveva poi lasciata per ritirarsi, disperato, in un eremo in cima alla montagna, in cerca di tranquillità.
Per un motivo o per l’altro, l’incantesimo fece molte vittime a Mercandé: si potevano ormai trovare ghiaccioli non solo nei bar e nei frigoriferi, ma agli angoli delle strade, nelle case, nelle scuole…
Invece che un cono “panna e cioccolato”, nelle gelaterie si poteva ordinare “maestre al pistacchio” e “postini stracciatelli”. Avrebbe anche potuto essere una situazione divertente, se non fosse che i poveretti presi di mira dalla Strega incominciarono a stufarsi del brutto scherzo, perché ormai il freddo non li lasciava mai.
Decisero così di lanciare un appello al mondo intero:
“Per favore, chi conosce l’antidoto contro tutto questo gelo, faccia qualcosa per noi!”
Furono i bambini del paese a darsi da fare per primi per salvare i loro compaesani.
Escogitarono subito un buon sistema per cercare notizie su come poter aiutare quei poveri ghiaccioli: in un bel pomeriggio di sole, mentre c’era l’arcobaleno, fecero partire dal cortile della scuola di Mercandé cinquecentocinquantacinquemila palloncini colorati dove avevano attaccato un biglietto che spiegava la faccenda. Scritto in duecentoventidue lingue, naturalmente, perché l’appello doveva arrivare al mondo intero.
Ed, infatti, nel giro di pochi giorni, aiutati dai quarantaquattro venti figli di Eolo, i palloncini giunsero dappertutto: in Africa e in Asia, a Bengasi e a Timbuktu, a Madrid e a Lisbona, a Calcutta e a Pechino, a Mosca e a Moscerino, a Shanghai e a Miramare.
Ovunque furono raccolti dai bambini del luogo, che capirono subito l’importanza del loro intervento.
Si indirono riunioni negli igloo, nelle case, nei palazzi, nelle capanne, nelle tende…
Ognuno aveva una sua soluzione da proporre e quando ciascun gruppo di bambini aveva individuato la migliore, la scriveva su di un biglietto e la rimandava al mittente, verso il paese di Mercandé, sempre con i soliti palloncini colorati.
Fu così che dopo una settimana, sulla piazza che era ormai trasformata in una pista di pattinaggio, planarono due messaggi.
Il primo biglietto era attaccato ad un palloncino arancione e veniva dalle montagne della Lombardia.
Lo raccolse Matilde, una bimbetta di sette anni che aveva appena imparato a leggere.
“Cari amici” – c’era scritto – “vicino al nostro paese c’è la casa della Befana. Ci hanno detto le nostre nonne che quando non è indaffarata per portare i doni ai bambini, questa Befana lavora un tipo di lana speciale, ricavata da pecore molto rare che vivono con lei. Non sono bianche o nere, ma colorate. E il loro pelo è così caldo che può sciogliere tutti i ghiacci del mondo. L’unico problema è che la Befana durante l’anno non regala nulla, ma dà la sua preziosa lana in cambio di denaro, che le servirà poi per comprare i giocattoli da portare ai bambini in gennaio.”
“Certo che se si potesse avere quella lana…” – disse Nina, la cugina di Matilde, che era stata ad ascoltare con attenzione – “Con l’uncinetto potremmo fare tante coperte da portare a tutti quelli che sono stati ghiacciati dalla Strega Gertrude. Loro si scalderebbero ed il gelo si scioglierebbe di sicuro!”
Legato al secondo palloncino, quello verde e blu, c’era un foglietto con una specie di listino-prezzi.

Un centimetro di filo per ogni lira io ti darò.
Con dieci soldi riesci solo a fare un tondino,
Ma se cinquanta me ne dai, ancora più bravo sarai!
Ci farai un bel cerchietto, lavorando con l’uncinetto.
Dammi cento lire e vedrai che vien fuori una stella.
Se più grande ancora la vorrai,
le duecento tutte d’oro mi darai.
Ma se i soldini son cinquecento,
ti do tanta lana da fare due fiori
Grandi e belli, di quattro o cinque colori.
E con la moneta da mille lire, ti do gomitoli a non finire…

