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25 febbraio, 2009

Finalmente su questo schermo: i brazadél d’l'impajèda

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Finalmente ce l’ho fatta!
E’ più di un mese che giro attorno ai brazadél d’l’impajèda, ricetta della tradizione romagnola rammentatami dalla Pierina d’e’ Zàqual, la suocera 98enne di mia sorella Teresa. La nonna, sapendo del mio interesse per la cucina del passato, un giorno mi disse: “Parché t’an fé i brazadél d’l’impajèda?” (perché non fai i bracciatelli dell’impagliata?)”
“Ma come si fanno, nonna?”
Sa saràl mai! T’fé di biscòt tònd s’e’ bus t’e’ mèz…” (cosa sarà mai! Fai dei biscotti tondi col buco nel mezzo…).
Beh, facile per lei.
Mi sono fatta spiegare per bene la ricetta e a casa ho provato. Siccome lei abita a Gatteo a Mare e io a Viserba e vado a trovarla una volta a settimana, per poterle far vedere il mio lavoro ho documentato con la fotocamera.
“No, no! Così non va – mi ha detto la prima volta – Buco troppo largo, biscotto troppo secco.”
Insistere, mai arrendersi. Alla seconda prova, il risultato è sembrato migliore già all’assaggio, anche senza l’approvazione della nonna. Ma il diavolo ci ha messo la zampino: la maestra di cucina romagnola è stata ricoverata d’urgenza per problemi al cuore, vecchio e stanco. Già pensavo di aver perso per sempre la possibilità di recuperare questa ricetta dalla fonte migliore (la memoria vivente delle vere arzdore), quando la situazione è migliorata e la nonna è tornata a casa, piuttosto pimpante e attenta come prima.
Ecco: subito, alla prima visita, arrivo io con le nuove fotografie.

i bracciatelli da infornare
i bracciatelli pronti

Ai sém! Stavolta i va bén!” (ci siamo, questa volta vanno bene!). Evviva! (in tutti i sensi…).

Allora, prima della ricetta, qualche riga sul perché questi biscotti si chiamano così.

Brazadèl o bracciatello: Quondamatteo scrive che “bracciatella” è voce del XIII secolo e il dolce è documentato, come bracidellus, in una glossa latina medievale del X secolo. Secondo la rivista di studi romagnoli “La Piè” deriverebbe dal fatto che veniva spontaneo, ai primitivi venditori, usare il braccio per tenerveli comodamente e in mostra. Era tradizione – lo dicono i libri, ma lo conferma la nonna – preparare questi biscotti a casa e portarli dal fornaio del paese per la cottura (quando il forno veniva spento, dopo il lavoro notturno del pane, e rimaneva la temperatura giusta per ciambelle e biscotti). Si preparavano per le cresime e per i battesimi, ma, specialmente, quando si andava a far visita a una donna che aveva partorito da poco. In quest’ultimo caso era la mamma della puerpera, che preparava un bel panìr ad brazadél (un paniere di bracciatelli) per farne dono alla figlia, che solitamente non viveva con lei. Ed è per questo che il loro nome è legata all’impagliata, così come viene definita in molte regioni d’Italia la neo-mamma.
Ecco cosa scrive il solito Gianni Quondamatteo sul termine impajèda: la puerpera è l’impajèda. Nelle “Relazioni dei parroci del dipartimento del Rubicone, al podestà di Forlì” (1811), c’è l’espressione a j’ò la moi int’la paja (ho la moglie nella paglia), che il marito pronunciava quando la moglie aveva partorito. Mentre a j’ò la moi in s’l’aròla (sull’arola) era detto quando la donna avvertiva le prime doglie. Alle prime doglie la donna sedeva davanti al focolare, coi piedi sull’arola, appoggiandosi alla conocchia. Impajèda era anche il pranzo in occasione del battesimo. Andém da l’impajèda (andiamo a trovare la puerpera) e le si portava in dono una gallina per fare un buon brodo, uova fresche, zucchero, caffè, ciambella. La prima uscita della puerpera era dedicata alla chiesa per l’offerta alla Madonna di un mazzo di candele.

