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Caccia minaccia… Quando “butta laggiù laggiù!” non fa più paura…

Mamma,

Sono passati otto anni. Era caldo come oggi, con le rose fiorite e i piumini dei pioppi che entrano ovunque e mi fanno tossire. Per la strada piangevo, grossi lacrimoni scendevano da soli, non riuscivo a trattenerli. Guidavo così, per il tragitto da casa all’ospedale. Tu eri lì, in quel letto, tranquilla e serena, come sempre… La testa appoggiata sul cuscino, un po’ piegata. Le belle mani operose, con lenti movimenti delle dita accarezzavano il risvolto del lenzuolo.

“Non dare fastidio”… questo il tuo impegno anche nella sofferenza.

“Non ti preoccupare, vai a casa che s’è fatto tardi, va’ piano, metti la cintura, tratta bene il marito e le figlie, sii puntuale, rispetta l’impegno, non essere maleducata, non alzare la voce, chiedi permesso…”

Mamma, ci hai plasmati con queste raccomandazioni, dando l’esempio tu per prima.

“Fai fè quèl c’la vò, ma c’la burdèla. – mi dicesti il penultimo giorno della tua vita – C’l a n’épa da piènz par còlpa tua!”

Mamma, ti ho ascoltato: “al burdèli” oggi sono grandi, affidabili, indipendenti.

Una gira il mondo da sola ed è più adulta di me. L’altra è qui vicino e mi aiuta a “tenere botta”. L’an piènz, mamma: ride ed è felice con la sua famigliola. Sì, mamma, la piccola ci ha regalato un nipotino bellissimo e simpaticissimo, che sarebbe un’altra grandissima gioia per te.

Guardo loro e penso a te. Nei sorrisi aperti e puliti rivedo te. Nelle parole mai urlate e responsabili risento te. 
Il piccolo ride, se lo dondolo sulle ginocchia e gli canto “caccia minaccia…” si lascia andare indietro senza paura, nell’attesa del “butta laggiù laggiù!”, sicuro che le mie mani non lo lasceranno.Così come facevi tu con me bambina.

Mamma, stringimi ancora le mani… Così continuerò a non avere paura del “butta laggiù laggiù!”

Per chi non conoscesse ancora “caccia minaccia”, ripropongo un post del 2008:

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Focarina, fogheraccia, fugaràza: sempre fuoco (e festa) è…

fogheIn tutta la Romagna, e Rimini non fa eccezione, in questo periodo cominciano a vedersi, qua e là, dei mucchi di sterpi e di legna che crescono in altezza di giorno in giorno.

Non solo in aperta campagna: basta uno spiazzo libero dai condomini, una piazza o un cortile di parrocchia. Va di moda, ma non era così fino a qualche anno fa, anche la spiaggia.

Cosa succede?

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Gli intraducibili: ‘na savarnèda ad….

Un tuffo nella lingua madre, che fa bene al cuore e alla pancia.

Dopo un pomeriggio di calore familiare con un folto gruppo di rappresentanti della Tenera Età (più di sessanta!) al primo compleanno degli incontri organizzati settimanalmente all’Oratorio Marvelli di Viserba Mare, sento l’esigenza di cercare fra le pagine del Dizionario Romagnolo Ragionato di Quondamatteo alcune delle parole “intraducibili” che ogni tanto fanno capolino nella mia memoria.

La prima, “savarnèda”, non è mai stata diretta a me, ma l’ho sentita più volte come minaccia a qualcun altro: “at dàg ‘na savarnèda ad bòti!” oppure “l’à ciapè ‘na savarnèdaad bòti“. Il Dizionario recita: “colpo violento, percossa. Dù savarnèdi. Ho ciap na savarnèda ch’à sò arvènz intramurtìd“.

La radanèda, invece, è l’aggiustatura, la rabberciata. Dat ‘na radanèda! datti un’aggiustata, mettiti in ordine! Radàna c’la cambra! Riordina quella camera!

Rungaja, mar.: pesce piccolo, misto, messo insieme, talora, con pesce ‘buono’ rovinato, morsicato nel travaglio della pesca; pesce da poveri, quindi: Ho tòlt mèz chel d’rungaja (ho comprato mezzo chilo di rungaia). Fig: si dice per bambini piccoli, gente di poco conto: cus èl sta rungaja! (cos’è questa rungaia?)

Quindi, morale della questione: par dè ‘na radanèda ma tòta c’la rungaja, u i vréb ‘na savarnèda ad bès 🙂

T’è capì?

Valderico, il “dicitore” di Torre Pedrera.