“Ma come faremo?” – dissero i bambini in coro – “Noi i soldi non li abbiamo proprio!”
Giacomo, il più grandicello, ebbe un’idea:
“Chiediamo a tutti i bambini italiani di mandare alla Befana le monetine del loro salvadanaio. Anche quelle più piccole. Tutte insieme, basteranno a comprare tanta lana da farci mille fiori con l’uncinetto, grandi e piccoli, di tutti i colori. Poi li cuciremo insieme finché ricaveremo le coperte sufficienti per scaldare le vittime di quell’antipatica di Gertrude!”
“Che bella idea!” – disse la piccola Emma – “Mandiamo subito trecentotrentatre palloncini per chiedere la collaborazione dei ragazzi italiani! Mi ha raccontato la mamma che le loro vecchie lire fra qualche giorno non avranno più valore e saranno dimenticate, per lasciar posto a nuove monete. Cercando nei fondi dei cassetti, delle tasche e dei salvadanai, tutti insieme ci aiuteranno a costruire il miglior antidoto contro i dispetti di quella brutta Strega.”
E così il cielo di Mercandé si colorò di nuovo di palloncini variopinti: i messaggi con la richiesta di aiuto partirono per le Alpi e per gli Appennini, per Roma e per Canicattì (che nessuno sa dov’è, ma sta sempre lì).
Un biglietto arrivò anche a Rimini: un palloncino si impigliò, col suo filo, nella mano della statua del Papa, in Piazza Cavour. Molti bambini, curiosi, seguirono la scena, finché un piccione gentile prese fra il suo becco la cordicella e portò a terra il messaggio.
I ragazzi non persero tempo: capirono subito che l’incantesimo di Mercandé si poteva annullare anche con il loro contributo. Marco trovò subito nella tasca dei jeans tre monete da cinquecento e due da cento. Veronica portò in piazza il suo salvadanaio, dov’erano rimaste quattro monete da cinquanta e cinque da duecento. Cinzia chiese alla mamma qualche spicciolino e Dora trovò duecento lire nel fondo dello zainetto.
Tutti insieme, raccolsero in poco tempo un bel gruzzoletto di monetine e le mandarono subito, con pacco postale raccomandato cinque volte, ai bambini della Lombardia, che andarono di corsa alla casa delle Befana.
Prima di entrare, dovettero recitare una filastrocca, perché quella era l’unica maniera per farsi aprire la porta.

Conosci la Befana che vende la lana?
In febbraio la fila e a marzo la dipana,
In aprile e maggio, il riposo è un miraggio.
Un gomitolo sopra, un gomitolo sotto,
Con luglio ed agosto ne ha fatti trentotto.
In settembre ne ha piene le tasche,
Gomitoli qua, gomitoli là…
Mille colori di morbidi fili.
Dritti, contorti e pure ritorti,
un arcobaleno più caldo non c’è.
In ottobre son già piene tutte le ceste.
Accanto al camino, nel grigio novembre,
la dolce nonnina sferruzza, sera e mattina.
Diritto e rovescio, trecce e filé,
fa pure le frange col macramè.
E così, in dicembre, che fa un bel freddino,
tutti vorremmo il suo regalino.
Ma solo ai bimbi che per scaldarsi non han che la mamma
la Befana porta una coperta fatta da lei.
Quando? In gennaio: la notte del sei!

I soldi bastarono per comprare dieci sacchi pieni di lana di tutti i colori, che i bambini italiani mandarono subito a Mercandé, utilizzando uno stormo di piccioni viaggiatori.
Là i ragazzi stavano aspettando con impazienza, armati di aghi e uncinetti.
Matilde dirigeva i lavori e dava le istruzioni:
“Si avvia una catenella di sei maglie e si chiude a cerchio, poi si fa un giro con dodici maglie basse, e poi un altro giro con ventiquattro maglie alte. Un pippiolino qui e un archetto là…”
In pochissime ore ogni bambino aveva ricavato, dai gomitoli mandati dall’Italia, tantissime rondelline di lana.
Rosanna e Adonella continuavano incessantemente a cucire i fiori fra di loro, in modo da ricavare tante coperte belle calde.
Anche ogni più piccolo pezzettino di lana veniva utile: pure quello comprato per dieci lire!
Lavorarono un giorno e una notte…
All’alba, finalmente, non restavano più fili da intrecciare. Le coperte erano finite, morbide e calde, pronte per essere portate a quei poveri ghiaccioli che erano ancora sotto l’incantesimo della Strega del Nord.
Tutti insieme, i bambini corsero coi loro caldi pacchi negli angoli delle strade, nelle case, nelle scuole…
Ovunque c’era freddo, portarono le coperte fatte con la lana speciale della Befana.
E, subito, per magia, tutto il ghiaccio si sciolse…

“Dacché sono costì…”

