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13 luglio, 2007

Il corpo che ride

Filed under: Associazioni,Libri,Rimini,Salute,Volontariato — Tag:, — mcm @ 15:14

Io ci sarò.

Fra i tanti appuntamenti dell’iniziativa “Le spiagge del benessere 2007” ce n’è una che mi intriga particolarmente.
Al bagno 67 Tortuga Beach di Rimini, verso le 17 di lunedì 16 luglio si terrà un incontro intitolato “Il corpo che ride”, durante il quale Ginevra Sanguigno presenterà il suo ultimo libro.
Ho conosciuto Ginevra due anni fa, quando ho partecipato ad un corso della durata di un fine settimana organizzato dall’ Istituto Oncologico Romagnolo, onlus di cui sono volontaria.
Ginevra era la docente: con naso da clown ed abbigliamento in tono, per due giorni ha insegnato a ridere, saltare, toccare, accarezzare, guardare dentro sé stessi per vedere meglio anche chi ci sta accanto.
Ma “insegnare” forse non è la parola più giusta: non c’è alcunché da imparare… Soltanto qualche ingranaggio arrugginito per il poco uso da rimettere in moto.
Ridere è una ginnastica fisica, psichica ed emotiva. Ridendo si mobilitano fasce muscolari profonde, il cervello viene distratto dalla sua attività. Emozioni e pensieri negativi perdono così di potere”, si legge nella presentazione che Ginevra propone nel sito dell’associazione Clown One Italia.

San Francesco giullare di Dio, nella visione di Dario Fo, era un clown santo viaggiatore e guaritore.
 
Il primo approdo di Ginevra a Rimini ha poi prodotto un effetto a catena, arrivando a portarci il suo maestro Patch Adams (quello vero, il dottore americano che ha ispirato il famoso film) grazie anche all’interessamento di Patrizia Buda, psicologa dello I.O.R., e del sindaco Alberto Ravaioli, medico oncologo.
Il 20 e il 21 febbraio di quest’anno c’ero anch’io fra gli allievi di Patch.
Il naso rosso da clown che ho usato in quei giorni è sempre in borsetta. Vederlo e toccarlo, anche casualmente mentre cerco le chiavi di casa o il portafoglio, mi fa ricordare che “devo” ridere più spesso.
Nel parterre del Palazzetto dello Sport, senza scarpe come gli altri mille, per un pomeriggio intero mi sono lasciata guidare dal grande Patch in un percorso di conoscenza che mai avrei pensato di fare.

Dire “ti amo” ad un perfetto sconosciuto, abbracciare e farsi abbracciare, guardare negli occhi un altro e raccontargli “perché oggi sono felice”…
Insomma, chi guardava la scena da fuori pensava di sicuro ad una banda di matti.
Eppure, Elisa, la ragazzina di Riccione che mi è capitata per ultima come compagna sconosciuta, s’è messa a piangere dall’emozione, quando Cristella le ha sussurrato, mani nelle mani, la favola vera della regina triste…
Sai, Elisa, ora Cristella s’è tolta gli occhiali dalle lenti di lacrime. E sorride più spesso, perché ha imparato che dietro le nuvole più nere, il sole, comunque, c’è.”
Lunedì, spiaggia numero 67, Ginevra Sanguigno, alias Clown Gin Gin.

