Archivi annuali: 2008

Scusi, mi presta un’ora… poi qualcuno gliela rende

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Sabato scorso Cristella ha partecipato al convegno regionale “Le banche del tempo fra socialità e condivisione” che si è tenuto a Rimini.

Socia fin quasi dall’inizio (circa dodici anni fa) della Banca del Tempo di Santa Giustina (Quartiere 5), Cristella ha partecipato alla giornata come relatrice “sui generis”.

Dopo i saluti del presidente della Provincia Nando Fabbri, della consigliera provinciale delegata alle politiche di genere e pari opportunità Leonina Grossi, dell’assessore comunale Anna Maria Fiori in rappresentanza del Sindaco, dell’assessore regionale Anna Maria Dapporto, della presidente del Quartiere 4 Giovanna Zoffoli, è stata la volta dell’intervento di Cristella che, visto l’argomento, ha scelto due poesie di Raffaello Baldini: Métt e L’arlòzz.

Con l’usuale ironia il poeta di Santarcangelo fa riflettere anche quando parla della preziosità e della volatilità del tempo.

Due cose da segnalare.

Primo: per allenarsi a declamare nel migliore dei modi i versi di Baldini, Cristella s’era esercitata per giorni, “traducendo” nella lingua a lei più congeniale (quella della mamma e del babbo) alcuni accenti e dittonghi.

Secondo: i quattro interventi dialettali hanno sorpreso i partecipanti al convegno, alleggerendo le relazioni – pure interessanti – di personaggi quali la senatrice Mariangela Bastico, il sociologo dell’Università di Bologna Vittorio Capecchi, la docente universitaria Mirella Falconi… (e scusate se è poco…).

Se gli applausi e i complimenti fossero sinceri, difficile dirlo. Ma, per Cristella, tanti sorrisi e strette di mano da parte di tutti!

Ecco dunque l’ultima evoluzione di Cristella (della serie: che coraggio! Prima di morire bisogna provarle tutte!).

Questa piacerebbe a Ivano Marescotti: “dicitrice dei testi di Raffaello Baldini”. Teatri della regione, aspettatela!

Un’ultima nota: qui di seguito trascrivo i testi letti e la traduzione in italiano. Oltre che ai curiosi, potranno essere utili a Ettore Bonato, il gentile e pignolo trascrittore della registrazione audio del convegno, da mettere “agli atti”. Al termine della giornata, mi si è timidamente avvicinato dicendomi: “Cristina, ma secondo te, ci riuscirò a sbobinare e trascrivere il tuo intervento?” Continua a leggere

I proverbi di Santa Lucia

Perché si dice che il 13 dicembre, quello dedicato a Santa Lucia, è “il giorno più corto che ci sia”, pur non corrispondendo col solstizio d’inverno?

La riforma gregoriana ha fissato il solstizio d’inverno, e quindi il giorno con le minori ore di luce, nella giornata del 21 dicembre. Nella tradizione popolare questo giorno viene ancora mantenuto nella giornata del tredici dicembre. I proverbi su Santa Lucia, numerosi, hanno quindi un’origine molto antic, di sicuro anteriori alla riforma del calendario avvenuta nel 1582.

Par Sènta Luzì
e’ dé e cor vì.

Per Santa Lucia il giorno corre via.

Sènta Luzì
e’ dé piò curt ch’u i sia.

Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia.

Questa notte è talmente lunga, sempre secondo la tradizione popolare, che per la Santa è stato possibile fare tantissime cose:

La Santa la filè, la tsè,
la imbianchè la téla e
la s’cusè la camisa.

La Santa filò, tessè, imbiancò la tela e si cucì la camicia.
In molti paesi e città il 13 dicembre si fanno feste e fiere. La più famosa, da queste parti, è a Savignano sul Rubicone.

in tali occasioni, un tempo, in Romagna, le ragazze offrivano ai fidanzati della piada (probabilmente dolce). Ecco quindi il significato di un altro proverbio, che recita:

Per Santa Luzì la fira i fa,
e al ragàzi ai raghéz la piè a gli dà.

Per santa Lucia fanno la fiera e le ragazze ai ragazzi danno la piada.

