La è gnara!

Burdéll, la è è gnara! (ragazzi, è dura!).

Questa frase, sepolta nelle pieghe della mia memoria di bambina, ha la voce di mio padre, grande lavoratore, che, nonostante i calli e la fatica, spesso ritornava dal cantiere a tasche vuote.

Uno dei ricordi più dolorosi della mia infanzia è quando il “padrone” rimandava a casa i suoi operai senza dar loro il dovuto.

Al primo giorno del mese, dopo cena, il babbo mi chiamava al tavolo della cucina (ero già la scrittrice della famiglia!). Su di un foglio strappato dal quaderno mi faceva fare il conto delle ore lavorate. Prendeva il calendario appeso al chiodo vicino al lavello e iniziava a dettare: lunedì 1 dicembre: 8 ore, martedì 2 dicembre: 8 ore, mercoledì 3 dicembre: neve (e giù imprecazioni!).

Poi, insieme, facevamo il totale. Il giorno dopo, con questo foglietto, si presentava al suo capomastro per chiedere il salario. Sembrava quasi lo mendicasse!

Erano gli anni Sessanta. Nel paese, per fortuna nostra e di tanti altri, ci si conosceva tutti e il rispetto reciproco era garanzia sicura per piccoli prestiti fra vicini e, da parte della bottegaia, per il librettino dove si segnava la spesa quotidiana.

Si saldava quando si poteva, di solito appena arrivava la busta-paga di quel “padrone” tirchio e furbastro (che con questi mezzucci s’è tirato su un bell’albergo in riva al mare).

Ricordo bene, quando andavo alla bottega per comprare mezzo chilo di zucchero e un litro di latte e invece di pagare facevo segnare sul librettino. Quest’ultimo, in fondo, era l’antenato della moderna carta fedeltà, che uso oggi al supermercato e che mi addebita tutte le spese a fine mese…

Ma torniamo alla frase che ispira questo post: “burdéll, la è gnara!”

L’ho rivolta alla mia giovane collega (che per questioni anagrafiche non conosce né il dialetto, né i tempi del librettino della spesa) qualche giorno fa. A metà mattina, nel pieno dell’attività quotidiana di informazione al bancone del Centro per l’impiego, eravamo già al livello di guardia. Il nostro ufficio è un vero crocevia di bisogni e di richieste a cui, con l’aria che tira, l’istituzione può dare poche risposte.

La è gnara, burdéll!

Dal mio punto di vista (sono “in trincea” da quasi trent’anni) posso tranquillamente affermare, senza timore di venire smentita, che a Rimini tanta gente in cerca di lavoro non s’era mai vista. Di tutte le provenienze (anche per i cercatori di lavoro Rimini è, storicamente, “terra di conquista”), di tutte le tipologie (generici, impiegati, specializzati) e di tutte le età (e questo fa molto male: quando arrivano persone della mia generazione o anche più grandi, troppo giovani per la pensione, troppo vecchie per riciclarsi).

Ma cosa possiamo offrire? Anche a Rimini si parla di aziende che chiudono e di cassa integrazione. Il turismo? Anche ad essere ottimisti, con la crisi globale, non so se tanta gente verrà in vacanza come in passato… I posti di lavoro stagionali – nel settore turistico-alberghiero e nell’indotto – ne risentiranno di sicuro.

Vabbè, speriamo che qualcosa cambi in meglio…

Immaginatevi, comunque, le mie giornate a cercar di dare risposte a persone che mettono avanti bisogni così immediati e fondamentali. Ci vuole una grande forza d’animo anche per stare da questa parte del bancone. Quella più tranquilla, perché, in sostanza, io un lavoro ce l’ho!

Come cerco di rendermi utile?

Lavorando senza dimenticare mai quella bambina che scriveva le ore sul foglio del quaderno, quel “padrone” avaro e disonesto, quel libretto della spesa con la copertina unta e bisunta…

Ah, un’ultima nota professionale: qualche link utile per chi sta cercando un lavoro.

Offerte Centri per l’impiego di Rimini e Riccione; offerte settore alberghiero della Riviera Romagnola; elenco Agenzie per il lavoro a Rimini; annunci di lavoro del settimanale Il Fo Romagna; sito infojobs.it.

Altri link utili nel sito del Centro per l’impiego.

Sperémma bén!

11 pensieri su “La è gnara!

  1. luca

    Mio bisnonno lavorava in miniera, oro si cavava, si dalle nostre parti fino ai primi del 900 c’era una miniera di oro nativo. E il suo lamento continuo raccontava mio nonno era quello di essere pagato in pepite, ovviamente a seconda di quante ne ne erano raccolte, il problema era che per farsi dare i soldi bisogna andare a Chiavari 20 km ma allora con carozza a cavalli ci voleva un giorno intero tra andare e tornare e poi quelli che cambiavano l’oro mica erano tonti, mi sa che anche loro si sono costruiti le ville i rive al mare…

  2. GiGi

    Anche io usavo la fidelity mam ehmm card. Quante volte nella bottega ho fatto merenda e ho pagato dicendo… “Il panino, passa la mamma”. E i padroni del negozio, segnavano nel loro quaderno stracolmo di appunti “panino + mortadella 200 Lire”. Senza poi dimenticare le cicche o caramelle date come resto al poste delle due o cinque lire. Ma ora come ora…..

    cio’ burdel… l’e’ gnara la fazenda

  3. cristella

    @ Gigi: bella, la fidelity mamy! Certo che pane e mortadella per 200 lire (che sarebbero 10 centesimi di adesso, giusto?) adesso te li sogni. Non ti fanno neanche sentire l’odore.

  4. Riccardo

    Il panino con la mortadella (o la spianata) con la “ben cola” a credito: un mito!!!

    X Cristella: a furia di pensare al certo per l’incerto, sono passati 4 anni da quando ho deciso di cambiare lavoro. Il pensiero di continuare a fare un lavoro che non mi piace più mi deprime, ma il pensiero di ritrovarmi senza lavoro (e di dover cercare lavoro, che già di per sè è un gran lavoro!), mi spaventa a morte.
    Uffa!

  5. GiGi

    Ahh, giusto…
    fidelity mam, uno etto di spianata comprata al “forno”, mentre andavo a scuola – 50 lire. (niente coca o fanta, costava troppo…)

    ps: la scelta della mortadella non era casuale, era quella che costava meno.

  6. Danda

    Anch’io come Riccardo devo ammettere che anche lavorando da casa, mi sto cominciando a stancare… vorrei cambiare, vedere nuova gente, scambiare parole che non siano chat o commenti ai post o e-mail… Però la paura di lasciare un guadagno sicuro per qualcosa di incerto (e tu Cristella me lo confermi) è dura a morire… ed è per questo che sono al secondo anno di telelavoro.
    L’unica cosa dello stare a casa a lavorare che mi fa piacere è quando fuori ci sono giornate uggiose come queste! Almeno un po’ mi consolo 🙂

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