10 luglio, 2007

La sindrome da frigorifero vuoto

Filed under: Cucina,Donne,Famiglia,Romagna — Tag: — mcm @ 22:05

Che c’è in frigorifero? E in dispensa?
Alzi la mano chi non ha mai vissuto quell’attimo di panico da cena non pre-organizzata. Capita anche alle migliori casalinghe, prima o poi, di arrivare a casa senza aver avuto il tempo di fermarsi per la spesa.
Di solito vengono in aiuto, almeno qua in Romagna, le confezioni di piadina precotta e un po’ di prosciutto e salame (altri tempi, quando la mamma quasi ogni sera riusciva a preparare la piadina impastando acqua e farina in un battibaleno e la farciva con radicchi e cipolla appena presi dall’orto…).
Oggi è Dora, il mio webmaster attualmente a Tor Vergata, che insegna a me, genitrice-aspirante arzdora, un piccolo trucco che, manco a dirlo, è frutto delle nuove frontiere internettiane.
C’è un sito in lingua inglese, Cooking By Numbers, che viene in aiuto a chi venga preso dal panico da “Oddio, cosa cucino, questa sera?”.
Ti chiede: “Cosa c’è nel tuo frigorifero? E nella tua dispensa?”
Tu indichi, spulciando nell’elenco proposto, quali ingredienti hai a disposizione.
Farina, uova, latte e nient’altro? Clicca sul tasto “Find recipes”. Ok, ti dice, puoi preparare l’omelette base. Poi in casa avrai di sicuro qualcos’altro per arricchirla e farla diventare, chessò, un’omelette al formaggio o un’omelette al pomodoro…
E’ carino. Simpatico per imparare ricette nuove, ma anche per fare un piccolo ripasso di inglese.
Very nice, isn’t it? Thanks to Dora!

7 luglio, 2007

Il mio tempo? Lo metto in banca

Filed under: Associazioni,Infanzia,Libri,Rimini,Volontariato — Tag:, , — mcm @ 16:09

E’ l’amico Lino, col suo commento di oggi, a farmi ricordare che è proprio ora (è il caso di dirlo…) di parlare della Banca del Tempo.

Lino, giovane pensionato con l’hobby della fotografia, giovedì sera, alla festa organizzata per i bambini del quartiere Celle, ha scattato tantissime fotografie e me ne ha inviate qualcuna (io sempre in dieta e lui mi ha colto mentre mangio lo zucchero filato, quel dispettoso!). Le foto, per me, sono “a gratis”. Anzi, no: gli darò un assegno di un’ora staccato dal mio librettino verde, quello della Banca del Tempo del Quartiere 5, di cui ambedue siamo soci. Già ne ho parlato nella favola della Regina Cristella, di questa bella realtà. Qui di seguito aggiungo particolari.

Per i prossimi giovedì di luglio, quindi ancora per tre serate, grandi e piccoli sono invitati a “La Festa è Mia“, sul piazzale del supermercato Coop I Portici, alle Celle di Rimini.