Come i collezionisti più appassionati, gli amici dell’associazione Ippocampo (di cui sono socia fondatrice e attiva) sono capaci di passare serate intere a guardare e riguardare vecchie fotografie e cartoline alla ricerca di ogni particolare che possa aiutare a ricostruire la memoria dei luoghi e delle persone.
Nel vastissimo archivio di immagini raccolte fino ad oggi (di cui molte a disposizione di tutti, pubblicate nel sito www.ippocampoviserba.it) ci sono scatti e vedute che basterebbero a creare un’enciclopedia o una lunghissima serie di filmati. Patrimonio non solo visivo, ma anche testuale, se non altro per le storie che certe inquadrature ispirano. Oppure, come spesso succede, proprio per le parole scritte su foto e cartoline, che rimandano a persone con nomi e cognomi, a date ben precise, a luoghi e avvenimenti.
Fra le tante cartoline d’inizio Novecento ce n’è una spedita da Viserba nell’estate del 1909.
“Viserba. Corderia meccanica” è il titolo tipografico che descrive l’immagine in bianco e nero dell’allora famosa fabbrica “Dossi Giuseppe” (come scritto sull’edificio sulla sinistra). Ma la curiosità più intrigante è il lungo messaggio vergato a mano nella parte chiara della foto, che evidentemente voleva essere un “post scriptum” a quanto indicato sull’altro verso.

fronte
Ecco cosa scrive “zia Angioletta”, la mittente del saluto viserbese:
“Gentilissima Signora Carolina, Perdonerà se sono un po in ritardo a rispondere alla graditissima sua cartolina inviatami solo ora dall’Anita. Grazie a Lei e signorina Felicina de’ suoi cari auguri. Dacché sono costì mi sento molto meglio di salute e mangio con più appetito: presto verrà anche Anita che la desidero tanto, ora sono sola con Renzo.”
Sul retro, oltre al timbro postale “VISERBA (FORLI) 18 – 7 – 09”, la stessa grafia d’altri tempi continua con l’indirizzo del destinatario: “Gentil Signora Adelaide Colombo Sartore, Casa Orelli, Rodi Fiesso (Svizzera), Linea del Gottardo”.

retro

Anche il testo del messaggio è creativo: scritto in tutto lo spazio a disposizione, con tre righe aggiunte in alto ma capovolte rispetto al verso della cartolina.
“Carissima, grazie delle tue buone notizie, che speriamo ed auguriamo sempre buone; non diventare però la ‘donna cannone’. Noi tutti bene, qui ci troviamo colla solita amabile compagnia e quindi bene, avevamo un tempo un po’ autunnale, ora però sembra, purtroppo, che metta giudizio regalandoci un caldo che fa desiderare e invidiare il tuo soggiorno. Viserba è diventata una stazione balneare veramente scich e molto frequentata. Tanti saluti a Vito, baci a Carluccia e baci affettuosi a te dalla tua affez. Zia Angioletta.”
Sorridendo un po’ su quel “scich” vergato e poi corretto, che denota qualche dubbio sulla sua esattezza, ecco che, dopo più di un secolo, questo documento ci conferma che Viserba nel giro di pochi anni ha avuto uno sviluppo turistico fuori dal comune (“è diventata una stazione balneare veramente scich e molto frequentata”) e che era apprezzata per le virtù salutari e curative (“Dacché sono costì mi sento molto meglio di salute e mangio con più appetito”).
La nostra cronista d’antan è lei, la Zia Angioletta, che con la sua semplicità e spontaneità percepisce quanto poi documentato sullo sviluppo della Viserba balneare dagli storici più referenziati.

Una principessa a Viserbella. Gossip dell’altro secolo.

Guardando le innumerevoli cartoline d’epoca che, grazie a privati e collezionisti, vanno ad arricchire sempre di più l’archivio dell’associazione culturale Ippocampo Viserba, si può notare come, un tempo, fosse usuale scrivere un saluto o qualche nota anche sul lato illustrato delle stesse. La grafia, sempre arzigogolata come usava allora, trasmette emozioni e curiosità. Fra le tante, non è passata inosservata quella dov’è immortalato un villino di Viserbella, dall’aspetto piuttosto spartano, che pare sorgere in una zona deserta. Una freccia vergata a mano indica testualmente: “Soggiorno della Principessa Luisa di Sassonia Coburgo Gotha”.

viserbellaconscritta

foto archivio Ippocampo

Una vera principessa a Viserbella? E in una casetta così borghese? Maddai! Continua a leggere

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