Ricetta dei brazadél d’l’impajèda
Ingredienti:
500 g di farina 00; 200 g di strutto; 200 g di zucchero; 4 uova; 1 bicchierino di anice; 1 bustina di lievito per dolci; la buccia grattugiata di un limone.
Preparazione:
lavorare la farina, il lievito, lo zucchero, la buccia grattugiata del limone, lo strutto e il bicchierino di anice. Impastare tutto con le uova fino ad ottenere un composto sodo, che verrà avvolto in pellicola per alimenti e fatto riposare in frigo per un’ora. Col matterello stendere l’impasto fino ad ottenere uno spessore di 3 – 4 mm. Ricavarne delle forme rotonde utilizzando una tazza da caffelatte per il bordo esterno e un bicchierino da liquore per il bordo interno. Mettere i biscotti su una teglia foderata con carta da forno e cuocere a 160° circa per 10-12 minuti (si devono appena colorire).
Ai tempi della nonna Pierina non si faceva, ma oggi, in tempi di abbondanza, i bracciatelli si possono spolverizzare con zucchero a velo.
Buon appetito!

21 febbraio, 2009

Seconda A e seconda B: tutti amici di Cristella

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Ma che strane, queste regine…

Il sabato mattina, libere dagli impegni di corte e stressate dalla settimana lavorativa,  potrebbero restare qualche ora in più a poltrire nel calduccio del letto, alzarsi con calma e andare in giro per negozi e mercatini.

Ma Cristella non sarebbe speciale se non fosse anche un po’ stramba e diversa dalle signore “normali”. Cos’ha combinato, questa mattina?

Ha puntato la sveglia alle sette e mezzo, si è preparata per benino, ha messo alcuni giornali e qualche libro nella borsa e, inforcata la bicicletta, si è diretta verso la scuola elementare Flavia Casadei di Viserba. Ad attenderla, ancora un po’ assonnati, i bambini di seconda elementare.

Seconda B, penultima aula in fondo a destra e seconda A, lì accanto.

seconda B, scuola elementare di Viserba

Toc toc. Mi aspettavate? Sono Cristella, quella della favola che vi ha letto la maestra.

Ma proprio tu, la Regina, quella vera?

Sì, certo! Maria Cristina è rimasta a casa. Cristella è qui per raccontarvi la magia della scrittura. Di come è bello e divertente liberare la fantasia e inventare storie semplicemente mettendo una parola dietro l’altra, disegnare mentalmente personaggi e ambienti, spaventare o emozionare qualcuno coi propri racconti… Proviamo insieme?

Evvai! L’attenzione si sveglia (sono già le nove…): occhi dolci e birichini si spalancano, mentre si aprono bellissimi sorrisi sdentati.

Una qui, una nell’ultima fila: Baldàssare (sì con l’accento così), Irene, la biondina del secondo banco alzano le mani contemporaneamente per prendere la parola, per aggiungere un particolare alla favola che sta nascendo.

Il pirata Barbabinfuocata è bloccato sulla sua nave nel porto dell’Isola del Cielo, dov’è nascosto un tesoro. Arriva il gatto Codabianca, ambasciatore del re, ad avvisare che chi troverà questo tesoro avrà in sposa la principessa Lucia…

La piccola Anna (femminista, brava!) chiede: ma la principessa è contenta di sposare quello che troverà il tesoro? e se non è d’accordo? qualcuno lo ha chiesto anche a lei?

E la storia prende corpo, con mille idee che si accavallano, si intrecciano, si rincorrono da un banco all’altro, sulle ali della fantasia lasciata libera.

Non mancano mostri, coccodrilli, fantasmi e draghi… Qualche tentativo di inserire nella storia un certo Frodo, ma pure l’idea che il tesoro sia custodito in un uovo gigante, molto bello e decorato. Questa immagine viene suggerita da una bella ragazzina di origine russa: evidentemente ricorda le uova preziose della tradizione della sua terra.

“Ma però la principessa ne aveva già portata via la metà, del tesoro, e se l’era nascosta per conto suo”, dice la bimba femminista di prima.

Bene – pensa Cristella – questa piccola donna ha le idee chiare: separazione dei beni, non si sa mai!

Nella classe accanto, i ragazzi sono più concreti e tempestano Cristella di domande sull’attività di giornalista e scrittrice.

Quanto tempo ci vuole per scrivere un libro? e un articolo? perché scrivevi il diario segreto? a cosa lavori ora?

Bambini di sette anni – pensa Cristella – come spiegare internet, il sito, il blog, facebook, cioè le attività che ultimamente riempiono le mie giornate?