Vi spiego la Banca del Tempo

Una volta c’era il “buon vicinato”. Famiglie allargate, borghi e quartieri dove aiutarsi l’un l’altro era regola: sorelle, zie, cognate e vicine sempre disponibili nello scambio di piccoli favori per la cura dei bambini e nei lavori domestici. Altrettanto per gli uomini: nei campi o nella manutenzione di casa e degli attrezzi lo scambio era normale. Altri tempi. Oggi le famiglie si sono ristrette, non si conosce neppure il vicino di pianerottolo e non si dà niente per niente. Come se non bastasse, la vita quotidiana, coi suoi ritmi frenetici, richiede sempre più tempo. Le prime Banche del Tempo sono nate proprio per rispondere ai nuovi bisogni dei cittadini del XX secolo. Inizialmente nei paesi nordeuropei, poi anche in Italia. La Romagna ha fatto da battistrada, nel 1995, con l’esperienza di Santarcangelo, prima in assoluto in Italia. Le donne della Commissione Pari Opportunità del Comune diedero vita a un sistema di scambio basato sul pagamento di tempo contro tempo, facendo così rinascere il senso di solidarietà e di reciproco sostegno sui quali si fonda la vita di ogni comunità. Un’idea in certo senso rivoluzionaria, allora nuova per l’Italia, ma che era già nota all’estero: in Gran Bretagna si parlava di LETS (Local exchange trade systems), mentre in Francia si chiamavano SEL (Systèmes d’echanges locaux). Negli anni successivi sono nate molte Banche del Tempo, di solito su iniziativa di Comuni, sindacati, associazioni, parrocchie, scuole. Gli ultimi dati di Tempomat, l’Osservatorio Nazionale sulle Banche del Tempo, indicano più di 300 realtà censite, una quarantina delle quali in Emilia-Romagna. Conti correnti in ore Si tratta di banche vere e proprie, con blocchetti di assegni da staccare e conti correnti da mantenere possibilmente in pareggio. Dare ed avere, colonne di una contabilità gestita col sorriso sulle labbra, perché se anche si dovesse finire in rosso non si verrà presi dal panico: si rientrerà con tranquillità. Chi si iscrive deve dichiarare la propria disponibilità a scambiare prestazioni e servizi con gli altri soci. Si può trovare chi aiuta a fare il cambio del guardaroba, chi dà lezioni di inglese o di informatica, chi accompagna il bimbo a scuola, chi redige un testo al computer, chi fa la fila per te dal dottore o all’ufficio postale. Non si è obbligati a restituire il favore ad una persona specifica: la Banca fa da tramite e cura la contabilità. Leonina Grossi, coordinatrice delle Banche del Tempo di Rimini, racconta i primi passi della realtà locale, quasi dodici anni fa. “L’iniziativa venne da alcuni componenti del Comitato di Gestione ai Servizi Sociali del Consiglio di Quartiere 5 che, con i suoi 28.000 abitanti, è il più popoloso della città. Marina, Luana, Daniela ed io pensavamo che forse, per creare buone relazioni e considerando che non disponevamo di grandi risorse economiche, avremmo dovuto e potuto investire in risorse umane. Sapendo dell’esperienza della vicina Santarcangelo, eravamo certe che dalle piccole necessità sarebbero potute nascere grandi amicizie e qualcosa di buono anche per chi non avrebbe aderito alla banca. Il Quartiere, su nostra richiesta, deliberò la messa a disposizione dei locali, del telefono e di un po’ di materiale di cancelleria. Risorse economiche arrivarono dall’Assessorato alle pari Opportunità del Comune. All’inizio eravamo solo undici iscritti. Poi, un po’ alla volta, ciascuno di noi portò qualche amico. Alla fine del 1997 eravamo già quaranta; oggi circa centoventi, di ogni età, professione e colore. Accanto alla prima Banca del Tempo è presto nata, infatti, anche una Banca Interetcnica, espressione delle tante nazionalità integrate nel nostro Quartiere.” Entusiasmo e belle esperienze non facciano dimenticare le piccole difficoltà che si incontrano in qualsiasi tipo di organizzazione: per nascere, crescere e vivere, la Banca del Tempo necessita di amore, pazienza e grandi incoraggiamenti per le persone che ne sono le fondamenta. Ci sono alti e bassi, come in tutte le fasi della vita, ed è molto importante, per chi voglia iniziare una simile avventura, mettere in conto una buona dose di perseveranza. “Negli anni – continua Leonina – abbiamo avvicinato e conquistato persone con entusiasmo e voglia di fare che si traducevano in realtà: ciascuno ha capito di essere importante ed ha avuto l’opportunità di proporre, partecipare, contare. Senza emarginare nessuno, perché ogni offerta è accolta come grande risorsa. E’ una delle prime regole su cui si basa il sistema: l’ora impiegata dalla casalinga per preparare una torta vale quanto quella del professionista che offre una consulenza. Si tratta, in ogni caso, di sessanta minuti di vita.” Un bell’esempio di scambio Qualche anno fa la nostra amica Amanda, originaria della Colombia, riuscì a convincere il marito Nello, a cui era già legata con rito civile, ad accompagnarla anche nel matrimonio religioso. Per lei, credente praticante, era una festa dal valore inestimabile e avrebbe voluto, per l’occasione, fiori, abito bianco, musiche, rinfresco… Durante una riunione della Banca del Tempo, nell’invitarci alla sua festa, ci disse anche di questo desiderio, che tale sarebbe rimasto a causa delle tasche non proprio piene di quel periodo. Ebbene, sapete qual è stato il regalo per Amanda? Una festa come Dio comanda. Daniela, pittrice ed appassionata di bricolage, s’è occupata della decorazione floreale della chiesa e della sala per il rinfresco, Andrea ha suonato la chitarra ed ha cantato durante la cerimonia, mia figlia Cinzia ed io abbiamo preparato chili di tartine, Federica una mega-macedonia, mio marito Paolo e l’altra figlia, Dora, hanno fatto da camerieri per tutti gli invitati, Leonina ha stampato al computer le partecipazioni ed il menu, Claudia e Marina hanno confezionato bomboniere con ago e uncinetto… Insomma, tutti hanno messo qualche ora del loro tempo per organizzare quella che è diventata una festa indimenticale. Amanda ha staccato, per ciascuno di noi, un assegno corrispondente alle ore impiegate. Il costo di fiori, cibo, carta e materiale vario rientrava nel regalo che gli amici le avrebbero comunque fatto. Amanda non ha speso nulla. Per qualche mese, però, ha cercato di mettere in pari il suo conto corrente tenendo lezioni di spagnolo che gli allievi-soci le hanno pagato con assegni in ore, o aiutando la segreteria della Banca del Tempo per telefonate o lavori vari, venendo sempre remunerata in ore.

