E’ b-dòc arfàt

Diciamo la verità: una cosa è definire qualcuno “pidocchio rifatto”. Altra è sentenziare “bdòc arfàt”.
Anche in questo caso l’uso della lingua madre dà un’idea ben più precisa, diretta, piena.
“E’ bdòc arfàt” si contrappone al vero signore che non dà a vedere di esserlo.
No, no. Il “nostro” non conosce la riservatezza e il limite: deve assolutamente far capire agli altri che lui (o lei), sì che è ricco e può permettersi questo e quello. Mi pare di sentirlo: “Io, a te, ti compro e ti vendo tutte le volte che mi pare…”.
Quanti aneddoti si potrebbero raccontare su questi esemplari! Uno è rimasto ben stampato nella mia mente. Risale a una ventina di anni fa, in un ristorante della zona, per la festa di pensionamento del mio capo-ufficio. Fra gli invitati, quindi, oltre a noi semplici travet, c’erano anche alcuni consulenti del lavoro e commercialisti. Non per generalizzare sulla categoria professionale, per carità, ma proprio uno di questi, arrivato con una strombazzante auto fuoriserie ed elegantemente incravattato, uno di quelli che per anni ci aveva guardato dall’alto al basso, confermò in me l’assunto del “bdòc arfàt”.
Dopo un paio di portate e qualche bicchiere di vino che avevano aiutato a scaldare l’atmosfera conviviale fra noi impiegatucoli e loro, i vip, iniziammo a discutere di cibi strani: rane, lumache… et similia.
“Buone, le lumache! – dico io – I francesi sono maestri, a cucinarle. A me piacciono soprattutto ‘à la bourguignonne’. Sì, proprio buone!”.
“Anche a me piacciono – dice il ‘bdòc arfat’ di turno – Però, sa, signora, ogni volta che vado a Parigi, io non vado mica a mangiarle alla bourguignonne, ma a Versailles…”.
Ah, ah! “Ogni volta che vado a Parigi…”.
Ma fam e’ piasér: a sò piò sgnòura mé, ènca senza la machinouna e se a Parigi a i sò andèda snò una vòlta! (ma fammi il piacere: sono più signora io anche senza il macchinone e se a Parigi ci sono andata solo una volta!).
T-ci propri un bdòc arfàt!

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