“Uno di questi giorni lo vado a trovare”….

Quante volte, negli ultimi anni, Cristella ha pensato, e regolarmente messo in secondo piano, ad un saluto a Vittorio Valderico Mazzotti, sapendolo fermo in casa da tempo.

Poi, come succede spesso, la buona intenzione invecchia lì, senza aver seguito. E così poco fa, leggendo il necrologio sul giornale di oggi, arriva la notizia: il poeta dialettale di Torre Pedrera, 92 anni, ci ha lasciati per sempre. I funerali saranno domani alle ore 16.

C’è stato un periodo, circa quindici anni fa, di frequentazione abbastanza continua, per l’interesse comune per il dialetto e le “robe” romagnole. Ricordo ancora l’arrivo a sorpresa della sottoscritta, con fotoreporter del Resto del Carlino al seguito, al pranzo per il suo 80° compleanno, all’hotel Punta Nord.

“Sono un ‘dicitore’ – diceva – più che poeta.”

Il fascino più grande, in effetti, era quando lo si poteva ascoltare declamare le zirudelle di Giustiniano Villa o i versi di Raffaello Baldini.

Simpatico, irruente, dal carattere “tosto”. Mi piace ricordarlo così.

Ecco come Vittorio Valderico raccontava, in poesia, l’amico Fis-ciòun, “il pescatore” di Viserba.

Duvè ch’e’ sta Fis-cioun?

Volta so in via Rossini,

a sinéstra po’, la sgonda,

ta t’ trov òna ad cal stradini

ch’la è ziga, che la n’ sfonda.

T’void a destra una capana,

un ch’e’ sbòffa m’un fugoun,

un mòcc’ ad zenta cla sgulvana

e t’si arvat! Ui stà Fis-cioun!

(Dove sta Fischione? Volta su in via Rossini, a sinistra poi, la seconda, ti trovi una di quelle stradine, che è cieca, che non sfonda. Vedi a destra una capanna, uno che sbuffa ad un focone, tanta gente che si abbuffa. E sei arrivato! Ci sta Fischione!)

 

Quando si andava “a la garavèla”. Torneranno quei tempi?

A garavlémi…”

Così rispose con naturalezza,  qualche tempo fa, un’arzdòra quasi centenaria alla mia domanda su come, negli anni venti-trenta del secolo scorso, riuscisse a portare avanti la sua famiglia nonostante la situazione economica piuttosto problematica.

Vedova in giovane età, rimase sola con cinque figli maschi, il più piccolo dei quali non andava ancora a scuola.

Per rendere l’idea, la sua misera casa “sò m e’ fiòm” (su per il fiume, per la cronaca: lo storico fiume Rubicone) aveva il “pavimento” in terra battuta.

Avèmi ‘na miséria che m’i sòrg ch’i antrèva u i vnéiva i guzlòun ma i òcc” (avevamo una miseria che ai topi che entravano venivano i goccioloni agli occhi). Tradotto:  anche loro piangevano perché non c’era alcunché da mangiare.

Quindi, questa signora tirava avanti andando…  “a la garàvèla”.

Tutto il giorno (e forse anche di notte, magari se l’azione non era del tutto… approvata) “a garavlè” nei campi degli altri.

A racimolare, raggranellare, così come insegna anche l’etimologia di questi ultimi due vocaboli detti in lingua italiana.

Racémolo e racìmolo: forma diminutiva del latino racèmus, grappolo d’uva. Ogni ciocchetto d’uva di cui si compone il grappolo, ed anche un grappoletto di pochi racimoli.

Racimolare: cogliere i racimoli e, fig. adunare a poco a poco.

Raggranellare: unire i granelli dispersi, mettere insieme a poco a poco, quasi granello a granello. 

La Bibbia stessa raccomanda: “Quando vendemmierai la tua vigna, non tornerai indietro a racimolare: sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova.” (Deuteronomio – 24, 21).

E comunque, sempre, quando sento la parola “garavlè”, ma detta nella mia lingua madre, mi torna nella mente quella vedova, una donna romagnola forte, come tante.

Ed ecco cosa scrive in proposito Gianni Quondamatteo nel suo Dizionario Romagnolo Ragionato:

Garavlè: – racimolare, spigolare, raccogliere, guadagnare. S’èt garavlè òz? (Cos’hai raggranellato oggi?,  a un poveraccio che vive alla bell’e meglio  raccogliendo quello che può). Anche dopo un festino, o per un affare fatto andare in porto. Pure in senso ironico o confidenziale.

Morale della favola: tira una brutta aria… Si dovrà tornare a “garavlè“?