Per altre informazioni sulle Banche del Tempo:
Banche del Tempo del Comune di Rimini
Regione Emilia-Romagna
Tempomat. Osservatorio Nazionale sulle Banche del Tempo

4 luglio, 2007

La sorella di Shakespeare

Filed under: Associazioni,Donne,Lavoro,Rimini,Scrittori — Tag:, , — mcm @ 15:50

Cito da Simone De Bouvoir (da “Le donne e la creatività“):

Nel corso della storia dell’umanità risulta evidente che le realizzazioni femminili in tutti i campi, politico, artistico, filosofico, eccetera, sono state numericamente e qualitativamente di molto inferiori a quelle degli uomini. Perché? Vi sarebbe, come pretendono gli antifemministi, un’inferiorità nella natura della donna che le impedirebbe di pervenire agli stessi adempimenti dell’uomo? Oppure una condizione della donna, così come la produce la società, mettendola in uno stato di inferiorità, influisce sulla sua possibilità di realizzarsi? (…) Virginia Woolf ha considerato l’esempio di Shakespeare. Ha supposto che al posto di Shakespeare, esattamente al suo posto, fosse nata una bambina estremamente dotata. E dimostra che sarebbe stato impossibile creare alcunché. Sarebbe rimasta a casa, avrebbe cucinato, cucito, si sarebbe sposata, avrebbe avuto dei figli; impossibile immaginare che avrebbe fatto gli stessi fatti da Shakespeare, che sarebbe diventata un’attrice o un’autrice drammatica. Non sarebbe stata Shakespeare, non sarebbe stata nulla. (…) Per quanto un essere sia dotato all’inizio, se i suoi doni non possono essere espressi a causa della sua condizione sociale, o per le circostanze che lo condizionano, questi doni resteranno sterili. Come diceva Stendhal- – che era un grande femminista – in una formula molto dirompente: ‘Ogni genio che nasce donna è perduto’.”

Perché oggi vado a scomodare De Bouvoir, Shakespeare, Woolf e Stendhal?

M’è caduto l’occhio su di un articolo apparso su Nòva 24, inserto de Il Sole 24 Ore, il 7 giugno 2007, a firma di Giulia Crivelli e intitolato “Le fatiche della donna creativa”, in cui sono riportate le frasi di cui sopra. Da quel giorno l’ho conservato, pensando che prima o poi avrebbe trovato spazio nel mio blog. Ci dovrò ritornare sopra, anche perché più di tutto tratta di creatività e di scrittura, argomenti fra i miei preferiti.

Ma i concetti lì espressi possono applicarsi anche all’universo politico.

Ieri pomeriggio, al termine della giornata lunga in ufficio, alle 17.30, prima di correre al supermercato e a casa per predisporre la cena, ho fatto tappa in Corso d’Augusto, dove il Consiglio Provinciale di Rimini doveva votare un protocollo d’intesa contro la violenza sulle donne proposto dalla Commissione Pari Opportunità per voce di Leonina Grossi, consigliera delegata alle politiche di genere.

Approvato all’unanimità, come poteva essere altrimenti? L’applauso di noi donne-amiche lì presenti (tutte di corsa come me, fra l’impegno della famiglia e del lavoro) ha sottolineato la votazione dei consiglieri.

Ma… quando nell’ottavo comma della proposta, accidenti a quell’ottavo comma, si chiedeva l’impegno dell’amministrazione affinché negli Enti di secondo grado in cui la Provincia ha dei suoi rappresentanti vengano nominati uomini e donne al fifty/fifty, qualcuno ha tentennato. “Guardate che se prendiamo l’impegno, poi ci tocca rispettarlo!” Testuali parole di un consigliere-avvocato. Secondo lui ieri si discuteva spinti dall’onda del buonismo e del “volemose bene”, ma alla prova dei fatti la musica cambierà.