Ma sono bambini del 2009. Appena Cristella accenna ad internet, uno da laggiù in fondo dice: “scommetto che si chiama cristella punto it, quando vado a casa lo vado a vedere. Sai che mia sorella parla con le sue amiche tutte insieme e si vede la loro fotografia?”
Quindi: alla seconda B un premio per la favola inventata insieme; alla seconda A un premio per l’aggiornamento sui nuovi mezzi di comunicazione e un grazie per i disegni che hanno regalato alla regina scrittrice.

A tutti, maestre comprese, un sorriso e un grazie per averle fatto passare una mattinata serena e magica.

… i panni da stirare non scappano mica: possono aspettare che Cristella si ri-trasformi in Maria Cristina, no?

18 febbraio, 2009

Alla faccia di Brunetta

Archiviato in: Senza categoria — Tag:, — mcm @ 22:02



Il collega Mario non ha ancora 60 anni, ma a fine mese può andare in pensione con quarant’anni anni di servizio.

Ha iniziato all’età di 19 anni (“il ragazzino senza barba”, lo chiamavano i superiori di allora) presso l’Ufficio di Collocamento di Lodi. Là rimase 5 anni. Tornò a Rimini nel 1974.

Da allora ha visto passare generazioni di concittadini, ma non solo. Prima dipendente del Ministero del lavoro (in via Gambalunga e poi in vicolo Gioia), in seguito dipendente della Provincia al Centro per l’impiego (in via Sacramora e ora in piazzale Bornaccini) si è sempre occupato del lavoro e delle problematiche ad esso legate.

Saggio, disponibile, cortese, negli ultimi anni è diventato riferimento sicuro e attendibile per le leggi e le disposizioni inerenti i cittadini stranieri (i permessi, le modalità di assunzione, i contatti con gli altri enti del territorio) e per i lavoratori dello spettacolo (l’invidia dei colleghi maschi, quando davanti alla sua porta c’era la fila delle ballerine e delle “figuranti di sala”…).
Cristella lavora con Mario dal 1988. Per lei è quasi come un fratello maggiore (ha proprio la stessa età del fratello vero di Cristella). In questa fase di raccolta di ricordi della vita d’ufficio (che verranno assemblati in un bell’album, ma non andateglielo a dire…) Cristella si perde a pensare e ogni tanto viene presa dalla malinconia. Si sentirà molto, la mancanza di Mario. Nonostante questo, tutti i colleghi gli augurano una bella e serena pensione, davvero meritata!!!
Ah, dimenticavo: quando Brunetta spara contro gli impiegati pubblici, colpisce anche gente come “il baffo”… E le migliaia di riminesi (lavoratori, aziende, consulenti) che l’hanno conosciuto in questi 40 anni dietro al bancone dell’Ufficio di Collocamento e del Centro per l’impiego possono capire come sia ingiusto generalizzare.

14 febbraio, 2009

Monfettini in zuppa di seppia: ricetta revisionata, corretta e… gustata!

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Una buona minestra dal sapore antico, riscoperta grazie all’intreccio di tradizioni e saperi che si crea in ogni famiglia.

Il riferimento è ai “monfettini in zuppa di seppia”, piatto gustato e apprezzato per la prima volta, un paio d’anni fa, in uno dei caratteristici ristoranti che guardano in faccia il porto di Cesenatico. 

Alla cuoca moderna (un po’ pasticciona ma curiosa) la successiva ricerca su internet ha confermato che si tratta di un piatto tipico della zona. Ma sulla ricetta… nulla, mistero!

Ecco allora entrare in gioco il parentado, nella persona di Marinella Manuzzi, la cognata di Cesenatico che, oltre a gestire un albergo e a dipingere con maestria fini porcellane, sa esprimere il suo talento ai fornelli.

Cristella aveva già provato questa minestra in dicembre, ma il risultato non era proprio come quello del ristorante, ad essere sincera. Una spiegazione più precisa e dettagliata da parte della cognata ha invece prodotto qualcosa di indimenticabile (sarà l’odore di casa? di Cesenatico?).

Bene, ecco allora la ricetta bis dei “monfettini in zuppa di seppia” così come imparato da Marinella. Un piatto unico, buono e sostanzioso.