Da parte mia, posso solo dire che non vedo l’ora che le giornate riprendano ad allungarsi: il fatto che si faccia scuro così presto, al pomeriggio, mi deprime alquanto. Sono nata in giugno, due giorni dopo il solstizio d’estate: sarà per questo?

La è gnara!

Burdéll, la è è gnara! (ragazzi, è dura!).

Questa frase, sepolta nelle pieghe della mia memoria di bambina, ha la voce di mio padre, grande lavoratore, che, nonostante i calli e la fatica, spesso ritornava dal cantiere a tasche vuote.

Uno dei ricordi più dolorosi della mia infanzia è quando il “padrone” rimandava a casa i suoi operai senza dar loro il dovuto.

Al primo giorno del mese, dopo cena, il babbo mi chiamava al tavolo della cucina (ero già la scrittrice della famiglia!). Su di un foglio strappato dal quaderno mi faceva fare il conto delle ore lavorate. Prendeva il calendario appeso al chiodo vicino al lavello e iniziava a dettare: lunedì 1 dicembre: 8 ore, martedì 2 dicembre: 8 ore, mercoledì 3 dicembre: neve (e giù imprecazioni!).

Poi, insieme, facevamo il totale. Il giorno dopo, con questo foglietto, si presentava al suo capomastro per chiedere il salario. Sembrava quasi lo mendicasse!

Erano gli anni Sessanta. Nel paese, per fortuna nostra e di tanti altri, ci si conosceva tutti e il rispetto reciproco era garanzia sicura per piccoli prestiti fra vicini e, da parte della bottegaia, per il librettino dove si segnava la spesa quotidiana.

Si saldava quando si poteva, di solito appena arrivava la busta-paga di quel “padrone” tirchio e furbastro (che con questi mezzucci s’è tirato su un bell’albergo in riva al mare).

Ricordo bene, quando andavo alla bottega per comprare mezzo chilo di zucchero e un litro di latte e invece di pagare facevo segnare sul librettino. Quest’ultimo, in fondo, era l’antenato della moderna carta fedeltà, che uso oggi al supermercato e che mi addebita tutte le spese a fine mese…

Ma torniamo alla frase che ispira questo post: “burdéll, la è gnara!”

L’ho rivolta alla mia giovane collega (che per questioni anagrafiche non conosce né il dialetto, né i tempi del librettino della spesa) qualche giorno fa. A metà mattina, nel pieno dell’attività quotidiana di informazione al bancone del Centro per l’impiego, eravamo già al livello di guardia. Il nostro ufficio è un vero crocevia di bisogni e di richieste a cui, con l’aria che tira, l’istituzione può dare poche risposte.

La è gnara, burdéll!

Dal mio punto di vista (sono “in trincea” da quasi trent’anni) posso tranquillamente affermare, senza timore di venire smentita, che a Rimini tanta gente in cerca di lavoro non s’era mai vista. Di tutte le provenienze (anche per i cercatori di lavoro Rimini è, storicamente, “terra di conquista”), di tutte le tipologie (generici, impiegati, specializzati) e di tutte le età (e questo fa molto male: quando arrivano persone della mia generazione o anche più grandi, troppo giovani per la pensione, troppo vecchie per riciclarsi).

Ma cosa possiamo offrire? Anche a Rimini si parla di aziende che chiudono e di cassa integrazione. Il turismo? Anche ad essere ottimisti, con la crisi globale, non so se tanta gente verrà in vacanza come in passato… I posti di lavoro stagionali – nel settore turistico-alberghiero e nell’indotto – ne risentiranno di sicuro.

Vabbè, speriamo che qualcosa cambi in meglio…

Immaginatevi, comunque, le mie giornate a cercar di dare risposte a persone che mettono avanti bisogni così immediati e fondamentali. Ci vuole una grande forza d’animo anche per stare da questa parte del bancone. Quella più tranquilla, perché, in sostanza, io un lavoro ce l’ho!

Come cerco di rendermi utile?

Lavorando senza dimenticare mai quella bambina che scriveva le ore sul foglio del quaderno, quel “padrone” avaro e disonesto, quel libretto della spesa con la copertina unta e bisunta…

Ah, un’ultima nota professionale: qualche link utile per chi sta cercando un lavoro.