Per la cronaca: anche l’ottavo comma è stato approvato all’unanimità. 

Ancora per la cronaca, per chi non lo sapesse, le nomine negli Enti di 2° grado portano con sé una discreta dose di potere sugli affari del territorio nei vari settori e, last but not least, una bella cifra nelle tasche personali (sotto forma di indennità e gettoni di presenza vari).

Tradotto: qualsiasi donna che venisse nominata in quei posti (oggi c’è una proporzione di 2 su 100!) guadagnerebbe abbastanza per stipendiare qualcuno, a casa, che faccia la spesa, lavi e stiri, vada a prendere i bambini a scuola, eccetera, eccetera…

E a sera, arrivata a casa stanca, come la famosa (mancata) sorella di Shakespeare, si potrebbe spaparanzare in poltrona, col giornale in mano, in attesa del richiamo: “Cara, vieni. La cena è pronta!”

P.S.: “Rompi il silenzio” è una onlus che aiuta le donne vittime di violenza (come http://www.doppiadifesa.it/ di Milano) ed opera anche nel territorio riminese. Per informazioni sull’associazione e sui Centri Antiviolenza più vicini: tel. 346 5016665 – email rompiilsilenzio@virgilio.it

3 luglio, 2007

Fellini negli scatti di Chiara Samugheo

Filed under: Arte,Donne,Fellini,Rimini — Tag: — mcm @ 21:46

Fellini Privat è il titolo dell’interessante mostra fotografica curata dalla Fondazione Fellini ed esposta nella sede del Museo Fellini, in via Oberdan 1, fino al 14 ottobre. Più di cento scatti in cui il regista è ritratto in compagnia degli affetti più cari e dei collaboratori.
Chiara Samugheo, fotografa nota e riconosciuta a livello internazionale ed amica personale del regista (così come di tantissimi altri miti del cinema e del jet set degli ultimi decenni) ha saputo cogliere l’atmosfera che aleggiava attorno al Maestro. Anche lontano dal set, senza per questo spiarlo dal buco della serratura.
Il 30 giugno ero presente all’inaugurazione e – questa la devo raccontare – c’è stato un momento di grande imbarazzo che non tutti hanno percepito. Vittorio Boarini, direttore della Fondazione, nel presentare l’evento ha annunciato la possibilità di acquistare copie delle fotografie esposte. “Al costo di 15 euro”, ha specificato. Al che Chiara Samugheo, signora della fotografia, è trasalita. “Come, 15 euro! Ma io non sono abituata a queste cifre! Non esiste proprio…”
Dal pubblico s’è alzata la voce, piuttosto “grassa”, di uno spettatore che, vedendo l’imbarazzo della fotografa da una prospettiva diversa da quella reale, si è sentito molto generoso: “Beh, signora, siamo riminesi, noi!” Col tono tronfio di chi s’aspettava un applauso dagli altri.

La Samugheo ha provato a balbettare, un po’ spaesata e guardandosi attorno coi suoi meravigliosi occhi azzurri, quasi cercando conforto: “Ma io sono anche Cavaliere della Repubblica. Le mie sono fotografie firmate e in America le ho vendute fino a 2.500 dollari e mai a meno di 500. Comunque, se la Fondazione vuole venderle a 15 euro, faccia pure… Però oggi mi fate sentire piccola-piccola.”
Anche se poi è stato specificato che si tratta comunque di copie, nessuno s’è preoccupato di chiedere scusa – almeno pubblicamente – per quella che a me è parsa una bella gaffe, una caduta di stile nei confronti di quell’elegante artista (la si poteva almeno preavvisare, no?).

La sera stessa, sui viali della passeggiata, uno scattino mi ha chiesto ben 10 euro per una delle solite foto vacanziere, di quelle col gelato in mano ed il volto sudato.
Ho confrontato i due prezzi e la tipologia delle due foto e mi sono sentita piccola-piccola, come riminese…

E, per controbilanciare quella voce che si “stimava” tanto di grandezza, chiedo scusa alla Samugheo. Che ha un curriculum internazionale (provate a conoscerla attraverso Google immagini) da far impallidire più di un fotografo, anche tutti gli scattini italiani messi assieme.
Pardonnez nous, Madame!

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