Innanzitutto va chiarito che i monfettini non sono altro che i monfrigoli (detti anche manfrìgul,  battutini, grattoni), cioè quel tipo di pasta amata dalla arzdore di una volta perché velocissima da preparare: farina e uova (Marinella ci aggiunge la buccia grattugiata di un limone) e nessuna sfoglia da tirare, perché basta tritare l’impasto con un coltello. Per fare seccare meglio i monfettini, si consiglia di batterli una prima volta, lasciarli asciugare stesi sul tagliere e ribatterli più fini una seconda volta, sempre aiutandosi con un po’ di farina. Per ogni commensale ne serviranno 50-60 grammi.

monfettini

Ingredienti per la zuppa (per 4-5 persone): 8 hg circa di seppia tagliata a cubetti molto piccoli, mezza cipolla, 1 spicchio di aglio, prezzemolo tritato, un bicchiere di vino bianco, mezzo bicchiere di olio extra vergine di oliva, 1 cucchiaio di passata di pomodoro, sale, peperoncino, brodo (o fumetto) di pesce.

Preparazione: in un tegame a bordi alti si versa l’olio e si fanno colorare appena la cipolla e l’aglio tritati molto finemente. Si aggiunge la seppia e la si fa cuocere, mescolando con un cucchiaio di legno, per 2-3 minuti. Si aggiunge sale, peperoncino, prezzemolo. Si versa il vino e lo si fa evaporare. Si aggiunge la passata di pomodoro, giusto per colorare un po’. A questo punto si versa nel tegame il brodo che avremo preparato a parte (possibilmente con lische, teste di pesce e odori, ma va bene anche col dado, in questo caso si deve fare attenzione a non aggiungere troppo sale). Si fa sobbollire piano per un’oretta circa.

Si versano i monfettini e li si lascia cuocere per qualche minuto.

Ecco, il miracolo a questo punto è fatto: la casa è invasa dal profumo e i familiari, così richiamati, sono già lì, pronti col cucchiaio in mano.

 che profumo!

 

 

 

 

 

 

 

           

13 febbraio, 2009

Tre donne in Panda. Per non parlar del cane

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ESTERNO GIORNO

Rimini. Spiaggia di Rivabella, confinante con quella di Viserba.

Una famigliola chiassosa arriva a bordo di una vecchia Panda grigia guidata dalla nonna “over 70″. Scendono tre donne e un cane.
E’ un pomeriggio dall’aria gelida. Sulle primissime colline attorno a Rimini la notte scorsa è scesa molta neve, ma il sole e il cielo terso invitano ad uscire di casa.

A dire il vero è la principessa Dora, ritornata da Roma per qualche giorno di coccole alla sua mamma, ad insistere: “Dai, Cri, così facciamo fare una corsa a Chicco e una passeggiata alla nonna Malvi!”

Il risultato? Un’oretta free a giocare sulla “spiaggia d’inverno.”. Sciarpe e berretti di lana, scarpe comode, un bastone da addentare, belle foto da scattare. Come sottofondo, sabbia bagnata, alberghi chiusi, nuvole che si buttano giù…
E, soprattutto, nessuno che viene a trascinarci via.

Chicco e Dora: giochi in spiaggia

Il mare d’inverno
è solo un film in bianco e nero visto alla TV.
E verso l’interno,
qualche nuvola dal cielo che si butta giù.
Sabbia bagnata,
una lettera che il vento sta portando via,
punti invisibili rincorsi dai cani,
stanche parabole di vecchi gabbiani.
E io che rimango qui solo a cercare un caffè.
il mare d'inverno: spiaggia di Rivabella. in fondo, la Darsena di Rimini
Il mare d’inverno
è un concetto che il pensiero non considera.
E’ poco moderno,
è qualcosa che nessuno mai desidera.
Alberghi chiusi,
manifesti già sbiaditi di pubblicità,
Macchine tracciano solchi su strade
dove la pioggia d’estate non cade.
E io che non riesco nemmeno a parlare con me.
spiaggia di Rivabella. sullo sfono, gli alberghi chiusi di Viserba
Mare mare, qui non viene mai nessuno a trascinarmi via.
Mare mare, qui non viene mai nessuno a farci compagnia.
Mare mare, non ti posso guardare così perché
questo vento agita anche me,
questo vento agita anche me.

Passerà il freddo
e la spiaggia lentamente si colorerà.
La radio e i giornali
e una musica banale si diffonderà.
Nuove avventure,
discoteche illuminate piene di bugie.
Ma verso sera, uno strano concerto
e un ombrellone che rimane aperto.
Mi tuffo perplesso in momenti vissuti di già.

Mare mare, qui non viene mai nessuno a trascinarmi via.
Mare mare, qui non viene mai nessuno a farci compagnia.
Mare mare, non ti posso guardare così perché
questo vento agita anche me,
questo vento agita anche me

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