Offerte Centri per l’impiego di Rimini e Riccione; offerte settore alberghiero della Riviera Romagnola; elenco Agenzie per il lavoro a Rimini; annunci di lavoro del settimanale Il Fo Romagna; sito infojobs.it.

Altri link utili nel sito del Centro per l’impiego.

Sperémma bén!

Gnocchetti in zuppa di seppia: Viserba e Cesenatico uniti a tavola

La buona cucina è fatta anche di sperimentazioni, giusto?

Era da un po’ di tempo che cercavo la ricetta dei “monfettini in brodo di seppia” che avevo molto apprezzato, qualche mese fa, in uno dei caratteristici ristoranti che guardano in faccia il porto di Cesenatico. In rete ho solo avuto conferma che si tratta di una zuppa tipica di questa zona della Romagna, ma sulla ricetta… niente… mistero.

Quindi mi sono rivolta a Sciura Marinella, la mia super cognata che insieme a mio fratello gestisce l’hotel Sporting, proprio a Cesenatico.

“Maddai, Cri – mi ha detto – è una delle preparazioni più semplici. Che vuoi che sia: si fanno i monfettini, si prepara la seppia, eccetera eccetera…”

Beh, sarà semplice per lei, abituata a trattare i suoi clienti con la stessa cura con cui vizia mio fratello e mio nipote.

Quindi mi sono fatta spiegare per bene i vari passaggi, che ho ricostruito (e documentato con foto) sabato scorso. Sui monfettini, però, ho fatto una variante viserbese, utilizzando i saperi dell’altra enciclopedia vivente che per mia fortuna ho ancora a disposizione, mia suocera Malvina. I monfettini cesenaticensi altro non sono che i monfrigoli. Ah, non sapete cosa sono i monfrigoli? I monfrigoli altro non sono che i battutini. Ancora poco chiaro? Insomma: avete presente la pastina all’uovo della Barilla detta “grattoni”? Ecco, quelli. Eventualmente, comprateli già fatti.

I monfrigoli a casa mia si facevano spesso. Innanzitutto perché molto veloci da preparare, ma anche perché a basso costo. In pratica si tratta di farina e uova, come per la sfoglia delle tagliatelle. L’impasto, però, non viene tirato sottile col matterello, ma tritato con un coltello.

Da Malvina, invece, ho imparato a fare i gnocchetti: una variante dei monfrigoli che aggiunge alla farina bianca un po’ di farina gialla e usa un uovo soltanto.

Ecco dunque le due ricette.

Gnocchetti di polenta della Signora Malvina
Avvertenza: poiché a casa della signora Malvina c’è sempre posto per chi arriva all’ultima ora, le dosi proposte sono sull’abbondante. Il mio consiglio è il seguente: preparate tranquillamente tanti gnocchetti e cucinate solo quelli che secondo voi possono bastare. I rimanenti li stendete in un vassoietto e li congelate per mezzora. Una volta induriti, li raccogliete in un sacchettino (sempre da tenere in freezer), pronti da buttare nel brodo, così congelati, alla prossima occasione.

Ingredienti

4 hg di farina gialla
2 hg di farina bianca
un uovo
un cucchiaino di sale
acqua tiepida (quanto basta)

Preparazione

gnocchetti

In una terrina unire le due farine, aggiungere l’uovo, il sale e l’acqua tiepida fino ad ottenere un impasto piuttosto sodo. Farne una palla, coprire con un panno pulito e lasciare riposare almeno un’ora.

Col matterello stendere una sfoglia dello spessore di 3-4 mm (per facilitare questa operazione, spolverare l’impasto con abbondante farina).

Tagliare la sfoglia così ottenuta, prima a striscioline, poi a cubetti.

Far cadere la farina in eccesso raccogliendo i gnocchetti a dita aperte.

Questa pasta povera è molto adatta per le zuppe di legumi (fagioli, ceci), ma anche per la zuppa di seppie. Ottima anche quando viene riproposta il giorno dopo, riscaldata. Un po’ come con i passatelli in brodo…

Zuppa di seppia

Ingredienti

8 hg circa di seppia cruda tagliata a cubetti molto piccoli
½ cipolla tritata
1 spicchio di aglio (schiacciato intero, da togliere alla fine della cottura)
½ bicchiere di vino bianco
½ bicchiere di olio extra vergine di oliva
1 barattolo (anche meno) di salsa di pomodoro
sale, pepe, peperoncino (se piace)

Preparazione

zuppa

In una pentola versare l’olio, fare imbiondire la cipolla e lo spicchio d’aglio, aggiungere la seppia tritata e farla cuocere, mescolando con un cucchiaio di legno, per 2-3 minuti.

Aggiungere il vino, farlo evaporare.

Aggiungere la salsa, sale, pepe, peperoncino e fare insaporire per 5-10 minuti.
A questo punto aggiungere acqua fino ad ottenere la quantità sufficiente per la vostra zuppa.

Fare sobbollire un altro po’ (non tantissimo: la seppia non vuole cotture prolungate). Assaggiare ed eventualmente aggiustare di sale, gettare i monfettini/monfrigoli/gnocchetti (due cucchiaiate colme per ogni commensale sono una dose da dieta; se avete a tavola gente che richiede il bis, come capita sempre qua da noi, state pure sull’abbondante. Tanto, lo garantisco, questa zuppa è buona anche il giorno dopo!).
Lasciare cuocere per 3 minuti circa.
La casa, a questo punto, sarà già stata invasa dal profumo. I familiari, così richiamati saranno lì, pronti già col cucchiaio in mano.

Se la ricetta vi verrà bene, mandate un saluto a Marinella, Malvina e Cristella.

fine

Av salut!

Un quartiere Coriandoline a Rimini. Perché no?

coriandoline

Un invito da non perdere: alle ore 16 di domani, sabato 6 dicembre, presso l’Osteria di Harissa in via Tonini 16/a (di fronte al Museo di Rimini) si parlerà di Coriandoline.

Incuriositi, vero? Coriandoline è un quartiere di Correggio pensato e voluto sulle esigenze degli abitanti a partire dai bambini, inaugurato il 16 settembre scorso. La sua storia ha fatto il giro dell’Europa e il 28 novembre ha anche occupato due pagine de Il Venerdì di Repubblica.

“Non sono case di e per ricchi – recita la locandina -Ma un quartiere abitato da famiglie comuni. Un sogno realizzato da una comunità coi piedi per terra.”

Durante l’incontro riminese si cercherà di capire il segreto delle Coriandoline e,
soprattutto, se si tratta di un modello esportabile anche da noi.

Il programma del pomeriggio prevede la proiezione del cortometraggio realizzato dai progettisti di Coriandoline (“Il manifesto delle esigenze abitative dei bambini”); l’intervento di Luciano Pantaleoni, architetto ANDRIA (cooperativa di abitanti e progettista delle Coriandoline) dal titolo “Coriandoline: il quartiere amico dei bambini e delle bambine”; l’intervento di Pietro Leoni (coordinatore del Piano strategico del Comune di Rimini) dal titolo “Da Coriandoline a Rimini: il piano strategico”.

Perché Cristella dovrebbe andare a questo incontro?

Certamente per curiosità. Poi per un’ispirazione: anche lei, da bambina, disegnava spesso delle case. Col tetto a spiovente, la porta nel mezzo e due finestre di qua e di là, il sentiero, le aiuole, qualche albero, le colline. E oggi, all’età di cinquant’anni. una casetta come quella dei suoi disegni pastellati è tuttora il sogno di Cristella.

Avete presente la canzone? “Volevo una casetta piccolina in Canadà, con qualche…” Quella, proprio quella.

Chissà, forse nell’età del pensionamento – Re Consorte permettendo! – la nostra Reggia sarà proprio così.

Intanto, a Coriandoline la Casa Castello c’è.

E il bimbo che l’ha sognata la descrive così:

I cattivi in questa casa non ci entrano.
Primo perché è un castello
e loro hanno paura
e poi perché c’è tutto un muro di ferro intorno alla porta
e loro se spingono si fanno male e si pungono.
E’ bello vivere in un castello,
anche se piccolo,
perché ha delle forme tutte strane
e poi uno può fare finta di essere
un principe con il re e la regina.
A volte ci sono anche delle principessine che rompono.

nota di Cristella: non può essere che un maschietto, ad aver immaginato un Castello con delle principessine “che rompono”. Simpatico comunque, il bimbo, vero?